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Fr Radcliffe op al Sermig di Torino


Intervento di fr Timothy Radliffe op tenuto il 28 settembre 2019 al Sermig di Torino

ospitiamo volentieri il contributo di Ruth Anne Henderson, già Presidente ECLDF e membro del Consiglio Provinciale FLD della Provincia di S. Domenico in Italia, ma soprattutto amica personale di fr. Radcliffe op e nostra.

Vi ringrazio molto per avermi invitato a parlare a questo incontro del SERMIG. È un grande onore. Vi chiedo di perdonare il mio cattivo italiano. Spero riusciate a capirmi. Uno dei miei confratelli è stato invitato a tenere una conferenza a Chicago. Alla fine del suo discorso, gli applausi furono molto contenuti. Lui disse alla persona che gli stava accanto: “spero non sia andata troppo male”. L’uomo gli rispose: “Ma la colpa non è tua. La colpa è in primo luogo di chi ti ha invitato”.

 A maggio un rapporto delle Nazioni Unite ha annunciato che un milione di specie animali sono a rischio di estinzione. Se non agiamo subito, l’intero pianeta potrebbe diventare un deserto. Questa potrebbe essere la fine dell’umanità. Eppure i governi del mondo rispondono con lentezza. Di fatto i giovani stanno perdendo la fiducia in tutti i partiti politici, al punto che ci troviamo di nuovo davanti all’emergere di gruppi estremisti. Nelle strade delle nostre città assistiamo al crescere della violenza. In questi tempi difficili, e con un futuro così incerto, abbiamo bisogno di speranza. Teilhard de Chardin ha affermato: “il futuro appartiene a coloro che danno alla generazione successiva una ragione per sperare”. Come possiamo dunque essere una “fraternità della speranza”?

E poi, che cos’è la speranza? Non è il semplice ottimismo. L’ottimismo è una buona cosa. Voi potete essere ottimisti che questo vecchio inglese non parlerà troppo a lungo! O che la Juventus, che ha la maglia bianconera coi colori dei domenicani, faccia bene in campionato! O che vada bene il Torino! Ma la speranza è più radicale. È la convinzione che, nonostante l’azione di tutte le forze distruttive nel mondo e in noi stessi, per grazia di Dio troveremo il nostro compimento. Dio vuole che noi condividiamo la sua inimmaginabile gioia, e così sarà. Nonostante tutti i nostri errori, noi ameremo perfettamente! L’amore è più forte della morte.

Lasciate che condivida con voi una straordinaria esperienza. Quando ho visitato il Ruanda per la prima volta, avevamo programmato di viaggiare in auto verso il nord del paese. Pero l’ambasciatore del Belgio ci venne ad avvisare di non partire, dato che tutto il paese stava sprofondando nella guerra civile. Era l’inizio della violenza che avrebbe condotto all’orribile genocidio in cui sono morte centinaia di migliaia di persone. Io però ero giovane e folle, e andammo lo stesso. Dappertutto trovammo i segni del conflitto, con soldati e ribelli che si davano la caccia per combattere. Alla fine di quella giornata, visitammo un ospedale pieno di giovani uomini e bambini che avevano perso gambe e braccia, soprattutto a causa delle mine. Ricordo in particolare un ragazzo che aveva perso due gambe, un braccio e un occhio. Il padre sedeva al suo capezzale piangendo. Io stesso andai fuori nel bosco a piangere, accompagnato da due ragazzi che saltellavano perché avevano soltanto una gamba ciascuno.

Quella sera visitai le mie consorelle domenicane. I muri della loro casa erano crivellati di fori di proiettile per via dei combattimenti. Di fronte a tutta questa sofferenza che cosa potevo dire? Sentii di non avere parole. Poi ricordai che c’era qualcosa che potevo fare. Potevo rappresentare di nuovo quel che successe la notte prima della morte di Gesù, quando lui prese il pane, lo benedisse, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi. Questo è il mio sangue, versato per voi”. In ogni eucarestia noi ricordiamo il peggior momento della storia dell’umanità. L’amore perfetto venne a condividere le nostre vite e noi dicemmo: “No!”. Persino Pietro l’avrebbe rinnegato. Tutto ciò che stava di fronte a lui era sofferenza e morte. Eppure in quel momento terribile, Gesù fece il grande gesto di speranza. Proprio quando la comunità era sul punto di disintegrarsi, egli ci diede il sacramento della comunione.

