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Actuosa partecipatio nell’era digitale


Il termine “Web 2.0”  ha compiuto 15 anni. Nel finire del 2004, Tim O’Reilly organizzava un convegno dal titolo What is Web 2.0[1] in cui sarebbe stato sancito un cambio di paradigma: gli utenti di Internet diventavano produttori dei contenuti che avrebbero consumato. Simbolo di questo rinnovamento fu Wikipedia, l’enciclopedia costruita con il contributo volontario degli utenti. Si impone una nuova figura, quella del prosumer[2], un utente che vuole avere parte attiva nei processi cui partecipa, dalla politica alla educazione, reclamando un diritto ad esprimere, con pari autorità – esperto e non – il proprio giudizio.

Questo atteggiamento caratterizza anche l’approccio alla liturgia dove la comprensione dell’actuosa partecipatio ha dato origine a forme di creatività di difficile condivisione. Infatti, laddove il Concilio afferma che «la madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati alla piena, consapevole ed attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia»[3]  molti hanno visto l’occasione di sperimentare nuovi ruoli liturgici per i sacerdoti, ministri, ministranti e fedeli creando gravi difficoltà al rito ed alla sua comprensione. Anche fra i laici, inclusi quelli domenicani, si agitano le stesse tensioni della Chiesa Universale: quelli che evidenziano gli abusi, vorrebbero ritornare alle certezze del rito precedente, chi rivendica le novità dichiara chiusa ogni suggestione passata e chi auspica la genuinità della riforma non è ascoltato. Non si può banalizzare il problema limitandosi alla sola questione dell’uso del latino o del gregoriano, ma occorre aprirsi all’orizzonte problematico per suscitare riflessioni comuni.

Vorrei condividere una suggestione, non ancora un’analisi o un bilancio, seguendo l’analogia con il Web: il primo passo è comprendere il nuovo paradigma di attiva partecipazione (potremmo dire dalla Liturgia 1.0 alla Liturgia 2.0), poi approfondire le incomprensioni e le resistenze ricordando le recriminazioni di Umberto Eco verso i social network (condivise da quanti rifiutano il digitale perché il mondo, le relazioni e le persone vere sono altre!) ed in ultimo propongo una interpretazione del prosumer liturgico cioè della actuosa partecipatio nella cultura digitale.

Dalla Liturgia 1.0 alla Liturgia 2.0

Il paradigma di una ipotetica Liturgia 1.0 è rappresentato dalla Mediator Dei[4], in cui la partecipazione è compresa come fidelium partecipatio, una partecipazione intima e personale che mette in unione spirituale con il rito[5]. L’attenzione è posta sulla predisposizione dell’anima, sul raggiungimento di uno stato idoneo alla sacralità del rito, a provare gli stessi sentimenti celebrati. Per ottenere questo risultato è più che lecito, anzi è raccomandato, affidarsi alle pratiche della devozione consumando, così, una separazione fra rito e fedeli: è importante lo stato d’animo interiore e non il rito cui si è presenti e partecipare diventa un esercizio spirituale indipendente dal rito celebrato. Il Fedele 1.0 è un consumatore passivo che deve “prendere Messa” e la “prende” in una sorta di supermercato liturgico dove compra (prende) quello di cui ho bisogno (la Messa) pagando un prezzo equo (la devozione). L’assemblea dei fedeli si frantuma in una pluralità di devozioni dove ognuno è presente per sé indipendentemente dagli altri, viene a mancare un’azione comune e ci si affida a percorsi spirituali personali ed individuali.

Il Concilio Vaticano II ha voluto ridare al rito la sua giusta centralità. La partecipazione è compresa come un’azione comune svolta da tutto il popolo di Dio secondo il proprio titolo e grado. Il rito viene celebrato per tutti da tutti riscoprendo una “destinazione comune”, coinvolge il corpo oltre all’anima in azioni e gesti ordinati che ricompongono e ricostituiscono l’unità originaria del popolo di Dio celebrante. Il Fedele 2.0 ha un ruolo attivo: come nel Web 2.0 commenta, posta, mette mi piace o twitta così nella liturgia scopre spazi a lui dedicati dove può agire. Da qui, da tutte le mal comprese indicazioni e dalla latitanza o negligenza degli educatori, nascono i problemi e gli abusi.

Web 2.0, gli imbecilli ed Umberto Eco

Il 10 giugno 2015, il rettore dell’Università di Torino, prof. Gianmaria Ajani, conferiva ad Umberto Eco la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei Media”. Dopo la lectio magistralis, nella chiacchierata con i giornalisti, Eco espresse delle convinzioni sui social network che nella loro forma riassunta vengono spesso ricordate: «I social network danno diritto di parola a milioni di imbecilli. Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli»[6]. Bisogna affermare chiaramente, però, che se è vero che i social media abilitano gli idioti a parlare, è anche vero che il loro successo è dovuto a quelli che li leggono e ripropongono le loro idiozie.

Nella Liturgia 2.0 assistiamo allo stesso fenomeno: le tante opzioni, l’ampia scelta dei formulari e la delega all’Ordinario del luogo sono state confuse con l’autorizzazione a sperimentare innovazioni che nessuno ha contrastato per vari motivi, dalla negligenza alla scarsa preparazione. La Chiesa ha cercato di porre un qualche argine, ad esempio con alcuni documenti la cui conoscenza o, peggio, l’applicazione è andata delusa per “motivi pastorali” o perché sembrava opportuno fare un’eccezione (ecco l’«imbecille» che parla arrogandosi l’autorità di un Nobel o, fuor di metafora, il coadiuvatore parrocchiale che si crede più intelligente del Magistero senza che nessuno lo corregga)[7]. Parliamo di abusi (intervento di un laico in sostituzione dell’omelia), di irregolarità (“cambiare” i testi liturgici a proprio piacimento) o “errori pastorali” (spiegare la liturgia mentre si celebra)[8]. Il risultato è un’assemblea disordinata che continua a partecipare secondo parametri personali. Una celebrazione ordinata e partecipata dovrebbe avere azioni, gesti e parole compiute in modo corretto a tempo debito. Non è un’assemblea ordinata né partecipe attivamente quella che, ad esempio, dopo Orate frates non ha ben chiaro quando stare in piedi, all’Anafora quando inginocchiarsi, alzarsi o sedersi, al Pater se alzare le braccia, allargarle, prendersi per mano o non fare nulla di tutto questo.

