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fr Radcliffe: La fede in un tempo di fondamentalismo


La mia cara amica e consorella nell’Ordine, Ruth Anne Henderson, collaboratrice con me in quella sorta di Segreteria del Promotore Generale, domenica 12 maggio ha incontrato fr Timothy Radcliffe op, precedente Maestro dell’Ordine, al Salone del Libro di Torino dove ha tenuto una conferenza che è stata pubblicata su Fraternities OP in inglese e qui in italiano nella traduzione della stessa Ruth Anne che ringraziamo. 

(download della conferenza in PDF)


LA FEDE IN UN TEMPO DI FONDAMENTALISMO

Un fenomeno moderno

 

Se avessi una mente latina, comincerei con una definizione di «fondamentalismo». Questa è la bellezza della mente romana: la chiarezza del sole splendente. Ma io sono un anglosassone del grigio Nord, e noi alla chiarezza ci carriviamo lentamente, strisciando.

In Inghilterra, quando si parla di «fondamentalismo», ci si riferisce quasi sempre all’islam radicale. La gente pensa immediatamente all’Isis. Oppure ad al-Qaeda, che in arabo significa, alla lettera, «il fondamento», quindi si autodefinisce fondamentalista. Ma nella storia contemporanea si assiste a un’esplosione di fondamentalismo in tutte le religioni, a partire dal fondamentalismo cristiano in America alla fine del diciannovesimo secolo. In India c’è un crescente fondamentalismo induista, e alcuni chiedono l’espulsione di tutti i cristiani dal Paese. In Birmania il fondamentalismo buddhista ha portato alla persecuzione dei musulmani Rohingya. Di solito il fondamentalismo è legato a un’interpretazione letterale di alcune sacre scritture, e alla violenza e all’intolleranza nei confronti delle persone di altre fedi o non credenti. Che sono anche fondamentalisti nella Chiesa Cattolica!

Molte persone sostengono che ciò dimostra quanto sia pericolosa la religione. L’intolleranza medievale ha rialzato la testa. La cultura razionale dell’Illuminismo sta vacillando. Ma il filosofo tedesco Jürgen Habermas ha affermato che il fondamentalismo è essenzialmente moderno.[1] Egli ritiene che sia nato da una reazione al colonialismo europeo che ha fatto a brandelli le antiche culture. Io penso che le sue origini siano ancora più antiche e risalgano a una convinzione del diciassettesimo secolo: quella che un giorno la scienza darà una risposta a tutte le nostre domande. L’unica verità è scientifica: un’ideologia che si chiama «scientismo». Il fondamentalismo cristiano è stato una reazione a questo fondamentalismo scientifico. In risposta alla pretesa di alcuni scienziati di poter spiegare tutto, i protestanti nel Sud degli Stati Uniti hanno detto: «Tutte le risposte sono nella Bibbia. Torniamo alle basi [fundamentals] della parola di Dio». Questa fu l’origine della parola «fondamentalismo».

La modernità, tuttavia, è caratterizzata da molte forme di fondamentalismo. C’è il fondamentalismo economico, la credenza semplicistica che la mano invisibile del mercato risolverà tutti i problemi economici, una sorta di culto religioso che ha per centro Chicago. Il ventesimo secolo è stato crocifisso dal fondamentalismo nazionalista, dalla fede cieca nel «mio Paese, nel bene o nel male». Ciò ha portato alla morte di milioni di persone in due guerre mondiali. Il fondamentalismo ideologico del comunismo ha portato al massacro di altri milioni di persone in Russia, Cina e Cambogia. Il fondamentalismo religioso non è un ritorno al Medioevo. È completamente moderno. Fa parte della nostra cultura contemporanea.

