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fr Byrne op: Il ministero della Predicazione

Damian Byrne missione predicazione

IL MINISTERO DELLA PREDICAZIONE
Lettera del Maestro dell’Ordine p. DAMIAN BYRNE
AI FRATI E A TUTTA LA FAMIGLIA DOMENICANA

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Cari fratelli e sorelle,
S.  Domenico  voleva  che  il  suo  Ordine  si  chiamasse  e  fosse  realmente  un  Ordine  di Predicatori. Questo è il titolo che scelse per sé e per i suoi compagni, titolo riconosciuto dalla Chiesa. Tale titolo determinò non solo la sua missione ma il suo stile di vita. Benché siano molti i chiamati alla predicazione, tuttavia un Ordine di Predicatori che ricordi alla Chiesa la sua missione di predicare è necessario. Come esistono Ordini dediti alla preghiera, missionari o al servizio dei poveri, e tutti siamo chiamati a svolgere questi compiti in un modo o in un altro, così noi siamo un richiamo costante a tutta la Chiesa circa l’importanza della predicazione. In essa dovremmo dunque eccellere.
Ma come dobbiamo vivere e cosa dobbiamo fare per realizzare la nostra vocazione di uomini e donne che proclamano il messaggio di salvezza del Cristo, in modo che tutto diventi realtà ardentemente vissuta da noi e da coloro ai quali siamo inviati?

Vita e Testimonianza
Uno dei segreti del successo di Domenico come predicatore fu il suo stile di vita. Certamente egli farebbe propri i sentimenti della Evangelii Nuntiandi: «L’uomo contemporaneo ascolta con maggiore interesse quelli che danno testimonianza piuttosto che coloro che insegnano, o se ascolta coloro che insegnano è perché danno testimonianza» (E. N. 41).
Quello che conquista la gente non è quanto diciamo, ma ciò che siamo. Nostro Signore convertì un peccatore come Matteo con una parola, e Pietro con un semplice sguardo. Mangiò coipeccatori. Sfidò i pregiudizi sociali parlando e mangiando con i Samaritani, con chi riscuoteva le tasse e con le prostitute. Con l’azione e la parola Gesù proclamò l’amore misericordioso di Dio.
Nell’Octogesima Adveniens, Paolo VI ci ricorda: «Oggi più che mai la Parola di Dio non potrà essere  proclamata  o  ascoltata  se  non  è  accompagnata  dalla  testimonianza  della  potenza  dello Spirito Santo, operante nell’azione dei cristiani a servizio dei loro fratelli, nei luoghi dove si mette in gioco la loro esistenza e il loro avvenire» (51).
Sono vuote le nostre parole se non vengono accompagnate dalla testimonianza della vita, tanto individuale quanto comunitaria. La vita comune è inseparabilmente unita alla nostra missione di predicare. Missione e comunione sono due facce della stessa medaglia, tanto nella Chiesa come
nell’Ordine e non possiamo separarle. Proprio per questo, attraverso cioè la testimonianza della loro vita, le nostre sorelle contemplative sono il cuore della nostra famiglia di predicatori. Tuttavia la testimonianza della vita fiorisce all’interno di una testimonianza più profonda.

Voler vedere Gesù
Nel Vangelo, il Signore disse agli Apostoli: «Voi sarete miei testimoni». La frase “noi siamo testimoni” significa letteralmente che si offre l’esperienza di un Cristo vivo, di qualcuno che è possibile incontrare e con cui parlare. La richiesta di coloro che avvicinando Filippo gli dissero: «Vogliamo vedere Gesù», è oggi il grido di molti nel mondo. Ma quante volte lo possono scoprire nella parola che diamo loro? Con una certa angustia Paolo VI scriveva: «In modo tacito o con forti grida, ma sempre con forza, ci viene chiesto: Credi veramente in ciò che annunzi? Vivi ciò che credi?
Predichi veramente ciò che vivi?» (EN 76).
Quello che il mondo cerca è una testimonianza degna di essere creduta. La gente è stanca di finzioni. Vuole vedere Gesù, come Madre Teresa di Calcutta ci ha ricordato con chiarezza: «La gente
cerca di vedere Gesù in noi».
Se siamo predicatori, dobbiamo essere uomini e donne che leggono, riflettono e vivono la parola della Scrittura. Questo incontro ponderato e meditato con il Gesù dei Vangeli si muta in una fonte di vita per ciascuno di noi. Dalla mensa della Parola e dalla mensa dell’Eucarestia la nostra vita di predicatori riceve il suo alimento. Necessitiamo di rinnovare la nostra fede nella potenza della Parola di Dio: «La Parola di Dio è viva, è vita…»(Eb 4, 12). Quando la si predica, Cristo è presente (cf. Mysterium Fidei, n. 36). In questo momento storico però la Parola dev’essere meditata.

