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Curiosi per formarsi


Dopo l'articolo sulla formazione della prof. Nara Coradossi, continuiamo l'antologia di articoli sullo stesso tema, con contributo apparso sulla rivista della Provincia di San Domenico Dominicus, nr. 5 Nov/Dic 2008

CURIOSI PER FORMARSI

di Irene Larcan e Romeo Spadoni – Dominicus – nr 5 Nov/Dic 2008

“Scopo della formazione domenicana è preparare dei veri adulti nella fede, che siano cioè atti ad accogliere, celebrare, annunciare la Parola di Dio. Spetta a ciascuna provincia formulare un progetto di formazione progressiva per i candidati; di formazione permanente per tutti, compresi i membri isolati.” (Regola FLD n°11).

Così cita la Regola delle fraternite laiche di san Domenico, sottolineando come la crescita nella fede e il diventare domenicani non sia frutto di improvvisazione, di puro istinto, ma richieda un percorso formativo fatto di curiosità, desiderio, passione per la Parola e disponibilità al confronto ed alla continua conversione del cuore.
Consapevoli della difficoltà del cammino, i consigli provinciali delle fraternite, succedutisi negli ultimi dieci, quindici anni al coordinamento delle fraternite della nostra provincia, hanno elaborato un progetto di formazione iniziale, suddiviso in quattro anni. Nell’anno di accoglienza viene presentata la storia e la spiritualità dell’ordine, con le figure domenicane più note, e la storia ed il significato della Regola che promettiamo di vivere; nei tre anni di professione temporanea vengono presentati i pilastri della vita domenicana: la preghiera, lo studio e la predicazione.
Un percorso che prevede temi e testi pensati per i primi passi di chi è desideroso di fare parte della fraternita domenicana, avverte l’esigenza di una base di conoscenza dell’ordine e di una verifica della propria vocazione. I responsabili della formazione di ogni fraternita, poi, adatteranno il materiale suggerito alle situazioni locali ed alle esigenze dei formandi.
Il recente congresso internazionale tenutosi a Buenos Aires nel marzo del 2007 ha affermato la necessità di percorsi formativi ed ha richiesto a tutte le province di formulare un progetto suggerendo i temi per la formazione iniziale, temi che sono quelli del nostro progetto.
“Formare nella nostra tradizione, non significa plasmare una materia passiva come per fabbricare un prodotto standard: “il domenicano”, significa invece accompagnarvi nella vostra libera risposta alla triplice chiamata che voi ricevete: dal Signore Risorto che vi invita a seguirlo, dai confratelli e dalle consorelle che vi invitano a diventare uno di loro, dalle esigenze della missione […] Ciò vi richiederà di morire, confidando nel Signore che fa risorgere […] Si tratta di un cammino che continuerà per tutta la vostra vita domenicana” (TIMOTHY RADCLIFFE, Lettera ai nostri fratelli e sorelle in formazione iniziale, Roma 1999).
Il termine “formazione” ha conosciuto molti usi e, ancora oggi, è inteso in molti sensi: educazione, apprendimento, istruzione, addestramento ecc. – è importante premettere che essa non può non fare riferimento alla coscienza ed alla libertà della persona.
Secondo il cardinale Martini, in un intervento al convegno “Il senso dell’apprendere” – promosso da AIF, AFOR, EFFEBI nel 2000 –: “La formazione sembra un processo di crescita umana fondato sulla unitarietà ed irripetibilità di ogni persona. Umanizzarsi vuol dire prendere coscienza di sé; significa compiersi nella forma dell’autotrascendenza. Allora il processo formativo si delinea come itinerario aperto, flessibile, in qualche modo sempre incompiuto, come in attesa dell’inedito, del mistero, capace di cogliere la dimensione simbolica e autotrascendente dell’esistenza. Una formazione deve essere consapevole del fatto che il tu è una parola più antica dell’io”.