Un mondo di ideologie semplicistiche

Il fondamentalismo è semplicistico. Spiega tutto facendo riferimento a una maniera elementare di vedere la realtà. Questa tendenza alla ipersemplificazione è accentuata dai moderni mezzi di comunicazione sociale. La comunicazione istantanea di messaggi abbreviati riduce i problemi complessi a slogan. Il presidente degli Stati Uniti porta avanti il suo programma politico per mezzo di tweet. Padre Adolfo Nicholas, già superiore generale dei gesuiti, ritiene che la più grave minaccia per la nostra civiltà sia la «globalizzazione della superficialità». «Tutte le grandi civiltà hanno affrontato domande fondamentali: cosa significa essere umani? Come si raggiunge la felicità? Il nostro universo ha un destino ultimo o va alla deriva verso un’estinzione priva di senso? La comunicazione incessante, lo scambio infinito di sms, per non parlare del sexting, tendono a sopprimere l’esplorazione di tali questioni in profondità».[2]

Il fondamentalismo in tutte le sue forme prospera perché l’idea della verità, se non in senso strettamente scientifico, sta evaporando. Il presidente Trump accusa tutti di diffondere «fake news», ma lui si inventa la sua verità ogni giorno. Stephen Colbert ha coniato un nuovo termine inglese, truthiness, che si riferisce a una sensazione puramente soggettiva di verità. È l’espressione di una «reazione di pancia». “It is true because I feel it”. Su Twitter e nei blog molta gente spara affermazioni senza preoccuparsi se siano vere o no. Una volta ho letto in un blog che, quando ero maestro dell’Ordine, ho dato il permesso a un provinciale di convivere con la sua amante, una suora, in un vagone ferroviario!

Una conseguenza di ciò è l’ascesa del populismo in tutta Europa: lo vedete qui in Italia, ma anche in Polonia, in Ungheria, nella Repubblica Ceca, in Germania con Alternative für Deutschland, e addirittura in Scandinavia. È stato il populismo a causare la Brexit in Inghilterra e a portare Trump alla Casa Bianca. Lo scorso giugno, il filosofo francese Bernard-Henri Levy ha dichiarato: «Rischiamo il completo collasso dell’ Europa. E, se questo accade, prenderanno il sopravvento le peggiori forme di populismo, torneranno il razzismo e l’antisemitismo e a seguire la miseria. La solita vecchia storia! […] Siamo in una situazione di catastrofe al rallentatore».[3]

Ho evocato una serie di termini correlati: fondamentalismo, populismo, truthiness. Se fossi uno scienziato sociale, mi prenderei del tempo per esplorare le loro relazioni precise. Ma non lo sono, e non ho il tempo di cercare quella chiarezza concettuale tanto amata dai Romani! Mi concentrerò quindi sulla domanda chiave: come possiamo comunicare la nostra fede in questo mondo di oggi, caratterizzato da ideologie semplicistiche, convinzioni appassionate che si scontrano nella notte?[4]

Ascoltare, ma anche contestare

Prima di tutto, la nostra fede deve entrare in contatto con le speranze e le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla nostra cultura fondamentalista. Dobbiamo capire perché pensano e votano in quel modo. Spesso le persone di sinistra parlano con disprezzo delle persone attratte dal fondamentalismo e dal populismo, come se fossero spregevoli. Hillary Clinton ha detto che la metà dei sostenitori di Trump era un «branco di miserabili». Questo non poteva che confermare la loro sensazione che l’élite li considera delle nullità. Se non rivolgiamo attenzione a ciò che li muove, la nostra fede sarà irrilevante. Il generale De Gaulle ritornò al potere in seguito a un discorso in Algeria nel millenovecentocinquantotto, in cui disse a una vasta folla: «Je vous ai compris» (Io vi ho capito). Nessuno ha mai scoperto cosa volesse dire esattamente, ma la gente ha sentito che là c’era qualcuno che l’aveva ascoltata!

Ma dobbiamo anche contestare gli assunti di base della nostra cultura fondamentalista e populista. Altrimenti saremo ugualmente irrilevanti. Quindi, come possiamo nello stesso tempo entrare in contatto con le speranze e le paure, e contestare loro assunti? Questo è il compito della nostra fede in un tempo di fondamentalismo!

