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Prima che Filippo ti chiamasse io ti ho visto quando eri sotto il fico

fr Timothy Radcliffe
Questo testo riproduce la conferenza tenuta da fra Timothy Radcliffe il 31 ottobre 2006, nella basilica di Koekelberg a Bruxelles, durante il Congresso internazionale per la nuova evangelizzazione, e conserva il tono di una conversazione

fr Timothy RadcliffeCome annunciare la Buona Novella agli abitanti delle grandi città europee ? Vorrei riflettere su questa domanda alla luce dell’incontro di Gesù con Natanaele nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni.
Questo testo riproduce la conferenza tenuta da fra Timothy Radcliffe il 31 ottobre 2006, nella basilica di Koekelberg a Bruxelles, durante il Congresso internazionale per la nuova evangelizzazione, e conserva il tono di una conversazione
[pubblicato su «Dominicus» n.2/apr-mag.2007, pagg. 51-66]

di Padre Timothy Radcliffe, O.P.
Maestro Generale emerito dell’Ordine Domenicano

Filippo incontrò Natanaele
Prima di tutto, dobbiamo incontrare la gente. Non andiamo verso di loro per portare Dio. Gesù vede Natanaele prima ancora che Filippo gli vada incontro. Andiamo verso la gente per dare un nome a quel Dio che è già con loro. Andrea Riccardi – della sant’Egidio – si interessa prima di tutto al modo con cui andare incontro agli esclusi, ai poveri, agli emarginati. Dobbiamo però pensare di andare anche verso i nostri contemporanei, a quanti si sforzano di dare un senso al nostro mondo: ai pensatori e ai poeti. Vorrei riflettere sul nostro modo di andare verso i giovani, quelli delle nostre città che non hanno mai sentito parlare di Dio. Un ragazzo, dopo aver ascoltato il racconto della Natività per la prima volta, l’ha trovato molto bello, ma si è chiesto come mai avevano dato il nome “Gesù” al bambino, visto che in inglese è anche una bestemmia …
Dove sono oggi i giovani Natanaele e le loro sorelle? Vivono in un mondo di musica pop. Per loro, almeno in Inghilterra, andare in discoteca è importante. Milioni di giovani si riuniscono ogni settimana per ballare e cantare. Un adolescente diceva: “Penso che noi giovani – a cui la religione cattolica non dice molto – dobbiamo trovare qualcos’altro a cui attaccarci. Per la maggior parte di noi questo qualcos’altro è l’andare in discoteca. È il posto in cui si trovano un milione di amici in un solo 1ocale” . Sono troppo vecchio per andare in discoteca, ma la Chiesa come può presentarsi in questi locali? Bisogna essere dove i giovani si riuniscono: in internet, in chat e nei loro blog. I giovani fanno una distinzione tra i “nati nell’ epoca numerica” – cioè loro – e gli altri, gli “immigrati nell’epoca numerica”, quelli come me, che ci vanno occasionalmente.
Bisogna essere presenti là dove praticano le loro attività sportive. I domenicani hanno fondato la Juventus e il Newcastle United e sono stato molto contento di vedere che i gesuiti erano presenti alla maratona di Londra! Tutti i miei auguri all’Italia per la vittoria nel mondiale di calcio e la mia simpatia per la Francia. Ma dov’era la Chiesa durante questi incontri? Incontrare Natanaele vuol dire andare, entrare nel suo mondo. Lasciare le nostre sicurezze, il territorio che ben conosciamo, per andare verso un luogo su cui non abbiamo nessun ascendente e di cui nulla ci fa affermare in anticipo che ne condivideremo anche i valori. Per riprendere l’immagine di Roger Schroeder, questo equivale a “penetrare nel giardino di qualcuno”, “essere come un ospite a casa sua”.
I nostri fratelli e le nostre sorelle cattolici dubiteranno che frequentiamo persone dalla dubbia moralità.
Padre Riccardo Bailey, un prete di Atlanta in Georgia, di trentadue anni, partecipa ad una trasmissione radiofonica molto conosciuta. Utilizza il linguaggio della strada, quello della musica hard core e hip hop. Ascoltando la sua trasmissione non capivo una sola parola di quello che diceva, ma ci sono migliaia di Natanaele che lo capiscono. Alcuni ascoltatori hanno protestato, facendo notare che si era legato ad una radio estranea ai valori cattolici. L’hanno soprannominato padre Crunk (contrazione delle parole cr(azy) – pazzo – e (dr)unk – ubriaco ¬–). Ma insomma: Gesù non era forse stato definito un mangione e un beone? Dobbiamo essere appassionatamente alla ricerca dell’altro, anche a rischio di farci giudicare male.