Cosa vuole dire oggi formarsi?
Per la riflessione che proponiamo ci sembra importante partire da questa ultima affermazione di Martini: il tu è una parola più antica dell’io. Formare e formarsi vuole dire in fondo essere consapevoli della necessità di una relazione, dell’esistenza dell’altro, di quanto il nostro rapporto con gli altri e con l’Altro ci costituisca come persone, del volersi bene. Può sembrare banale, ma se ci pensiamo e andiamo alla radice, l’elemento che libera da pregiudizi e dipendenze ogni percorso anche formativo è l’amore.
“La nostra vocazione domenicana non è una questione di trovare un lavoro, un campo di affermazione personale, o di fare un servizio utile alla Chiesa o alla società, si tratta invece di una storia di desiderio, di una fame. Rimaniamo perché siamo catturati dall’amore e non dalla promessa di una realizzazione personale o di una carriera. Si tratta del mio “sì” a Dio che mi invita ad essere, “sì” ai fratelli con i quali vivo, “sì” alla missione per cui sono mandato” afferma più volte fra Timothy Radcliffe. Quindi possiamo dire che lo scopo della formazione è di aiutarci a diventare cristiani, secondo la via della sequela di Cristo propria di san Domenico.
Siamo in tempi nuovi, scanditi da novità improvvise, anche se permane il retaggio di abitudini mai rimosse e, per un cristiano che ha coscienza di essere nella Chiesa, ogni cambiamento che riguarda la persona dovrebbe essere visto come mutamento spirituale e, come tale, bisognoso di “conversione”.
Il cammino è lungo, e un progetto formativo attento che contempli lo studio, l’approfondimento, la preghiera, e che non si traduca anche in confronto, in relazione tra parola e gesto, tra sentimento e abbraccio, rischia di rimanere sterile, incapace di portare novità e cambiamento.

Formarci per seguire il Signore
La formazione deve effettivamente darci una forte identità domenicana e deve insegnarci la nostra storia e la nostra tradizione, non per contemplare la gloria dell’ordine, e quanto siamo o eravamo importanti, ma perché possiamo incamminarci insieme dietro a Gesù povero ed itinerante.
Nuove persone si affacciano continuamente alle nostre fraternite, ai conventi. Vengono spesso da situazioni e storie difficili, mostrano la precarietà delle loro convinzioni, chiedono un cammino, a volte dopo averne sperimentati altri, cercano in fondo aiuto per capire chi sono.
Accoglierli è l’imperativo, e fa parte anche questo della formazione primaria.
Chi è accolto veramente pian piano si svela, racconta di sé, apre il cuore, diventa persona capace di domanda e di ascolto. Occorre allora condividere per quanto è possibile, essere presenti perché la solitudine, anche spirituale, di molti diventi gioia di appartenenza, luce di nuove prospettive.
Diceva un’autrice che lo scrittore si può definire tale solo se ci sono i lettori, quindi se c’è un rapporto stretto, una relazione. Questo vale anche per noi. Le nostre esperienze, i piccoli passi di maturazione, sono la nostra miglior cultura, la nostra formazione, e raccontarci mostra il volto vero di una crescita di cui spesso non riusciamo a cogliere tutta l’ampiezza.
È vero, ogni percorso formativo necessita di essere riconosciuto buono dalle persone che vi si accostano, deve contenere una base certa di riferimento, – Parola di Dio, Tradizione della Chiesa, Testimonianze, ecc. – ma anche lasciare che su un terreno così preparato possano nascere nuovi germogli, – nuove santità –, in quel procedere che diventa senso, necessità di completamento, formazione permanente.

Imparare ad offrire vita
Diventare un predicatore, che è la nostra vocazione domenicana!, è più che imparare una certa quantità di nozioni o qualche tecnica di predicazione. È formarsi come uno che sa ascoltare il Signore ed i fratelli e che sa dire una parola che offra vita.
Allora è importante la conoscenza, la cultura, il sapere, l’attenzione alla realtà che ci circonda, ma ancora più urgente per noi la formazione alla compassione, alla misericordia, alla condivisione, all’attenzione ai bisogni dell’altro.
A Gerusalemme, due anni fa, il cardinale Martini accolse alcuni di noi pellegrini, in giardino seduto su una sedia di vimini; teneva tra le mani il bastone della saggezza e ci guardava profondamente rispondendo a tutte le nostre domande. Ci invitò a considerare la nostra vita come un cammino di formazione permanente, non fatto di singoli momenti messi lì uno dopo l’altro, ma come un’unità, un tempo, questo per coglierne appieno la bellezza e la profezia nascosta.
Spinti da tutto ciò percorriamo anche noi quella “strada per Emmaus”, parlandoci, ascoltandoci, tenendoci per mano per non cadere, guidati dalla brezza calda di un’attesa che prima o dopo, ne siamo certi, diventerà incontro definitivo.

NOTA DEGLI AUTORI
Queste pagine sono state scritte a quattro mani, e sono frutto di condivisione di “gioie e speranze” di chi si occupa di formazione da anni. Siamo consapevoli che il formatore non è semplice trasmettitore di conoscenze, ma “narratore di speranza”, testimone di una esperienza di salvezza che non può restare storia personale, ma che diventa relazione con l’altro perché la misericordia che abbiamo chiesta e ricevuta nel diventare domenicani possa essere trasmessa a quanti si avvicinano alle fraternite.
Questo rapporto ci sembra premessa insostituibile per formarsi e formare alla vita domenicana.

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