Applicazione
La nostra predicazione non sarà completa se non mettiamo in relazione il Vangelo con la vita della gente. Come Gesù predicò il suo messaggio rapportandolo alla gente del suo tempo, così noi dobbiamo presentare il suo messaggio in modo adeguato alla gente del nostro tempo. In conformità al Vangelo la nostra predicazione dev’essere aperta agli interrogativi che ci vengono posti. Questo ci obbliga ad ascoltare e a stare allerta circa i movimenti che si succedono con rapidità nella nostra società così mutevole. Come potremmo parlare ai bisogni della gente se non condividiamo le loro pene e le loro gioie? Ce lo ricorda la Gaudium et Spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angustie degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e di quanti soffrono sono allo stesso tempo gioie e speranze, tristezze e angustie dei discepoli di Cristo. Non c’è nulla di veramente umano che non abbia eco nel suo cuore» (1).
Prima di parlare dobbiamo ascoltare, non solo la voce del popolo ma anche i suoi occhi e il suo cuore. In tal modo la nostra parola pronunciata ogni giorno dall’altare, nella scuola, nella stanza di un ospedale… sarà una parola di speranza: la qualità della predicazione, sulla quale più insisteva il Papa Paolo VI.

Profetica e dottrinale
Ritroviamo la miglior tradizione dell’Ordine quando la nostra predicazione è profetica. La predicazione puramente teorica e astratta non coglie né lo spirito di S. Domenico né il cuore dei fedeli. La predicazione profetica non è il puro condividere la scienza bensì la gioiosa proclamazione della Parola di Dio viva e vivificante, col necessario annunzio del completo messaggio evangelico.
Nel suo Commento alle Costituzioni Umberto de Romans scrive: «Lo studio non è la finalità dell’Ordine, è tuttavia di suprema necessità al fine della predicazione e del lavoro per la salvezza delle anime, poiché senza lo studio non possiamo fare né l’una cosa né l’altra».
Se siamo predicatori, siamo anche studiosi. Il giorno in cui abbandonassimo la lettura e la riflessione,  finiremmo  di  essere  dei  predicatori  efficienti.  Per  continuare  ad  essere  dei  buoni predicatori dobbiamo essere sempre degli studiosi. Leggiamo? Leggiamo sufficientemente? Il reale ascolto della gioia, del dolore, delle speranze e delle preoccupazioni della famiglia umana richiede studio serio e analisi sociale. Richiede l’apprendimento di altre lingue e il delicato rispetto delle differenti culture, se il Vangelo ha da incarnarsi realmente nelle nuove culture.
Anzitutto richiede tempo e presenza tra quelli ai quali dobbiamo predicare. Poiché è cosa certa che partendo dalle loro esperienze ascolteremo il Vangelo in forme nuove. Noi siamo chiamati a ricevere e ad abbracciare la Parola di Dio dovunque l’ascoltiamo. Domenico passò la notte dialogando con l’oste; l’attenzione di Las Casas alle differenze culturali tra la Spagna e il Nuovo Mondo gli richiese una nuova forma di predicazione profetica. L’attenzione di Caterina ai segni del suo tempo la portò a predicare una parola di compassione alle vittime della peste nera però anche a proclamare la verità come ella la vedeva, e non solo ai politici ma anche a cardinali e papi.
Il Vescovo Diego e Domenico videro l’incapacità della Chiesa del loro tempo a rispondere con efficacia al movimento degli albigesi. Vivendo in mezzo a loro, apprendendo da essi e ascoltandoli, svilupparono una nuova catechesi. La Chiesa aveva la necessità di far propri i valori autentici che erano presenti nel movimento albigese, così come proclamare i valori autentici che gli albigesi preferivano ignorare. Questo è ciò che intendiamo per predicazione dottrinale, la predicazione della “verità completa” del Vangelo. La sfida degli albigesi fece nascere in Domenico e Diego una risposta creativa. Quali sono le sfide che invitano la nostra predicazione di oggi ad una risposta creativa?