La prima lezione, dunque, è di non avere paura della crisi. La Chiesa è nata in un momento di crisi. Ognuno di voi è sopravvissuto già a molte crisi, anche se le avete dimenticate. C’è la crisi della nascita, quando si deve lasciare la calda Jacuzzi del ventre materno e uscire nel freddo mondo. Poi c’è la crisi dello svezzamento, quando dobbiamo lasciare il miglior cibo del mondo, meglio anche della pasta italiana, il latte della nostra mamma. Altrimenti non potremmo sederci a tavola e crescere. Poi c’è la crisi della pubertà, quando gli ormoni fanno strane cose al nostro corpo. E poi di solito c’è la crisi del lasciare la casa paterna e di iniziare la propria vita adulta. E infine c’è la crisi peggiore di tutte, la morte, che ci conduce a una nuova vita. Noi cresciamo e diventiamo vivi attraverso crisi continue. 

Tutti voi dovrete passare attraverso momenti di crisi in cui vi crolla il mondo addosso e vi chiedete che cosa vi riserverà il futuro. Ma con la grazia di Dio, questi possono anche essere momenti di benedizione, in cui diventiamo vivi in un modo nuovo. I miei confratelli americani mi hanno regalato una maglietta su cui c’è scritto: Have a good crisis;  “Buona Crisi!”. Dunque, sì, viviamo in un’epoca di grave crisi, ma con coraggio e con la grazia del Signore, potrebbe anche essere l’inizio di qualcosa di nuovo.

Nel suo momento più oscuro, Gesù fu sommamente creativo. Trasformò il tradimento in un dono: “Tu dai il mio corpo ai traditori, ma io mi dono a te”. Egli trasformò il suo destino di morte in un nuovo inizio. Dunque uno dei modi in cui esprimiamo la nostra speranza è attraverso la creatività. A Torino il Sermig ha creato l’Arsenale della Pace. Avete trasformato un luogo che produceva strumenti di distruzione in un luogo che produce la pace. Dentro la cappella conservate la croce dei dolori del mondo. Da questo strumento di tortura avete creato un oggetto pieno di bellezza.

Nell’ottobre del 2013 (due mila tredici), una nave fece naufragio al largo della costa di Lampedusa. 311 trecentoundici profughi provenienti dalla Somalia e dall’Eritrea annegarono. Francesco Tuccio, il falegname dell’isola, era frustrato dalla sua impossibilità di aiutare in alcun modo i sopravvissuti. Allora fece delle croci con i legni del naufragio e ne regalò una per ciascuno. Oggi quelle croci sono in tutto il mondo. Ce n’è una persino nell’Abbazia di Westminster a Londra. La sua creatività ha trasformato il legno morto in un segno di speranza! La grazia di Dio è creativa. In Cile, il giorno di Pasqua, la croce di Gesù  viene coperta di fiori e innalzata. Il legno morto fiorisce. 

Il vescovo Pierre Claverie era un vescovo domenicano in Algeria. Ha dedicato tutta la sua vita al dialogo con l’islam. I terroristi lo odiavano e gli fu detto di lasciare l’Algeria altrimenti sarebbe stato ucciso. Il primo agosto del 1996 stava tornando a casa in compagnia del suo giovane amico algerino Mohammed Bouchiki. Quando arrivarono sulla soglia di casa, i terroristi fecero esplodere una bomba vicino al muro della residenza. I loro corpi furono disintegrati. Quando arrivai per i funerali, due giorni più tardi, una suora stava ancora raccogliendo frammenti dei loro corpi con un cucchiaio. Al funerale la cattedrale era piena di centinaia di musulmani. Alla fine del servizio, alcuni di noi resero la loro testimonianza. Una giovane donna spiegò che aveva rinnegato l’islam ed era diventata atea, ma che il vescovo Pierre l’aveva ricondotta alla sua fede. Ella disse: “Era il vescovo dei musulmani”. Allora la cattedrale si riempì di centinaia di voci che dicevano “Sì, era anche il nostro vescovo. Era anche il vescovo dei musulmani”. Ora la sua tomba è sempre coperta di fiori lasciati da pellegrini sia cristiani che musulmani. La sua morte ha fatto fiorire la speranza.

Perciò, quando non vediamo il futuro, usiamo la nostra creatività. Ogni essere umano ha il suo talento per creare qualcosa di speciale. Che siano poesie, dipinti o musiche. O, in modo ancor più meraviglioso, possono essere bambini, anche se in Europa non siamo più molto bravi in questo!

Pensate alla musica! Quando la città di San Pietroburgo stava per cadere nelle mani dei tedeschi durante l’ultima guerra mondiale, la gente stava letteralmente morendo di fame.

Si calcola che siano morte di fame e di stenti oltre settecentocinquantamila persone prima che l’assedio fosse tolto. Invece di cadere in preda alla disperazione, gli abitanti misero insieme un’orchestra per suonare la settima sinfonia di Dimitri Šostakovich.

