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fr Radcliffe op al Festival Francescano di Bologna

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I cristiani e la modernità laica e secolarizzata possono dialogare?

Intervento di fr Timothy Radcliffe op, al Festival Francescano di Bologna, il 28 settembre 2019

ospitiamo volentieri il contributo di Ruth Anne Henderson, già Presidente ECLDF e membro del Consiglio Provinciale FLD della Provincia di S. Domenico in Italia, ma soprattutto amica personale di fr. Radcliffe op e nostra.

È possibile un dialogo tra i cristiani e chi non crede in Dio? Molti cristiani ritengono che questa conversazione non sia né possibile né necessaria. Noi abbiamo la parola di Dio e il nostro mestiere è proclamarla. Il dialogo conduce al relativismo, in cui un’opinione è buona come un’altra. Che Gesù sia il salvatore del mondo non è un’opinione su cui dialogare.

D’altro canto molte persone che non credono in Dio si chiedono a quale scopo dialogare con gente che ha “credenze irrazionali”, incompatibili con la scienza. La Chiesa viene vista come un’istituzione corrotta e disseminatrice di superstizioni. Chi potrebbe voler dialogare con lei?

Comincerò cercando di argomentare perché penso sia necessario e sia una gioia per la Chiesa dialogare con quanti non credono.  Poi illustrerò come avere una conversazione bella e fruttuosa e concluderò argomentando perché spero che anche i non credenti avranno piacere a parlare con noi.

Il dialogo con le persone che hanno altre credenze o che non ne hanno nessuna è l’unico modo di proclamare la nostra fede. Il cristianesimo è una fede dialogica. Spesso ci siamo comportati come se non fosse così e abbiamo cercato di imporre le nostre opinioni. Sia i domenicani che i francescani sono stati membri dell’Inquisizione. Su questo dico: mai più! La parola di Dio non è la voce solitaria di Dio che grida dall’alto di una montagna. È la conversazione di Dio con l’umanità. Papa Benedetto ha scritto: “La novità della rivelazione biblica consiste nel fatto che Dio si lascia conoscere attraverso il dialogo che egli stesso desidera avere con noi”.

La vita di Dio è l’eterna conversazione tra eguali della Trinità. È piena di vita e di gioia. La parola di Dio ci raggiunge come un invito a unirci a lui, come bambini che siedono in un bar e imparano a unirsi ad una brillante conversazione tra adulti. Ci trasforma e ci riempie di gioia.

E così la parola di Dio si è fatta umana in un uomo di dialogo. Gesù amava parlare con tutti. Il vangelo di san Giovanni descrive una conversazione dietro l’altra.

Gesù parla con l’equivoca donna samaritana al pozzo, con cui nessun altro voleva parlare; parla con l’uomo nato cieco. Tutti gli altri parlavano di lui, Gesù invece parla con lui.

Parla con Farisei e uomini della legge, con le prostitute e persino con Ponzio Pilato. Pilato però interrompe la conversazione e zittisce la parola di Dio sulla croce. Ma la mattina di Pasqua, nel giardino, la conversazione ricomincia: “Maria”, “Rabbunì”!

I primi documenti cristiani sono le lettere di San Paolo, che sono i dialoghi di Paolo con le prime comunità cristiane. Il cristianesimo è l’invito ad unirsi al dialogo di Dio con l’umanità. Quindi predicarlo senza dialogo sarebbe come picchiare la gente per diffondere il pacifismo.

La seconda ragione per la quale noi cristiani dobbiamo dialogare con i non credenti è perché noi cristiani siamo persone moderne. Non viviamo in una bolla religiosa. Respiriamo l’aria di una società secolarizzata. Io stesso passo più tempo sui social media che a leggere i vangeli. E tutti ascoltiamo la TV più delle prediche. Le idee e i pregiudizi della modernità ci toccano tutti. I romanzi che leggo, le canzoni che ascolto, i film che vedo sono per lo più il prodotto di una società secolarizzata. Se non sapessi parlare con i non credenti, non saprei parlare neppure con me stesso! Ogni cristiano di oggi è anche, più o meno, una persona laica e moderna. Se voglio evitare la schizofrenia mentale, devo essere aperto alla conversazione con i miei contemporanei. Respiriamo la stessa aria.

