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Informatori o Formatori

Formazione Laici

Aggiungiamo ancora un articolo all'antologia sulla Formazione con contributo apparso sulla rivista della Provincia di San Domenico Dominicus, nr. 5 Nov/Dic 2013

Precedenti articoli:
Il problema della formazione in un convegno del 1929 pubblicato l’11 giugno 2015
Curiosi per Informarsi pubblicato il 7 giugno 2015
Riprendere il Progetto di Formazione pubblicato il 21 Maggio 2015

Informatori o formatori?

di Irene Larcan – Dominicus – nr 5 Nov/Dic 2013

Come sottolinea Fabio Bodi, formatore della fraternita san Domenico di Torino, in una relazione che mi ha inviato sul senso della formazione, quella delle fraternite laiche domenicane è una realtà piccola, a volte molto fragile, ma proprio questa piccolezza può essere l’incentivo a realizzare quello che nei grandi numeri, per esempio delle comunità parrocchiali, nemmeno si può immaginare.
La nostra comunità non è quasi mai una comunità di vita, ma può essere una comunità di ricerca, ovvero un luogo in cui gli adulti si confrontano con altri adulti, ponendosi domande e ricercando risposte.
Nuove persone si affacciano continuamente alle nostre fraternite. Vengono spesso da situazioni e storie difficili, mostrano la precarietà delle loro convinzioni, chiedono un cammino, a volte dopo averne sperimentati altri, cercano in fondo aiuto per capire chi sono.
Accoglierli è l’imperativo, e fa parte anche questo di formazione primaria. Chi è accolto veramente pian piano si svela, racconta di sé, apre il cuore, diventa persona capace di domanda e di ascolto.
Diceva un’autrice, che lo scrittore si può definire tale solo se ci sono i lettori, quindi se c’è un rapporto stretto, una relazione. Questo vale anche per noi. Le nostre esperienze, i piccoli passi di maturazione, sono la nostra miglior cultura, la nostra formazione, e raccontarci mostra il volto vero di una crescita di cui spesso non riusciamo a cogliere tutta l’ampiezza.
È vero, ogni percorso formativo necessita di essere riconosciuto buono dalle persone che vi si accostano, deve contenere una base certa di riferimento, (Parola di Dio – Tradizione della Chiesa – testimonianze, ecc.) ma anche lasciare che su un terreno così preparato possano nascere nuovi germogli in quel procedere che diventa senso, necessità di completamento, formazione permanente.
Diventare un predicatore (che è la nostra vocazione domenicana!) è più che imparare una certa quantità di nozioni o qualche tecnica di predicazione. È formarsi come uno che sa ascoltare il Signore ed i fratelli e che sa dire una parola che offra vita.
Allora è importante la conoscenza, la cultura, il sapere, l’attenzione alla realtà che ci circonda, ma ancora più urgente per noi la formazione alla compassione, alla misericordia, alla condivisione, all’attenzione ai bisogni dell’altro.

La formazione è l’elemento portante delle nostre fraternite
“Scopo della formazione domenicana è preparare dei veri adulti nella fede, che siano cioè atti ad accogliere, celebrare, annunciare la Parola di Dio.
Spetta a ciascuna provincia formulare un progetto:

    • di formazione progressiva per i candidati;
    • di formazione permanente per tutti, compresi i membri isolati” ( Regola FLD n. 11).

Così cita la Regola delle fraternite laiche di san Domenico, sottolineando come la crescita nella fede e il diventare domenicani non sia frutto di improvvisazione, di puro istinto, ma richieda un percorso formativo fatto di curiosità, desiderio, passione per la Parola e disponibilità al confronto ed alla continua conversione del cuore. Se la formazione è elemento portante, la figura del maestro di formazione (Direttorio FLD art. 32) è elemento importantissimo. Personalmente credo più adatto a descrivere questa figura il termine di responsabile della formazione, prima di tutto della propria e in secondo luogo di quella degli altri. Se i responsabili della formazione non sono consapevoli che la formazione è un percorso che si dipana lungo tutta la vita, si sentiranno maestri e non compagni di via.
Consapevoli della difficoltà del cammino, i consigli provinciali delle fraternite, succedutisi negli ultimi dieci, quindici anni al coordinamento delle fraternite della nostra provincia, hanno elaborato un progetto di formazione iniziale, suddiviso in quattro anni. Nell’anno di accoglienza viene presentata la storia e la spiritualità dell’Ordine, con le figure domenicane più note, e la storia ed il significato della Regola che promettiamo di vivere; nei tre anni di professione temporanea vengono presentati i pilastri della vita domenicana: la preghiera, lo studio e la predicazione.
Un percorso che prevede temi e testi pensati per i primi passi di chi, desideroso di fare parte della fraternita e dell’Ordine, avverte l’esigenza di una base di conoscenza dell’Ordine e di una verifica della propria vocazione. I responsabili della formazione di ogni fraternita, poi, adatteranno il materiale suggerito alle situazioni locali ed alle esigenze dei formandi.
Anche il congresso internazionale delle fraternite laiche domenicane tenutosi a Buenos Aires nel marzo del 2007 ha affermato la necessità di percorsi formativi ed ha richiesto a tutte le province di formulare un progetto suggerendo i temi per la formazione iniziale, temi che sono quelli del nostro progetto.
Il termine “formazione” ha conosciuto molti usi, ed ancora oggi è inteso in molti sensi: educazione, apprendimento, istruzione, addestramento ecc., è importante premettere che essa non può non fare riferimento alla coscienza ed alla libertà della persona.