Il dolore degli invisibili

Molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Sui loro iPhone vedono scorci di un mondo di ricchezza e di privilegi da cui sono escluse. Non hanno voce né futuro. Sono solo numeri nelle statistiche. Gli italiani del Sud hanno votato per i partiti populisti perché avevano perso ogni fiducia nelle istituzioni dello Stato. In Gran Bretagna hanno votato per la Brexit gli abitanti delle vecchie zone industriali del Nord, che una volta erano i centri della produzione e dell’attività mineraria. Molti di loro sanno che la Brexit non gli porterà alcun beneficio, ma non importa. È un voto di grande rabbia e frustrazione.

La gente nel Midwest degli Stati Uniti ha votato per Trump per ragioni simili. Ci dicono: «Esistiamo e contiamo. Anche noi siamo esseri umani!». I giovani in carcere, che si sentono cancellati, possono convertirsi a forme radicali di Islam per la stessa ragione: «Con la mia nuova fede io sono qualcuno». Muhammad Ali, il pugile di fama mondiale, ha dichiarato: «Io sono l’America. Sono la parte che non volete riconoscere. Ma vi dovrete abituare a me: un nero molto sicuro di sé, aggressivo. Con il mio nome, non quello che mi avete dato voi, la mia religione e non la vostra, i miei obiettivi. Vi dovrete abituare a me».

La prima sfida per il cristianesimo è dimostrare che abbiamo compreso il dolore di queste persone. Dio è diventato il figlio di un povero falegname in una zona arretrata dell’Impero romano perché ognuno di noi è importante. Gesù dice: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?» (Mt 6,26).

Invitare a seguire Cristo

In secondo luogo, l’attrattiva del fondamentalismo è proprio quella di offrire qualcosa di fondamentale. Al Qaeda! È una base su cui si può costruire una vita e dare forma a un futuro. Migliaia di giovani europei, americani e australiani, spesso convertiti, si sono uniti all’Isis, perché offriva uno scopo alla loro vita. Ha detto loro: «Potete essere eroi e martiri. La vostra vita può far parte di un dramma straordinario». È un orrendo culto della morte, ma la sua attrattiva stava nel chiedere tutto: «Dacci la tua vita e puoi fare la differenza!».

Il cristianesimo sarà attraente per coloro che si sentono inutili e invisibili solo se oseremo chiedere molto. Se noi «commercializziamo» il cristianesimo come un innocuo hobby che non impegna più di tanto, chi se ne darà pensiero?

Nel 2010 Xavier Beauvois ha realizzato il film Uomini di Dio. Raccontava la storia di una piccola comunità di monaci trappisti in Algeria. Negli anni Novanta furono colpiti dalla violenza che aveva travolto il Paese. Questo film ha catturato l’immaginazione di milioni di persone. L’ho visto in un cinema di Oxford, insieme a un amico ateo o agnostico nelle giornate buone! Alla fine del film c’era un silenzio totale. Nessuno osava uscire dalla sala per non rompere l’incantesimo. I monaci discutevano se rimanere in Algeria o tornare in Francia per salvarsi la vita. Sono rimasti e nel millenovecentonovantasei hanno subito il martirio. Gli spettatori erano affascinati perché vedevano persone comuni, come noi, decidere di rischiare tutto! I monaci hanno compiuto una scelta radicale. Hanno scelto la cosa più fondamentale: seguire Gesù.

Se presentiamo la pericolosa avventura del cristianesimo, alcune persone si prenderanno paura e scapperanno; altri invece si avvicineranno. Nessuno più butterà via il cristianesimo perché è una noia! Quindi, se vogliamo coinvolgere le persone in questo periodo di fondamentalismo culturale, la Chiesa deve dare prova di vedere le persone invisibili e di avere il coraggio di invitarle a seguire Cristo. Non è una religione che ti avvolge nella bambagia. Bisognerebbe metterci il foglietto delle avvertenze sanitarie! Se non facciamo entrambe le cose, la nostra fede apparirà irrilevante.