I cristiani dunque devono dialogare con i propri contemporanei secolarizzati per due buone ragioni: l’unico modo di proclamare la nostra fede è attraverso la conversazione e inoltre io sono toccato dagli stessi dubbi, domande e conoscenze di un laico perché io sono una persona moderna, anche se anziana!

IDENTITÀ

La domanda successiva è questa: come fare ad avere una conversazione proficua e gradevole?

Anzitutto, dobbiamo iniziare una conversazione solo se entrambi rispettiamo l’identità che l’altro dichiara di avere. L’identità è il prisma attraverso cui oggi la gente vede il mondo. Viviamo in un mondo di identità in conflitto. Sempre di più abbiamo una politica dell’identità. L’identità di genere è un campo minato. In Inghilterra oggigiorno si dichiara che esistano oltre venti diverse identità di genere! Il genere è una cosa che scegliamo? Che ci è dato o che scopriamo? La gente si dichiara gay o eterosessuale, femminista, di destra o di sinistra. I ragazzi di oggi hanno spesso identità multiple, a volte una diversa per ogni diverso sito social. Sono stati definiti “la generazione frammentata”. Le identità nazionali vengono sempre più fortemente affermate nell’Europa di oggi. E le persone si identificano fortemente anche nelle proprie squadre di calcio! I domenicani hanno dato i loro colori bianconeri a due squadre famose: la Juventus e il Newcastle United.

Perciò, anche se ho delle perplessità sull’identità di qualcuno, io devo rivolgermi a lui come la persona che dichiara di essere. Se sto parlando con qualcuno che si dichiara transgender, questa è la persona cui mi rivolgo. Certo, se dichiari di essere un marziano o la reincarnazione di Giulio Cesare, forse sarà il caso di farsi qualche domanda!

E anche i cattolici dichiarano queste identità! Il mondo del cattolicesimo assoluto, in grado di definire totalmente l’identità di qualcuno è finito. Dunque io posso parlare con i miei fratelli cattolici solo se rispetto la molteplicità di modi in cui oggi noi tutti costruiamo l’identità. Cattolici gay e femministi si sentiranno a casa nella Chiesa solo se la Chiesa saprà relazionarsi alle comunità gay e femministe in senso ampio. Il senso per la mia vita che trovo nei vangeli è inseparabile da quello che trovo altrove, nei romanzi che leggo, nei film che guardo e nella politica che sostengo. Io mi sentirò a casa nella Chiesa se mi sentirò accettato nei molti modi in cui mi definisco.

Ecco il punto importante. In una conversazione davvero profonda, la mia identità non è assolutizzata. È aperta all’espansione e anche alla sfida da parte del mio interlocutore. Ogni amicizia mi rivela delle nuove dimensioni della mia identità di cui non avevo ancora fatto esperienza. Io vivo in comunità con giovani frati. Ogni anno ne arriva un nuovo gruppo. Io devo scoprire loro chi sono, ma anche chi sono io con loro. Con ogni nuovo arrivo di giovani, io mi devo aprire al loro modo di essere, e dunque ampliare il mio modo di sentire chi sono io stesso.

Quando ero un giovane frate ho passato un anno a Parigi. Mi piaceva molto andare al caffè, leggere Le Monde, fumare le Gauloise, e bermi un bel bicchiere di birra. Ero diventato un po’ francese. Se mi fermassi qui abbastanza a lungo, diventerei di sicuro un po’ italiano. San Tommaso amava l’espressione “anima est quodammodo omnia”: l’anima è, in un certo senso, tutte le cose. Ogni nuova relazione allarga il mio essere, e mi libera di pregiudizi e identità troppo piccole.

Nel suo libro su Dostojevski, Rowan Williams, l’ex Arcivescovo di Canterbury, cita Bakhtin: “Il dialogo non è il mezzo per rivelare, per portare alla luce il carattere già bello e pronto di una persona; no, nel dialogo una persona non si mostra soltanto verso l’esterno, ma diventa per la prima volta quello che è. E ripetiamo: non solo per gli altri ma anche per sé stesso”. Ogni vera conversazione mi invita a essere qualcosa di inedito.