Per  essere  figli  e  figlie  di  S.  Domenico  dobbiamo  inserirci  nei  campi  più  dibattuti, specialmente in quelli in cui la Chiesa incontra difficoltà a rispondere. Ci inseriamo anzitutto per ascoltare e apprendere. Poi ci impegniamo in una riflessione teologica e nello studio della risposta, tanto col nostro fare e il nostro dire come col nostro modo di vivere. Se non stiamo in mezzo alle necessità della gente corriamo il rischio di disorientarci e di essere inefficaci. Seguire Domenico significa essere per il nostro periodo storico, della Chiesa e della società, ciò che Domenico fu per il suo periodo. Egli rimane sempre il nostro punto di riferimento per esaminarci e rinnovare la nostra vita. Fedeli a lui e alla nostra tradizione, la nostra identità e spiritualità deve avere le sue radici nella nostra missione di predicare. Già nel 1968 il P. Congar faceva questa sorprendente osservazione: «Potrei citare tutta una serie di testi antichi, nei quali si afferma più o meno che se in una nazione si celebrerà la messa per trent’anni senza la predicazione e in un’altra si predicherà per trent’anni senza la celebrazione della messa, la gente sarà più cristiana nella nazione dove si farà la predicazione» (Concilium, n. 33).
Cosa significa per noi essere predicatori, non all’inizio del secolo XIII ma alla fine del XX? Una preoccupazione specificamente domenicana, entro la missione della Chiesa universale di predicare
il Vangelo, è stata il nostro impegno nel «proclamare la verità». Dov’è oggi la verità non desiderata o
in   pericolo   nella   nostra   nazione,   nella   nostra   vita   personale   e   comunitaria,   nella   nostra predicazione?
Allo stesso modo che nel mondo in cui è vissuto Domenico, il nostro ha le sue proprie forme di dualismo, verso cui dobbiamo dirigere la nostra attenzione: le divisioni profonde tra nazioni ricche e povere, tra razze, religioni e gruppi etnici, tra uomini e donne, tra nazioni di ideologie politiche differenti.
Quattordici anni dopo l’Evangelii Nuntiandi possiamo porci le medesime tre domande cruciali che
Paolo VI fece a tutta la Chiesa:
1.   Cosa   è   successo   oggi   con   l’energia   occulta   della   Buona   Novella,   capace   di   influire potentemente nella coscienza umana?
2.   Con quale mezzo e in che modo è capace !a forza evangelica di trasformare realmente la gente di questo secolo?
3.   Che metodi dovrebbero essere seguiti perché la potenza del Vangelo consegua i suoi effetti?

Parola e Sacramento
La priorità delle priorità per i Domenicani è la predicazione, l’amore per la predicazione dovrebbe essere il nostro distintivo. Credo che secondo lo spirito della Evangelii Nuntiandi bisognerebbe predicare tutti i giorni nelle messe pubbliche. Paolo VI segnala inoltre l’importanza della  predicazione  nell’amministrazione  dei  sacramenti  e  nelle  cerimonie  paraliturgiche. Riferendosi al Capitolo generale del 1983 Giovanni Paolo II ha detto:

«Voi domenicani avete la missione di predicare che Dio vive, che Egli è il Dio della vita e che in  lui  si  trova  la  radice  della  dignità  e  la  speranza  dell’uomo  chiamato  alla  vita…  Le  vostre Costituzioni danno la priorità al ministero della Parola in tutte le sue forme orali e scritte, e l’unione
tra il ministero della Parola e quello dei sacramenti è il suo coronamento».