Identità

Ma saremo irrilevanti anche se non contesteremo gli assunti di questa cultura fondamentalista. Il primo assunto che dobbiamo mettere in discussione è che il fondamentalismo difenda realmente l’identità. Le persone che si uniscono a un gruppo religioso fondamentalista o a un partito populista sono spesso alla ricerca di una chiara identità. Vogliono sapere chi sono. Tradizionalmente i fattori di identità sono il genere, la famiglia, il villaggio o la cittâ, e la religione. Ma oggi risultano alquanto indeboliti. L’identità di genere è contestata. La famiglia tradizionale si è in gran parte disgregata. Milioni di persone sono emigrate in città dove nessuno le conosce. La laicità ha sovvertito l’identità religiosa. Quale identità ci è rimasta?

Forse è per questo che le persone si identificano così appassionatamente con la loro squadra di calcio. Quando tutto il resto è perduto, il tifo dà alle persone un nome, un inno e una squadra. I domenicani sono molto orgogliosi di essere stati coinvolti nella fondazione di due grandi squadre di calcio, la Juventus e il Newcastle United! Se hai delle incertezze riguardo alla tua identità, ti sentirai attratto da un gruppo che ti definisce con chiarezza, a livello di fede o di appartenenza etnica o politica, e ti permette di dire: «Questo è ciò che sono, mica uno di quegli infedeli o stranieri!».

Il cattolicesimo offre una risposta sottile a questa ricerca di identità. Uno dei miei testi preferiti della Scrittura è la Prima lettera di san Giovanni: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2). Si noti come viene data l’identità. Siamo figli di Dio già adesso. Noi sappiamo chi siamo. Ma la nostra identità è anche sconosciuta, nascosta nel futuro. «Ciò che saremo non è stato ancora rivelato». L’identità è data ed è da scoprire.

Siamo cattolici. Ecco il nostro Credo, la nostra comunità, le nostre preghiere e i nostri sacramenti! Noi sappiamo chi siamo. Questo è attraente per le persone che desiderano un’identità chiara. Ma nello stesso tempo io non so ancora chi sono. E non lo saprò finché non saranno guarite tutte le divisioni tra gli esseri umani. In un mondo che è crocifisso da gravi disuguaglianze di ricchezza, tanto che i ricchi e i poveri sembrano appartenere a specie diverse, non possiamo sapere pienamente chi siamo. In un mondo in cui esistono pregiudizi razziali e pregiudizi contro le donne, anche nella Chiesa, non possiamo ancora sapere chi siamo. Un canto gospel degli schiavi africani in America diceva: «Oh, nessuno sa chi sono io / Fino al giorno del giudizio».

Se la tua identità è completamente definita, allora lo straniero apparirà come una minaccia. Che ci fa costui nel mio Paese? Perché questo musulmano pratica la sua religione nella mia terra cristiana? Ma per il cristianesimo è di fronte allo sconosciuto che scopro un nuovo aspetto della mia identità. È con lui o con lei che mi accorgo di essere una persona nuova. Finché escludo l’altra persona, non riesco a essere completamente me stesso. Quindi il cristianesimo dice: sì, certo, tu sai chi sei, ma non del tutto! L’identità piena è sempre più avanti, rimane da scoprire. Quando ho vissuto in Francia per un anno come studente, sono stato liberato un po dalla mia piccola identità britannica. Quando ho viaggiato in tutto il mondo come maestro dei domenicani, il mio cuore si è spalancato. È ciò che san Tommaso d’Aquino chiamava latitudo cordis, l’allargamento del cuore. Essere pienamente umani significa non sapere pienamente chi sei.

Paura della differenza

La seconda contestazione che dobbiamo fare riguarda la paura della differenza. In tutto il corso della storia umana le persone diverse sono state temute, a causa della diversità di aspetto, di lingua, di religione. Ma la modernità è segnata da un paradosso. Con i mezzi di comunicazione sociale siamo in contatto con estranei in tutto il mondo. Al mattino guardo le mie email e possono esserci messaggi che provengono da tre continenti. Viviamo nel villaggio globale. Meravigliosa!