Come cristiani, ogni identità che costruiamo è qualcosa di parziale e provvisorio. San Giovanni ha detto: “Carissimi, fin da ora siamo figli di Dio e non si è ancora manifestato quel che saremo. Sappiamo che quando ciò si sarà manifestato saremo simili a lui perché lo vedremo come egli è” (1Gv, 3.2). Ciò che saremo non è stato ancora rivelato! Il mio viaggio verso il Dio sconosciuto, che è al di là di tutte le parole, è anche il viaggio verso il mio io sconosciuto.

Io, dunque, porto nel dialogo l’identità che ho sviluppato finora: conservatore o liberale, inglese o italiano, gay o etero, persino domenicano o gesuita. E mi aspetto di essere rispettato in quanto tale. Ma se mi relaziono con l’altro, tutte queste identità sono solo delle bozze provvisorie. Chi io sono assieme a te è una scoperta ancora da fare! Così quando la Chiesa dialoga con la modernità laica, la Chiesa sta scoprendo ciò che lei stessa è in questo mondo nuovo. La Chiesa ha un’identità aperta che viene scoperta di nuovo ad ogni generazione.

Quando la Chiesa entrò nell’Impero Romano ne fu trasformata. Quando gli europei traversarono l’Atlantico e incontrarono i nativi delle Americhe la chiesa ne fu cambiata. E così pure al giorno d’oggi. Se io scappo dalla modernità laica e secolarizzata mi nascondo anche dalla persona che potrei diventare. Come possiamo dunque affrontare questa eccitante avventura?

Anzitutto, di che cosa dobbiamo parlare? Io suggerisco che la Chiesa e la modernità laica dialoghino di ciò che ci interessa tutti, che è: cosa significa essere vivi. Thomas Merton, il monaco cistercense, tenne la sua ultima lezione a Bangkok, poco prima di morire fulminato nella doccia. Dopo la lezione parlò con una sorella religiosa che gli chiese perché non avesse cercato di convertire i suoi ascoltatori al Cristianesimo. Le sue ultime parole a noi note furono: “Io penso che oggi sia più importante per noi lasciare che Dio viva in noi, così che gli altri lo sentano e arrivino a credere in Dio perché lo sentono vivere in noi”.

Dio disse a Israele: “ti ho proposto la vita e la morte (…) scegli la vita” (Dt, 30.19). Tutto ciò che noi crediamo è un Sì alla vita. Benedict Green era un monaco anglicano che aveva il morbo di Parkinson fin da giovane. Alla fine divenne per lui impossibile parlare in modo comprensibile. Mandò allora una lettera a tutti i suoi amici chiedendoci di pregare per lui ma di non andare più a trovarlo. Non sarebbe stato più in grado di dire nulla. Concluse la missiva con una citazione di Dag Hammarskjöld, il secondo segretario generale delle Nazioni Unite: “Per tutto ciò che è stato: grazie. Per tutto ciò che sarà: Sì”.

Così, quando riflettiamo su cosa significa dire Sì alla vita, la speranza della Chiesa incontra l’angoscia dominante del nostro tempo, ossia che la vita stia succedendo da qualche parte dove io non sono. John Lennon ha scritto nel testo della sua canzone “Beautiful Boy”: “la vita è quel che ti succede mentre sei preso a fare altri progetti”. Questo non è lontano dal beato John Henry Newman quando ci ammonisce: “Non aver paura che la tua vita abbia una fine, abbi piuttosto paura che non abbia mai un inizio”. I giovani cercano sui loro telefonini per capire dove succedono le cose: è lì che cercano le esperienze di vita autentica.

Gesù ha detto: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza” (Gv 10.10). E Sant’Ireneo nel secondo secolo ha scritto “Gloria Dei, homo vivens”: un uomo pienamente vivo è la vera gloria di Dio. I nostri contemporanei non credenti possono forse guardare a noi e dire: “Caspita, questi Cristiani sono proprio vivi!”? Se la risposta è no, perché dovrebbero avere interesse a parlare con noi? Questo è il tema del mio prossimo libro, che verrà pubblicato in inglese tra pochi giorni: “Vivi in Dio. Un’immaginazione cristiana”. Noi cristiani tuttavia riusciremo ad avere una buona conversazione con i non credenti solo se riconosceremo che anche loro capiscono qualcosa di cosa significa essere vivi. Qualcosa che vale la pena per noi di imparare. Anche loro parlano con autorità.