I membri dell’orchestra erano così deboli che alcuni svennero durante le prove. Un trombettista si scusò di non essere capace di suonare neppure una sola nota. Degli altoparlanti vennero sistemati per trasmettere l’esecuzione in modo che non solo gli abitanti russi ma anche i soldati tedeschi potessero ascoltarla. Di fronte alla distruzione, senza nulla da mangiare, fecero musica.

Quando un domenicano è in punto di morte, ci riuniamo attorno al suo letto e cantiamo il Salve Regina. Affrontiamo la morte con una canzone! Spero che l’ultima cosa che sentirò saranno i miei confratelli che cantano, anche se probabilmente saranno stonati!

Un confratello di nome Osmund stava morendo di cancro ai polmoni. Aveva solo 50 anni. Nel giorno di Pasqua ci trovammo tutti nella sua stanza per celebrare la Resurrezione. Dopo la comunione cantammo il Regina Coeli. Poi andai a prendere dello champagne. Allora dissi a Osmund: “Non è bellissimo il Regina Coeli?”. “Sì – rispose lui – sarei dovuto morire durante la canzone”. Al che io replicai: “Hai ragione, non hai il senso del ritmo”. Lui sorrise e mi disse: “Ma io aspettavo lo champagne!”.

Non sono solo i cristiani a fare musica dinanzi alla morte. C’è il pianista di Yarmouk, a sud di Damasco, in Siria. Quando la sua città venne bombardata, lui portò il suo pianoforte in strada, si sedette in mezzo alle macerie e suonò. Un reporter descrive la scena cosi: “In mezzo a tutta questa distruzione, un giovane uomo con una maglietta verde siede al pianoforte in mezzo alla strada, apparentemente immemore del pericolo dei colpi di mortaio e del fuoco dei cecchini. È penosamente magro. Il risultato di mesi di alimentazione a base di erbe lesse e tè alla cannella. Suona e canta, quasi tra sé e sé, con concentrazione assoluta. Ha tutto l’aspetto di un puro gesto di sfida. Ha l’aspetto della speranza. Fa sembrare che ci sia qualcosa in questo mondo che è più forte dei proiettili e dei gas tossici”.

Così, quando non riuscite a esprimere la speranza in semplici parole, siate creativi. Potrete non essere Michelangelo o Giuseppe Verdi, ma avete la vostra parte della creatività di Dio, che ha fatto risorgere Gesù dai morti.

Molti di voi sono studenti. Anche questa è una profonda espressione di speranza, studiare! Quando l’ISIS ha invaso il nord dell’Iraq, la prima cosa che ha fatto è stato distruggere le scuole. Quando i miliziani furono cacciati e le suore domenicane riuscirono a tornare, la prima cosa che fecero fu ricostruire le scuole, prima ancora dei loro stessi conventi. I terroristi odiano l’istruzione. Il nome stesso del gruppo terrorista nigeriano, Boko Haram, significa “l’educazione occidentale è peccato”. 

Ma perché lo studio è un così forte simbolo di speranza? In primo luogo, perché in una classe si possono superare i pregiudizi e si possono fare amicizie inattese. Ho visitato una scuola fondata dalle suore domenicane di Baghdad. C’erano ragazze cristiane e musulmane sedute vicine, unite nello studio e nell’amicizia. Una ragazza musulmana mi ha detto che i suoi amici più cari sono cristiani. “Non siamo diversi gli uni dagli altri”, mi ha detto. Lo studio è il miglior modo di combattere la nascita del fondamentalismo, con la sua visione eccessivamente semplicistica del mondo. Fare amicizia con persone molto diverse da noi esprime la nostra speranza nel regno di Dio.

A un livello ancor più profondo, lo studio esprime la nostra speranza che tutte le nostre vite un giorno avranno un senso. La nostra accademia per i terziari domenicani di Baghdad ha come simbolo una croce domenicana con un gigantesco punto interrogativo. Perché lì tutte le domande sono permesse. Il dominican che ha fondate l’accademia, ha affermato un giorno: “qui in Iraq abbiamo bisogno dell’ossigeno del dibattito”. Cent’anni fa avevamo un prefetto dei novizi che era solito dire a tutti i novizi: “Pensate, per amor di Dio, pensate. Non mi interessa cosa pensate, a patto che pensiate”.