Eppure, nello stesso tempo cresce la paura della differenza. Richard Sennett della New York University sostiene che la società occidentale si è notevolmente tribalizzata. «Il tribalismo coniuga la solidarietà con altri simili a te con l’aggressione contro quelli che sono diversi».[5] Internet favorisce la creazione di legami tra persone dalle opinioni simili. Il romanziere americano Jonathan Franzen ha scritto: «Gli algoritmi invisibili di Facebook e Google ti guidano verso i contenuti con cui sei d’accordo, e le voci non conformi tacciono per paura di essere attaccate, vilipese o private dell’amicizia. Il risultato è una catena di messaggi in cui, da qualsiasi parte tu ti sia schierato, hai assolutamente ragione a odiare ciò che odi».[6] Questa paura della differenza alimenta l’ascesa del fondamentalismo e dei partiti populisti.

Ma la differenza è nel Dna del cattolicesimo. Il cattolicesimo non è un blocco monolitico omogeneo come un gelato alla vaniglia. È pieno di differenze nell’unità. Quattro Vangeli in un Nuovo Testamento; Antico e Nuovo Testamento in un’unica Bibbia; Gesù, il nostro salvatore, abbraccia la più grande differenza immaginabile, quella tra l’uomo e Dio, nella sua unica persona. Pensiamo a tutte le gloriose differenze tra le spiritualità: benedettina, domenicana, francescana e gesuita . I domenicani e i gesuiti si confrontavano con tale veemenza sulla natura della grazia che il papa dovette ordinarci di stare zitti. Avevamo ragione noi, i dominicani, naturalmente.

Questa ampia varietà è ciò che Dante chiama «la divina foresta spessa e viva».[7] Il cattolicesimo è per sua natura ampio e vario. La gente pensa che siamo tutti uguali, ma ci sono ventiquattro Chiese all’interno del cattolicesimo, di cui quella di rito latino è solo una, anche se di gran lunga la più grande.

Dinanzi all’ascesa del protestantesimo, il cattolicesimo si è spesso lasciato vincere dalla tentazione di pensare che l’unità sia uniformità. Papa Francesco ci esorta ad avere il coraggio di abbracciare la tradizione originale della nostra Chiesa, la bellezza della differenza. Questo è il motivo per cui egli vuole che le iniziative vengano dalle periferie e non dal centro. Il piacere della differenza sovverte le formule semplicistiche della nostra cultura fondamentalista.

Il pericolo del linguaggio riduttivo

Alla base di entrambe queste sfide alla cultura contemporanea ce n’è una terza che desidero solamente menzionare, ma che è difficile evocare in poche frasi. Il fondamentalismo in tutte le sue forme tende ad assumere che è possibile affermare verità profonde in modo letterale e univoco. I fondamentalisti religiosi leggono le loro sacre scritture e tutto appare chiaro ed evidente: è la parola di Dio. Ma Jonathan Sachs, l’ex rabbino capo della Gran Bretagna, ama citare i rabbini che hanno scritto: «Chi traduce alla lettera un versetto delle Scritture è un bugiardo».[8]

La stessa assunzione è implicita anche in quelle interpretazioni strettamente scientifiche della realtà che pretendono di fornire una descrizione completa entro i limiti di un linguaggio univoco. Si tratta di una visione riduttiva che la filosofa inglese Mary Midgely ha denominato «nientaltrocheismo»:[9] «La persona umana non è “nient’altro che” l’animale umano; la legge non è “nient’altro che” un insieme di rapporti di potere sociale; l’amore sessuale non è “nient’altro che” l’impulso alla procreazione; l’altruismo non è “nient’altro che” la strategia genetica dominante descritta da Maynard Smith; la Monna Lisa non è “nient’altro che” una diffusione di pigmenti su una tela; la Nona Sinfonia  [de Beethoven] non è “nient’altro che” una sequenza di suoni alti o bassi di vario timbro».[10]

Le grandi verità della nostra fede sono esplorate con un linguaggio che è metaforico e poetico. Quando parliamo della divinità di Cristo o della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, ci protendiamo verso verità che sono al di là della nostra portata. Come ha scritto Robert Browning:

La portata del braccio di un uomo dovrebbe superare la sua presa, altrimenti a che serve un paradiso?[11]

Anche un teologo analitico come san Tommaso d’Aquino, con una buona mente latina, ha scritto la sua migliore teologia in poesia, ad esempio in occasione della festa del Corpus Domini. Le parole si estendono oltre il loro significato letterale per indicare il mistero che intravediamo ma non riusciamo ad articolare pienamente. In questo mondo, scrive Tommaso, siamo legati a Dio come all’ignoto.