Una buona conversazione richiede che non solo si riconosca l’identità dell’altra persona, ma anche la sua adeguata autorità. All’interno della Chiesa ci sono tipi diversi di autorità. Il cardinale John Henry Newman ha scritto che ci sono tre “uffici” nella Chiesa, tre specie di autorità. Possiamo parafrasarli con governo, ragione e devozione o esperienza religiosa.

Ogni cristiano ha la sua parte in tutti e tre, in quanto battezzato come sacerdote, profeta e re.

Ma ognuno di questi tre aspetti ha il suo specifico centro di azione, su cui si concentra in modo speciale. Il governo è principalmente nelle mani della gerarchia, e deve essere efficace. La teologia è affidata ai nostri pensatori e deve essere ragionevole. E l’esperienza religiosa è affidata all’intero popolo di Dio, e deve essere santa.

C’è tra questi aspetti una relazione dinamica, che Newman chiama “un triangolo di forze”. Ciò previene che ciascuno di essi si renda assoluto. Se infatti il governo diviene assoluto, come ha avuto la tendenza a fare nell’epoca moderna, il risultato è la tirannia. Se è la ragione a dominare eccessivamente, allora la Chiesa può cadere in un arido razionalismo. E se l’esperienza religiosa assume un ruolo eccessivo, si rischia di cadere nella superstizione.

Quindi una buona conversazione all’interno della Chiesa è animata da un certo grado di tensione o frizione tra queste autorità. E questo è proprio ciò che è mancato di recente nella Chiesa. L’autorità del governo non ha consentito di essere messa sufficientemente in discussione dall’autorità del laicato, con la sua esperienza della complessità della vita cristiana di oggi, né dall’autorità dei teologi. Il dialogo sarà vivo solo se non avremo paura di tensioni e contrasti. Essi sono i segni della vitalità.

Avremo una buona conversazione solo se riconosceremo che i laici, siano essi credenti o meno, capiscono quanto sia complessa e difficile la vita oggi. Spesso i sacerdoti durante le prediche dicono delle banalità tali sull’amore e la vita coniugale da irritare profondamente chi li ascolta. È dura essere sposati, tirare su dei figli, sopravvivere se non hai una casa. Un domenicano dello Sri Lanka, Cornelius Ernst, ha scritto nel suo diario poco prima di morire: “Non posso ammettere che Dio possa essere adorato in spirito e verità solo da un individuo ripiegato su sé stesso e distaccato da tutto ciò che può disturbare e stimolare il suo cuore. Deve essere possibile trovare e adorare Dio nella complessità dell’esperienza umana”.

La Chiesa può parlare con autorità delle fatiche della vita umana solo se è capace di rispettare l’autorità dei laici, credenti o meno, che sanno quanto sia difficile. Non possiamo parlare di morale sessuale se non ascoltiamo coloro che una vita sessuale ce l’hanno.

Una volta un vescovo irlandese fece una predica sulle gioie del sesso. Mentre camminava lungo il corridoio sentì due donne che parlavano vicino a lui. Una disse: “Non è stata bella la predica del vescovo sul sesso?”. “Oh, sì – rispose l’altra – peccato solo che non ne sappia quanto ne sappiamo noi”. La più grande sfida per la Chiesa di oggi è di ascoltare l’autorità delle donne e di imparare dalla loro esperienza.

Io leggo romanzi, guardo film, ascolto musica pop e parlo con tanti amici per cercare di imparare tutto quel che posso sulla ricchezza e la complessità della vita umana. Papa Francesco ha imparato queste cose nelle periferie di Buenos Aires. Le nostre parole devono essere concrete, coi piedi per terra, ed ispirate alla vita vissuta. Altrimenti non saranno parole di vita. Rimarranno delle astrazioni. Noi crediamo in un Verbo che si è fatto carne, e così devono fare le nostre parole.

Una buona conversazione dunque deve occuparsi di ciò che interessa davvero, e cioè cosa significhi vivere davvero e in modo pieno. Dobbiamo rispettare l’autorità degli altri quando parlano. La Chiesa vuole dialogare con i suoi contemporanei laici e secolarizzati perché ha qualcosa da imparare da loro. Un buon insegnamento sul matrimonio, sull’omosessualità o su qualunque altra cosa richiede che noi ascoltiamo coloro che ne hanno esperienza diretta. Altrimenti è solo ideologia.