“Ti ho visto quando eri sotto il fico”
La prima reazione di Natanaele è quella di rifiutare Gesù. “Potrà mai venire qualcosa di buono da Nazaret?”. Ma se finisce con il riconoscere Gesù è perché Gesù stesso lo riconosce: “ecco un vero israelita nel quale non c’è inganno”; “ti ho visto quando eri sotto il fico”. Incontrare Gesù significa incontrare qualcuno che ci riconosce per primo. Gesù riconosce Zaccheo “appollaiato” sul sicomoro. Nel giardino riconosce Maria Maddalena che soltanto sentendosi chiamata per nome potrà riconoscerlo: “Maria”; “Rabbuni!”.
L’evangelizzazione incomincia con il riconoscimento concreto delle persone a cui ci rivolgiamo. Il risentimento nei confronti della Chiesa non è essenzialmente – almeno mi pare – un rifiuto dei valori cattolici, ma lo sconforto provato nel sentirsi invisibili. William James, psicologo e fIlosofo americano, scriveva: “Non si potrebbe concepire, supponendo fosse fisicamente possibile, un castigo più diabolico che essere abbandonati dalla società ed essere deliberatamente ignorati da tutti. Se nessuno si voltasse quando entriamo da qualche parte, non rispondesse quando parliamo o non prestasse attenzione a quello che facciamo, ma tutte le persone incontrate ci ignorassero ostensibilmente e si comportassero come se non esistessimo, una specie di rabbia e di disperazione impotenti non tarderebbero ad impossessarsi di noi, dopo di che la tortura più crudele ci sembrerebbe dolce” .
Molte persone, all’interno e all’esterno della Chiesa, soffrono di questa invisibilità: le donne, le minoranze etniche, i poveri e gli omosessuali.
Quale senso potrebbe avere per noi un reale riconoscimento di quelle persone a cui vogliamo portare il Vangelo? Nella sua enciclica Deus Caritas est, papa Benedetto XVI scriveva che guardando “con gli occhi di Cristo posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno” (N.d.T.in inglese il termine bisogno è stato tradotto con l’espressione avere sete). Lo sguardo d’amore deve poter far sì che l’identità che gli altri rivendicano li riempia di felicità. Allora soltanto possiamo invitarli a scoprire in Cristo un’identità più profonda. È perché Gesù ha guardato e amato il giovane ricco così com’era (Mc_10,21) che ha potuto invitarlo a diventare povero e a seguirlo. Negli stessi termini la predicazione ai giovani incomincia con la gioia dell’incontro, gioia che spinge ad entrare nella vita del Figlio, in cui il Padre ha messo tutta la sua gioia: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc_1,11).
I giovani si costruiscono la loro identità prevalentemente in due modi: attraverso la loro sete di consumo e con le loro relazioni. I vestiti che portano, la marca dei loro jeans, i piercing, il taglio di capelli sono modi differenti di dire “io sono così”. Il professore americano David Lyon scrive che “l’immagine e lo stile sono oggi un fattore decisivo per l’identità. Le scarpe Nike, i jeans Levi’s, la CocaCola, questi ed altri articoli ancora, contribuiscono a definire chi siamo. È tutt’altra cosa legare la propria identità al lavoro o alla funzione sociale esercitata … così facendo le attitudini al consumo sono elevate a virtù. È evidente come l’ambiente sociale, il gruppo dei pari, abbia in comune degli schemi di consumo più di ogni altra cosa” . Mentre i loro genitori avevano trovato l’identità nell’essere produttori, i giovani di oggi si scelgono questa o quella identità a seconda del modo di essere consumatori. Il consumare, come tale, promette una specie di redenzione. Ciò che si compra promette di fare di voi quello che avete sognato di essere.