La predicazione viene in primo luogo, ma se non conduce ai sacramenti è incompleta.
È importante comprovare la potenza evangelizzatrice che la nostra predicazione può avere, nel contesto dell’Eucarestia giornaliera o settimanale. Si può dire che oggi molta gente frequenta i sacramenti ma non è evangelizzata. Questa dimensione sacramentale può non solo fornire l’occasione di proclamare l’Evangelo, ma anche che gli stessi sacramenti sono parole di evangelizzazione per mezzo dei simboli. Come ci ricorda S. Agostino, la parola è un sacramento che si ode e il sacramento è una parola visibile. Mentre esistono molte occasioni per predicare la Parola fuori dei sacramenti, sarebbe un errore ignorare l’opportunità che la celebrazione dei sacramenti ci offre per celebrare la Parola.
Non dovremmo mai lasciar passare una opportunità di predicare. Non soltanto per il bene di coloro che ci ascoltano: io credo infatti che nessuno può predicare continuamente la Parola di Dio senza venire trasformato dalla Parola che predica.
Tanto Paolo VI quanto Giovanni Paolo II insistono non sono nella parola parlata durante la celebrazione  dei  servizi  della  Chiesa,  ma  anche  attraverso  i  contatti  individuali.  «Imitando S. Domenico che era pieno di sollecitudine per la salvezza di tutti e di ciascuno, sappiano i fratelli che essi sono stati inviati a tutti i credenti e specialmente ai poveri…».
È questa la nostra visione della Chiesa e dell’Ordine, la pratica giornaliera di ciascuno? Paolo VI fece notare che egli raramente aveva udito parlare di domenicani che predicavano. La serietà con cui dovremmo condurre il nostro ministero della predicazione è riflessa nella nuova Ratio Formationis, la quale stabilisce che «l’attitudine alla predicazione dev’essere uno degli elementi da tener presenti nell’ammissione agli ordini». In una recente visita in Giappone mi hanno parlato della grande testimonianza data dagli artisti domenicani ed io mi rammentai di quanto disse Lorenzo di Ripafratta a Fra’ Angelico e ad un suo fratello in un momento di dubbio: «In nessun modo sareste frati predicatori meno autentici coltivando la pittura, perché si conquista il popolo non solo con la predicazione ma anche con le arti, specialmente la musica e la pittura. Molti che si mostrano sordi alla predicazione saranno guadagnati per mezzo dei vostri quadri, che continueranno a predicare attraverso i secoli». Ed è vero, continuano a predicare ugualmente coloro che scrivono, quelli che pubblicano e quanti sono impegnati nelle differenti forme dei media.

Collaborazione
Mi piacerebbe riferirmi a due forme di collaborazione: una che ha radici nella nostra tradizione e un’altra che è espressione recente della prima.
La domenica antecedente il Natale del 1511, in una cappella con tetto di paglia nell’Isola della Spagnola, Antonio de Montesinos fece una predica sul testo: «Io sono la voce che grida nel deserto». La sua condanna dell’ingiustizia suscitò una valanga di proteste. La gente si precipitò a lamentarsi col priore, Pietro di Córdoba, che di fronte alla meraviglia e al generale disgusto disse: «Non ha predicato Antonio de Montesinos, ma tutta la comunità». La comunità aveva deciso di prendere  posizione;  aveva  deciso  ciò  che  si  doveva  dire  e  Montesinos  lo  disse.  Come  si arricchirebbe la nostra predicazione se pensassimo sia ad un metodo di preparazione comunitaria dell’omelia domenicale sia a riflettere insieme sui temi di fondo che sfidano oggi le nostre rispettive società, temi che necessitano di essere abbordati nella nostra predicazione! E se tale preparazione coinvolgesse anche i laici, questo sarebbe ancora migliore.
Una seconda forma di collaborazione dovrebbe prendere in considerazione oggi tutta la famiglia domenicana, condividendo il carisma comune della predicazione. Non è che le donne e i laici  siano  chiamati  soltanto  a  vivere  il  Vangelo  e  che  i  sacerdoti  siano  chiamati  soltanto  a proclamare la Parola. Già nel secolo XIII Tommaso d’Aquino sostenne che il carisma della predicazione ‐ «carisma per pronunciare parole di sapienza e scienza nella comunità cristiana», come egli lo definiva ‐ è stato dato tanto agli uomini che alle donne (II‐II, q. 177, a. 2). Ora, chi è stato dotato di un carisma deve esercitarlo. Per questo sollecito le sorelle domenicane, di clausura e di vita attiva, ad approfittare di ogni opportunità di predicare che gli si offra e che sia conforme alla situazione della loro vita. Non c’è nessuno che non possa predicare con la testimonianza e con il contatto «da persona a persona, contatto che conserva tutta la sua validità» (EN 46).
È indiscutibile che l’Ordine sia chiamato oggi a proclamare il Vangelo e a praticarlo come una sola famiglia. Le nostre stesse diversità e i nostri sforzi per crescere come famiglia al fine di collaborare nella nostra missione evangelica, sono aspetti reali della nostra predicazione, in un mondo che non ha ancora scoperto come donne e uomini, laici e chierici possano unirsi comunitariamente come uguali, rispettosi sì delle differenze ma uniti nella fede.