Il più grande ostacolo alla nostra fede non è l’ateismo o il secolarismo. È un linguaggio che non si eleva mai, ma rimane banalmente prosaico. È quello che Flannery O’Connor chiamava il linguaggio dei «polli senza ali». Noi cristiani dovremmo considerare i grandi poeti e registi, romanzieri e pittori, come i nostri alleati naturali nella ricerca di accenni al trascendente. Non importa se sono cristiani o seguaci di altre fedi o di nessuna. Se lottano con la complessità dell’esperienza umana, con i nostri meravigliosi e fallaci tentativi di amare, possiamo imparare da loro. E se ci vedono imparare da loro, allora, chissà, potrebbero anche loro imparare da noi.

Sintesi conclusiva

Quindi la fede in un tempo di fondamentalismo deve raccogliere una doppia sfida. Deve entrare in contatto con le speranze e le paure di coloro che sono attratti da questi modi semplicistici di vedere il mondo. Spesso le persone sono spinte verso ogni sorta di fondamentalismo e populismo dalla sensazione di essere senza valore, invisibili. La Chiesa deve quindi rendersi presente nelle loro vite, riconoscendo la loro dignità di figli di Dio. In tempi disperati, quando il futuro sembra cupo, le persone desiderano ardentemente una causa a cui donarsi. Perciò non dobbiamo temere di proporre la pericolosa avventura della sequela di Cristo.

Ma bisogna anche essere critici nei confronti della nostra cultura fondamentalista, altrimenti saremo irrilevanti. Dobbiamo offrire alle persone sia la sicurezza di una data identità come membri della Chiesa, sia la sfida di un’identità aperta, ancora da scoprire nella relazione con lo sconosciuto. Non dobbiamo aver paura della differenza, perché là dove differiamo possiamo imparare dagli altri e insegnare. E infine, la profondità della nostra fede può essere comunicata solo se recuperiamo la sua dimensione poetica. Un linguaggio piatto e univoco ci rifornisce di polli senza ali ma non ci lascia intravedere lo Spirito Santo. La nostra fede vive sull’orlo del linguaggio.

 

[1] J. Habermas, «For God’s Sake, Spare Us Governing Philosophers!», in El País Semanal in English, https://elpais.com/elpais/2018/05/07/inenglish/1525683618_145760.html

[2] A. Nicholas, «Depth, Universality and Learned Ministry: Challenges to Jesuit Higher Education Today», conferenza tenuta a Città del Messico il 23 aprile 2010.

[3] «L’Europa vista da Bernard-Henri Lévy», intervista di A. Elkann, in La Stampa, 10 giugno 2018.

[4] L’Autore allude a un verso della poesia Dover Beach di Matthew Arnold: «eserciti ignoranti che si scontrano nella notte» (NdT).

[5] Location 99. [Cit. da completare]

[6] «Is it too late to save the world?», in The Guardian, 4 novembre 2017.

[7] Purgatorio, XXVIII, 2.

[8] No to the God of Violence, p. 208. [Cit. da completare]

[9] Il termine originale inglese è nothingbuttery, dove il suffisso equivarrebbe all’italiano «-eria», come nei vocaboli «astruseria», «diavoleria» e simili. È sembrato preferibile rendere il concetto con il suffisso «-ismo» (NdT).

[10] R. Scruton, The Soul of the World, Princeton University Press, Princeton 2014, p. 39.

[11] R. Browning, Andrea del Sarto, …

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