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Capitolo Generale e Stile Digitale


Lo stile digitale dei Domenicani ed il Capitolo Generale di Biên Hòa

Nel 1949 veniva pubblicato il libro di George Orwell 1984, descrizione dispotica di un mondo di superpotenze in conflitto fra loro. Nell’Oceania, il Partito governa solitario secondo le regole del Socing imponendo in ogni luogo, pubblico o privato, una videocamera impossibile da spegnere. È il Potere che controlla il popolo.

Con il Capitolo Generale di Biên Hòa stiamo vivendo l’esatto contrario: è il popolo che spia il potere. Il sito ufficiale del Capitolo Generale offre tutti i giorni una sintesi del lavoro svolto e persino la diretta dell’elezione del Maestro Generale. I social sono pieni dei messaggi, foto e video dei Capitolari che immortalano ogni momento della giornata.

Nella Sala del Capitolo si può avvertire l’occhio e l’orecchio di tutto l’Ordine. In pratica sono spiati, controllati, sottoposti a giudizio. Questa situazione suscita alcune riflessioni:

  1. Quanto possiamo essere liberi? Un Capitolo lungo un mese ha una dinamica articolata per giungere a conclusioni finali condivise. Le Commissioni di Lavoro arrivano a questo obiettivo per approssimazioni successive mentre prendono coscienza delle sensibilità e delle proposte altrui. Bisogna sentirsi liberi di ripensare le proprie idee, accogliere il bene dell’altro, non irrigidirsi negli aspetti minori e difendere quelli maggiori, entrare nel campo delle possibilità anziché stabilirsi in quello delle certezze. Se ogni azione è immediatamente disponibile al giudizio altrui senza aspettare il risultato finale, quale grado di libertà possono avere i Capitolari sapendo che ogni loro scelta è giudicata istantaneamente?
  2. Quale informazione viene fornita? Tutti vogliamo sapere cosa stanno decidendo. Il 13 mattina tutto l’Ordine ha cercato su Internet il nome e la bio del nuovo Maestro facendo impazzire Google –  c’è stato un picco di ricerche nelle prime ore del giorno 13 con parole chiavi Gerard Timoner – nelle Filippine c’è stato il massimo del picco (valorizzato 100) Bisogna chiedersi il valore ed il senso dell’informazione ufficiale in un mondo in cui l’utente digitale cerca in maniera autonoma le notizie. Dare informazioni significa dare notizie a chi è interessato (tipicamente ad una audience specifica) o rendere disponibili delle notizie a chiunque le cerca (in generale agli utenti)? Informare non significa dire tutto a tutti: alcune info vanno date solo alle persone intime, altre vanno taciute. Qual è lo stile per la buona informazione?
  3. Sappiamo ancora aspettare? Vogliamo sapere subito le novità, cerchiamo info, domandiamo in giro, viviamo nell’immediatezza del dato, nel consumo tempestivo della notizia; non è un bisogno imposto da una forza esterna irresistibile ma è il nostro cedimento alla possibilità di sapere tutto e subito. L’attesa è un sentimento sempre più raro: se ogni cosa è nelle nostre disponibilità, il non approfittarne è difficilmente motivabile. Un’accusa rivolta spesso al digitale è la compressione del tempo nell’attimo presente cioè vivere più esperienze contemporaneamente (guardare un film mentre ascolto la top ten con l’auricolare, chatto con gli amici e parlo con chi sta vicino). Si lamentano i ritmi di lavoro delle società digitali ma nessuno rinuncia ad AmazonPrime, a ricevere il giorno dopo la merce comprata, che sia sabato o domenica non importa. Non sappiamo più aspettare, non sappiamo più rinunciare a nulla. I Maestri della Spiritualità insegnavano a rinunciare a qualcosa nel quotidiano per essere pronti alle rinunce nello straordinario. Si eclissa il senso dell’attesa e si perde il senso della “preghiera incessante”, della “realizzazione della promessa”, della Parusia. Difendere l’attesa da senso all’amicizia (“non fidarti subito di qualcuno”, ammonisce il Siracide), al desiderio dei beni (“Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”), ai tempi di Dio (“Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?” si lamenta il Salmista) e perfino alla morte (“io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza.”)

In conclusione, il Capitolo di Biên Hòa è fin troppo mediatizzato. L’attesa, la riservatezza, la libertà sembrano in pericolo. Il Maestro Generale, fr Gerard Timoner op, ha affermato: «La missione non è quello che facciamo. È quello che siamo. Se questo è chiaro, il resto viene da sé. Siamo predicatori anche quando non predichiamo. Siamo predicatori anche se nella vecchiaia non possiamo più parlare. Siamo predicatori anche se non siamo ordinati. Siamo predicatori anche se siamo malati. Siamo predicatori anche se stiamo facendo una difficile ed importante ricerca da soli nella nostra stanza. Siamo predicatori quando aiutiamo le persone svantaggiate. Noi siamo predicatori. Questa è la nostra identità». Dunque, come possiamo essere predicatori nel digitale?

Questo mi piacerebbe leggere negli Atti. Per questo attendo la loro pubblicazione.x

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