La terza cosa necessaria per una buona conversazione è che noi siamo davvero in grado di gioire della diversità. Alla radice c’è uno dei problemi fondamentale della società occidentale: la paura del diverso. Noi cerchiamo la compagnia di chi ci è affine. Vogliamo stare con gente che la pensa come noi. È paradossale che questo succeda in un mondo di comunicazione istantanea e globale. Email di perfetti sconosciuti arrivano nella mia casella di posta ogni giorno e da ogni continente. E tuttavia stiamo ridiventando tribali. Il romanziere americano Jonathan Frenzen ha sostenuto che “gli algoritmi invisibili di Google e Facebook ci orientano verso contenuti con cui tendiamo ad essere d’accordo, e le voci dissonanti tacciono per paura di essere attaccate, bullizzate o tolte dalla lista degli amici. Il risultato sono dei compartimenti stagni in cui da qualsiasi parte si stia, ci si sente assolutamente in diritto di odiare quel che si odia”.

Eppure l’amore della diversità è il DNA del cristianesimo.  È la vita stessa della nostra fede. Ci sono quattro vangeli nel Nuovo Testamento. E spesso sono in disaccordo tra di loro. È impossibile ridurli ad un unico racconto coerente. Nella Chiesa dei primi tempi alcuni pensavano che sarebbe stato più semplice avere un solo vangelo. Alcuni volevano che fosse il vangelo di Luca, con le sue meravigliose parabole sulla Grazia. Altri volevano il vangelo di Giovanni, con la sua ricca teologia. Ma la saggezza della Chiesa fu di tenerli tutti e quattro. Perché ciascuno di loro ha qualcosa di diverso da dirci. L’intera storia del cristianesimo è una conversazione tra i vangeli.

Poi abbiamo le grandi differenze tra Antico e Nuovo Testamento. Alcuni volevano lasciare da parte l’Antico Testamento. Ma la Chiesa ama le diversità. Abbiamo bisogno della tensione tra promessa e compimento, tra il non ancora e l’adesso. Al centro del cristianesimo c’è la persona di Gesù, che rappresenta la più grande diversità immaginabile: quella tra il divino e l’umano. Il trionfo del cristianesimo fu di abbracciarli pienamente entrambi nel Concilio di Calcedonia, nell’anno 415. Perché la diversità è bella e feconda. È la fonte di ogni vita.

Pensiamo alla gloriosa diversità delle spiritualità: quella benedettina, la domenicana, la francescana e quella gesuitica. Tutte a sgomitare e a pavoneggiarsi in competizione reciproca.

I domenicani e i gesuiti erano tanto in disaccordo e in polemica sulla natura della grazia che il Papa ci dovette dire di chiudere il becco. Ovviamente avevamo ragione noi! Questa spaziosa diversità è quella che Dante chiama “la divina foresta spessa e viva”.

Gareth Moore era un domenicano inglese, un filosofo e un mio buon amico. Purtroppo morì di cancro ai polmoni quando aveva solo 50 anni. Quanto ci piaceva discutere! Una volta, quando io ero Priore, andai nella sua camera alle 10 di sera, per chiedergli di dire messa il giorno dopo. Cominciammo a discutere su una cosa. Improvvisamente ci rendemmo conto che erano le 6 del mattino. Avevamo discusso tutta la notte, solo per il piacere di farlo, e senza neppure qualcosa da bere. Una volta lui fece una lezione sull’etica sessuale di San Paolo in cui criticò fortemente alcune cose che io avevo scritto in un articolo. Poi andammo assieme al pub. La gente mi disse di essere dispiaciuta che io fossi stato attaccato in pubblico. Io risposi che, al contrario, ero onorato che Gareth avesse ritenuto opportuno di dedicare un’intera conferenza a dissentire da me! Era il gesto di un amico.