Purtroppo non esiste neanche una formazione da parte dei sacerdoti o di qualche esperto e così, per paura di perdere fedeli, si permette ogni cosa. Richiamarsi alle rubriche o vietare del tutto ogni alternativa è un rimedio peggiore del male. Vieta chi non è in grado di educare e la Chiesa (intesa come popolo di Dio nella sua interezza) non dovrebbe mai abdicare alla sua pedagogia. Non è nemmeno possibile cancellare o privilegiare qualche rito precedente. Questa è una convinzione perniciosa di quanti ignorano, o voglio ignorare, che la Summorum Pontificum[9] è stato un tentativo estremo per riabbracciare quanti si erano allontanati dalla comunione con la Chiesa e viene utilizzata come una conquista contro la riforma liturgica. Eppure questo, come i documenti seguenti, non contengono alcuna critica all’attuale liturgia né autorizzano il grave arretramento verso la divisione dell’assemblea e del popolo di Dio[10]. Nemmeno il formalismo delle rubriche è idoneo a ridurre gli abusi perché l’accento si sposta sulla tecnica celebrativa piuttosto che sul rito, una sorta di vittoria dell’homo faber su l’homo credens.

Libertà liturgica, tradizionalismo e ritualismo sono risposte inadeguate che perpetuano gli errori precedenti. Gli “avventori del bar” di Eco non dovrebbero parlare impunemente nelle sagrestie e, allo stesso modo, quanti oggi osteggiano la riforma liturgica e tornano a celebrare secondo riti che la Chiesa ha sentito l’urgenza di riformare, dovrebbero considerare che si stanno posizionando nel campo di chi si oppone al Papa ed è in difficile comunione con la Chiesa.

Prosumer Liturgico ovvero il Partecipante Attivo

Mons. Luca Brandolini, già vescovo ausiliare di Roma, essendo un liturgista era solito ripetere: «dimmi come celebri e ti dirò che fede hai». È importante riscoprire l’ars celebrandi che Benedetto XVI considerava «la migliore condizione per la partecipazione attiva»[11]. Anzi, papa Ratzinger ricordava che «la liturgia, infatti, possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consente di mirare al coinvolgimento di tutto l’essere umano»[12].

Se è vero che «la celebrazione eucaristica trova giovamento là dove i sacerdoti ed i responsabili della pastorale liturgica si impegnano a far conoscere i libri liturgici e le norme» è anche vero che ci deve essere pure per loro una formazione adeguata affinché sappiamo tracciare un percorso di conoscenza e sensibilità liturgica adeguata ai tempi. Ad esempio, usare latino e gregoriano senza una preparazione previa dell’assemblea od una sua accertata disposizione all’uso, ha come effetto la diserzione delle celebrazioni. Altresì ridurre a siparietto teatrale la celebrazione per i ragazzi del catechismo significa svilire il senso del sacro.

Possiamo affermare, in conclusione, che l’actuosa partecipatio deve recuperare la dimensione integrale del fedele e quella comunitaria del popolo di Dio, un linguaggio verbale e non-corporeo, sfruttare la «varietà dei registri» e «le forme di linguaggi previste». Nell’era digitale, anche gli imbecilli del bar di Eco possono partecipare alla liturgia ma, per evitare che parlino con la pretesa autorità della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ci dovrebbero essere responsabili autorevoli in grado di formare le sensibilità e bloccare ogni tentazione contrario alla riforma liturgica del Vaticano II. Una pastorale liturgica in cui sono coinvolti anche i laici.

Come ricordava Tommaso «periculum quod sequitur de prædicatione omissa, non imminet nisi eis quibus commissum est officium prædicandi»[13].

 


Note

[1] Tim O’Reilly stesso racconta questi esordi nel suo sito http://goo.gl/JPPmNZ

[2] Prosumer è una crasi dei termini promoter e consumer coniata da Alvin Toffler in The Third Wave (1980)

[3] Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 4 dicembre 1963, 14

[4] Pio XII, Lett. Enc. Mediator Dei, 20 novembre 1947

[5] «sed tam impense tamque actuose ut cum Summo Sacerdote arctissime coniugentur»

[6] Cfr Repubblica TV http://goo.gl/RWuKU1

[7] Istruzione La collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti, 15 agosto 1997 e Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Redemptoris Sacramentum, 25 marzo 2004

[8] R. Pane, Liturgia Creativa, ESD, 2010 contiene una rassegna di azioni e gesti sbagliati

[9] Benedetto XVI, Motu Proprio Summorum Pontificum, 7 luglio 2007

[10] Cfr. A. Grillo, Un bilancio del motu proprio “Summorum Pontificum” in Concilium 45/2 (2009), 125-132

[11] Benedetto XVI, Esort. Apost. Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2008, 38

[12] Benedetto XVI, ibidem, 40

[13] «Il pericolo che viene dalla mancata predicazione minaccia soltanto coloro che ne sono incaricati» (II-IIae q.10 a.12 ad.5) 

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