Conclusione
Nelle mie visite alle diverse parti del mondo ho costatato che coloro che proclamano il Vangelo con maggior forza e che vivono la vita evangelica con più impegno hanno anche più difficoltà. A causa della situazione in cui si trovano, la loro predicazione ha una risonanza e un impatto molto superiore rispetto alla predicazione di coloro che vivono in ambienti di comodità e sicurezza. E’ difficile infatti che si diano buoni predicatori in un paese che non soffre e non è oppresso.  Dobbiamo  trovarci  di  fronte  a  problemi  di  grossa  portata  perché  il  Vangelo  sia proclamato con vigore. Il Primo Mondo lotta tra problemi gravi, e tuttavia la sua autocompiacenza e una falsa sicurezza possono accecare facilmente il predicatore, così da non fargli vedere la loro urgenza.
Il Vangelo è la Buona Novella ai poveri. Quando condividiamo la nostra sorte con i poveri e gli oppressi, ci convertiamo in destinatari del loro Vangelo. La predicazione nasce dunque da un compromettersi profondo con la gente, un compromettersi che ispira una parola di risposta alle loro necessità. La nostra missione è di proclamare la speranza del Vangelo il più frequentemente possibile e predicarlo sino al limite del nostro modo di vedere, anche quando non lo incarniamo completamente. Noi, allo stesso modo di Domenico, non siamo profeti di perdizione o di sventura. Come Gesù, Domenico non annunziò cattive notizie ma la Buona Novella, essendo un profeta della speranza. Neppure fu un moralista che minacciava castighi o creava sensi di colpa. Egli fu ‐ ed è ‐ il maestro spirituale che distribuisce speranza a chi si trova oppresso dal dolore o dal senso di colpa.
S.  Domenico  non  ebbe  dubbi  sulla  sua  missione.  Sapeva  di  essere  predicatore.  Noi dobbiamo rivivere questa convinzione di Domenico, riconoscendoci non tanto come ‘Domenicani’ ma come ‘Predicatori’.
1.   La mia vita è là dove sono le mie parole?
2.   I domenicani sono riconosciuti in tutto il mondo come l’Ordine dei Predicatori?
3.   Come parte del nostro continuo rinnovamento, tendiamo a vederci come predicatori, titolo che ci fu dato da Papa Onorio e S. Domenico?
4.   Quali  sono  le  esperienze  umane  che  formano  me  e  la  mia  parola?  In  quale  misura  ho permesso che il grido dei poveri, di coloro che sono fuori di ogni categoria sociale, senza educazione o potere, influisca sulla mia comprensione del Vangelo e sul mio annuncio dello stesso?
5.   Io, come predico? La mia predicazione si basa sulla preghiera e sullo studio? Ho fatto della Parola di Dio qualcosa di familiare? Predico me stesso ‐ le mie idee ‐ o Gesù Cristo? Mi accetto come sono, permettendo agli altri di darmi degli insegnamenti? Come porto avanti la mia formazione di predicatore? Cerco la collaborazione dei miei fratelli, sorelle e del laicato nel mio ministero di predicatore?
6.   In che misura la nostra maniera particolare di vivere insieme può promuovere direttamente la preghiera, lo studio e l’annuncio ‐ elementi integranti della predicazione ‐ al fine di essere riconosciuti pubblicamente come “i Predicatori”§?

Siamo predicatori! Rallegriamoci della nostra vocazione, noi uomini e donne ai quali è stata affidata la Parola e la visione di Dio per il mondo di oggi!
Vostro fratello nel Santo Padre Domenico,

 

fr. Damian Byrne, o.p.

Maestro dell’Ordine

 

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