Quando la Chiesa dialoga con la modernità laica e non credente, dobbiamo provare vero piacere per la nostra diversità di opinioni. Essa ci dice che abbiamo qualcosa da imparare e qualcosa da insegnare. Theodore Zeldin si lamentava del fatto che “sfortunatamente, anche se gli uomini ruminano pensieri, riflettono, meditano, giocano con le idee, fanno sogni e previsioni ispirate sui pensieri degli altri, non c’è mai stato un vero Kamasutra della mente. Un testo capace di rivelare i sensuali piaceri del pensare, che mostrasse come le idee possono sedursi reciprocamente e imparare ad abbracciarsi”. Un mio amico, James Alison, ha scritto un libro dal titolo “Il piacere di avere torto”. Dobbiamo provare piacere nel discutere con i laici, gli atei e i seguaci di altre fedi, perché a volte avremo torto e scopriremo assieme di essere tutti in viaggio verso la verità. Questo non è relativismo. È l’avventura della verità. Una verità la cui pienezza eccede tutte le nostre parole, e che vedremo quando saremo faccia a faccia con Dio.

Fin qui ho insistito sulle doverose ragioni che ha la Chiesa per iniziare questa conversazione. Abbiamo così tanto da imparare. Lasciatemi dunque concludere con l’altra domanda: perché i nostri contemporanei non credenti dovrebbero avere piacere di conversare con noi? Molti potrebbero vedere la Chiesa come un’istituzione obsoleta, bloccata nel pregiudizio e nell’ignoranza. Chi mai potrebbe voler dialogare con noi?

Vi parlerò della situazione in Inghilterra. Sarete voi a giudicare se e quanto di ciò si possa applicare anche all’Italia. C’è stato un tempo in cui i giovani erano molto contenti di essersi liberati della religione cristiana. Volevano scuotersi il peso del passato dalle spalle! Oggi io mi confronto con una nuova generazione, specialmente tra gli studenti di Oxford. Molti di loro non rifiutano la religione cristiana, per il semplice motivo che non ne sanno nulla. Alcuni di loro sono addirittura curiosi di saperne qualcosa di più. Si rendono conto di quanto vacui e vuoti siano alcuni aspetti della cultura moderna.

Padre Adolfo Nicholas, l’ex Preposito Generale dei Gesuiti, ritiene che la più profonda minaccia per la nostra civiltà sia la “globalizzazione della superficialità”, che è conseguenza della banalità di molta della comunicazione che avviene sui social media. “Tutte le grandi civiltà si sono confrontate con domande fondamentali: che cosa significa essere umano? In che cosa consiste l’umana felicità? Il nostro universo ha un destino ultimo o andrà semplicemente incontro a una fine senza senso? Un flusso ininterrotto di comunicazione, di messaggini, per non parlare dei contenuti erotici, tende a cancellare l’esplorazione profonda di tali questioni”.

Molti giovani dunque sono alla ricerca della saggezza. Noi ci permettiamo di condividere con loro gli insegnamenti cristiani perché siamo convinti della loro verità. Nelle Costituzioni dei domenicani sta scritto che gli esseri umani hanno una “propensio ad veritatem”, una naturale inclinazione alla verità. Si potrebbe anche dire un istinto. Riconosciamo l’odore della verità. Se l’insegnamento della Chiesa è vero, come io credo, allora noi abbiamo anche fiducia che gli esseri umani lo percepiranno e ne saranno consapevoli. Magari oggi lo si sente appena, ma c’è. Pronto a risvegliarsi se sapremo offrire parole vere ed adeguate alla complessità della vita umana.

Edith Stein era nata nell’ottobre del 1891, da una famiglia ebrea osservante. Divenne atea durante l’adolescenza. Ottenne il dottorato all’Università di Friburgo e fu assistente del grande filosofo Edmund Husserl. Una sera Edith prese una copia dell’autobiografia di Santa Teresa d’Avila e lesse il libro per tutta la notte. “Quando finii il libro mi dissi: questa è la verità”.

Il cristianesimo dunque deve dialogare con la modernità laica e non credente, perché il dialogo è il solo modo che abbiamo per presentare la nostra fede. Questo dialogo sarà gioioso se saprà occuparsi della questione più importante per noi tutti: che cosa significa vivere? In questa conversazione abbiamo tutti qualcosa da imparare. La Chiesa e i suoi leader hanno bisogno di ascoltare i laici, siano essi credenti o meno, e di imparare da loro la complessità e la bellezza di quel che significa oggi essere vivi e stare al mondo. Noi a nostra volta abbiamo una saggezza da offrire, della cui verità siamo convinti. Nulla di umano è alieno a Cristo, e Cristo non è alieno a nessun essere umano.

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