La miglior risposta alla violenza è lo studio, l’impegno intelligente con gli altri. Thomas Kyd, un autore teatrale del sedicesimo secolo, ha scritto: “Dove non prevalgono le parole, prevale la violenza”. È per questo che, in mezzo alle zone di guerra, c’è bisogno di scuole. Ho visitato Homs, in Siria, un paio d’anni fa. La maggior parte della città è un cumulo di macerie. Ma in mezzo alle rovine abbiamo trovato una scuola. Un gesuita olandese, Franz van der Lugt, si era rifiutato di partire, nonostante le minacce di morte. Era seduto in giardino un giorno quando un uomo entro e gli sparò. Ma in quella scuola, in una piccola aula, c’era ancora un gesuita egiziano che insegnava. Questo è il volto della speranza. 

Lo studio, soprattutto in mezzo alle crisi, esprime la nostra speranza che alla fine tutto avrà un senso. La sofferenza estrema ci fa essere tentati di dubitare che ci sia un qualsiasi senso nelle cose. Quando San Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, visitò la scena di un massacro compiuto dall’esercito salvadoregno e si imbatté nel cadavere di un ragazzo molto giovane abbandonato in un fosso: “Era solo un ragazzo, buttato in fondo a un fosso, con la faccia rivolta verso l’alto. Si vedevano i fori dei proiettili, le escoriazioni delle percosse, il sangue rappreso. I suoi occhi erano aperti, come a chiedere la ragione della sua morte, senza poterla comprendere”. La disperazione è il tracollo di qualsiasi speranza in un significato. 

Primo Levi descrive come, un giorno, ad Auschwitz, egli avesse sete e avesse rotto un pezzo di ghiaccio per succhiarlo. “Una guardia grande e grossa si precipitò fuori e me lo tolse di mano brutalmente. ‘Warum?’ Perché? Gli chiesi nel mio misero tedesco. ‘Hier ist kein warum’, qui non c’è un perché”. Lo studio esprime la nostra speranza per quella rivelazione finale in cui vedremo Dio faccia a faccia. San Paolo dice: “Adesso conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente, come perfettamente sono conosciuto” (1 Cor 13.12).

Noi non studiamo solo i libri, ma le persone, e impariamo a leggere le loro lotte nascoste, le loro paure e le loro speranze. Come ha scritto Alexander Pope: «Il soggetto di studio adeguato all’umanità è l’uomo». Durante un viaggio in Algeria, ci siamo diretti in auto verso il Sahara con il vescovo domenicano di Orano. I voli erano stati cancellati a causa dei combattimenti. Ci trovammo bloccati in mezzo a un tafferuglio tra la folla e l’esercito. Alla fine la nostra auto fu circondata da uomini armati di sassi. Non dimenticherò mai il volto di un giovane uomo che stava di fronte a noi con in mano una pietra grande come un pallone da calcio tenendola sopra il parabrezza. Il suo volto era pieno di rabbia. Ma sotto la rabbia si potevano anche vedere le ondate di paura. E sotto la paura si vedeva il volto di un giovane uomo gentile, il volto di una persona cui si poteva volere bene. Tutte queste emozioni gli passavano sul viso, tutta la complessità di un essere umano. Speravo lui potesse vedere le mie. Se voi studiate i volti degli altri esseri umani, sotto le maschere potete vedere le persone. Forse potete vedere le persone di cui Dio è follemente innamorato.

Ora devo concludere. Le minacce che l’umanità ha di fronte a sé sono immense. Io non so cosa ci aspetta. Forse dovremo affrontare tempi terribili, come capitò ai nostri antenati durante la peste nera nel quattordicesimo secolo. Ma questa è la mia speranza: qualsiasi cosa succeda in futuro, anche se sarà terribile, io credo che Dio ci ha creati per condividere con noi la sua felicità. Questa è la sua volontà e non potrà essere frustrata. Ognuno di noi è incamminato su un sentiero che porta all’amore infinito. Ci arriveremo.

Questa speranza viene espressa ogni volta che celebriamo l’eucarestia. Allora ci ricordiamo che, proprio quando tutto sembrava essere finito, Gesù ci ha dato il grande sacramento della speranza, il suo proprio corpo. La resurrezione di Gesù fu il grande trionfo della creatività di Dio sulle potenze della distruzione. Un modo in cui possiamo prendere parte a tutto ciò è attraverso la nostra creatività, che sia in veste di artista, di genitore, di falegname, di dottore o di ballerino.  E, infine, godetevi i vostri studi. Perché sono una gloriosa espressione della nostra speranza che nonostante tutta la follia del mondo ogni cosa alla fine avrà un senso quando vedremo Dio faccia a faccia. Già oggi, se i nostri occhi sono bene aperti, possiamo cogliere qualcosa di quel volto quando ci guardiamo gli uni con gli altri. Se i nostri occhi sono bene aperti.

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