“Formare nella nostra tradizione, non significa plasmare una materia passiva come per fabbricare un prodotto standard: “il domenicano”, significa invece accompagnarvi nella vostra libera risposta alla triplice chiamata che voi ricevete: dal Signore Risorto che vi invita a seguirlo, dai confratelli e dalle consorelle che vi invitano a diventare uno di loro, dalle esigenze della missione (…). Ciò vi richiederà di morire, confidando nel Signore che fa risorger Si tratta di un cammino che continuerà per tutta la vostra vita domenicana” (Timothy Radcliffe, Lettera ai nostri fratelli e sorelle in formazione iniziale, 1999).
Secondo il cardinal Martini, in un intervento al convegno “Il senso dell’apprendere” nel 2000, “La formazione sembra un processo di crescita umana fondato sulla unitarietà ed irripetibilità di ogni persona. Umanizzarsi vuol dire prendere coscienza di sé (…). Allora il processo formativo si delinea come itinerario aperto, flessibile, in qualche modo sempre incompiuto, come in attesa dell’inedito, del mistero, capace di cogliere la dimensione simbolica e autotrascendente dell’esistenza. Una formazione deve essere consapevole del fatto che il tu è una parola più antica dell’io”.
Per la riflessione che proponiamo ci sembra importante partire da questa ultima affermazione di Martini: il tu è una parola più antica dell’io.
Formarsi e formare vuole dire in fondo essere consapevoli della necessità di una relazione, dell’esistenza dell’altro, di quanto il nostro rapporto con gli altri e con l’Altro ci costituisca come persone, del volersi bene. Può sembrare banale, ma se ci pensiamo e andiamo alla radice, l’elemento che libera da pregiudizi e dipendenze ogni percorso anche formativo è l’amore.
“La nostra vocazione domenicana non è una questione di trovare un lavoro, un campo di affermazione personale, o di fare un servizio utile alla chiesa o alla società, si tratta invece di una storia di desiderio, di una fame. Rimaniamo perché siamo catturati dall’amore e non dalla promessa di una realizzazione personale o di una carriera. Si tratta del mio “sì” a Dio che mi invita ad essere, “sì” ai fratelli con i quali vivo, “sì” alla missione per cui sono mandato”, afferma più volte fra Timothy Radcliffe.
Quindi possiamo dire che lo scopo della formazione è di aiutarci a diventare cristiani, secondo la via della sequela di Cristo propria di san Domenico. Siamo in tempi nuovi, scanditi da novità improvvise, anche se permane il retaggio di abitudini mai rimosse e, per un cristiano che ha coscienza di essere nella Chiesa, ogni cambiamento che riguarda la persona dovrebbe essere visto come mutamento spirituale e, come tale, bisognoso di “conversione”.
Il cammino è lungo, e un progetto formativo attento che contempli lo studio, l’approfondimento, la preghiera, e che non si traduca anche in confronto, in relazione tra parola e gesto, tra sentimento e abbraccio, rischia di rimanere sterile, incapace di portare novità e cambiamento.
La formazione deve insegnarci la nostra storia e la nostra tradizione, non per contemplare la gloria dell’Ordine, e quanto siamo o eravamo importanti, ma perché possiamo incamminarci insieme dietro a Gesù povero ed itinerante.
A volte non è facile pensare al futuro, spesso anche al presente, eppure pensare al futuro è il senso della predicazione e dovrebbe essere il senso delle nostre esistenze di domenicani.
Siamo consapevoli che il formatore non è semplice trasmettitore di conoscenze, ma “narratore di speranza”, testimone di una esperienza di salvezza che non può restare storia personale, ma che diventa relazione con l’altro perché la misericordia che abbiamo chiesta e ricevuta nel diventare domenicani possa essere trasmessa a quanti si avvicinano alle fraternite.
Questo rapporto ci sembra premessa insostituibile per formarsi e formare alla vita domenicana.

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