Il secondo modo di affermare l’identità è costituito dalla rete di relazioni rappresentata dagli amici e dalla famiglia. Sovente si sente dire che i giovani siano molto individualisti ed abbiano totalmente perso il senso della comunità. Un libro recente Making Sense of Generation Y (Capire la generazione Y) va controcorrente. La generazione Y è composta dai giovani tra i 15 e i 25 anni, ma le stesse idee sono condivise nella fascia di età che va dai 10 ai 30 anni. L’Autore afferma che per questi giovani l’amicizia e la famiglia sono di un’importanza cruciale. Sono molto instabili, pertanto le loro amicizie sono talvolta brevi. Sovente le loro famiglie, in un certo numero di casi, sono problematiche, sovente sono famiglie divise e profondamente ferite. Nonostante tutto hanno un’immagine sovente idealizzata della famiglia, molto lontana dalla realtà.
Sete di consumo, amici, famiglia, questi tre elementi danno un’identità nel momento in cui definiscono il gruppo di appartenenza. Se il modo di vestire fa vedere che si è un punk, o un gotico, o uno studente universitario di Oxford, la conseguenza è che si vorrebbe condividere la propria vita con lo stesso tipo di persone. Dobbiamo amare i giovani così come si presentano ai nostri occhi, prima di tutto, prima ancora di amarli per qualcosa di più grande, cioè come figli di Dio.
Il nome di Natanaele significa: “Dio ha dato”. Ma non possiamo accettare il dono che Dio ci fa nella persona di Natanaele se prima di tutto non accettiamo il modo in cui Natanaele si dona a noi. Il volto che ci presentano è quello che dobbiamo vedere, anche se in fin dei conti percepiamo che si tratta di una maschera e che può essere tolta.
Qui ci aspetta una prima grande sfida per l’evangelizzazione. Molti giovani devono la loro identità a famiglie spezzate o irregolari: famiglie monoparentali, o composte da genitori con figli avuti da molteplici relazioni, o da genitori in relazione omosessuale. Riconoscere questi giovani significa dare valore alle loro relazioni, innanzi tutto amandole. Questi giovani dicono, quasi in maniera evidente, “Per accettarci dovete anche accettare quelli che ci stanno accanto”. La Chiesa deve certamente far crescere e difendere, contro ogni avversità, l’ideale di famiglia che è il nostro: quello fondato sul rapporto tra un uomo e una donna, impegnati, l’uno nei confronti dell’altro, fino alla morte. Si tratta dell’unità di base della società umana e la sua scomparsa avrebbe delle conseguenze disastrose. Ma come difenderla senza dare l’impressione di non tenere in nessuna considerazione le famiglie, zoppicanti e sfasciate, a cui appartengono molti giovani? Nella loro mente questo corrisponderebbe ad un rifiuto di accettazione e ad una incapacità di riconoscerli in quelle relazioni di fedeltà che costituiscono la loro fragile identità.
Il papa, durante il suo viaggio in Spagna, ha mostrato che occorre enorme dolcezza e discrezione. Se con i nostri sforzi per difendere la famiglia diamo l’impressione di rifiutare tutti gli altri legami, possiamo certo batterci per i valori della famiglia e della fedeltà, ma l’effetto prodotto sarà esattamente l’inverso. Daremo l’impressione di voltare le spalle alla metà dei Natanaele d’Europa. Come possiamo fare per ricondurli di nuovo all’interno della comunità, attorno all’altare, senza esigere da loro una vera slealtà – ai loro occhi – rispetto alle relazioni alle quali tengono molto? Come potrebbero sentirsi accolti nella Chiesa come a casa loro, se diamo l’impressione di negare il loro modo di vivere? L’incontro con i giovani esige molto di più che il semplice riconoscimento della loro identità. Dobbiamo capire quello che hanno da dirci di loro stessi e del loro mondo, dobbiamo accettare di entrarci dentro. La maggior parte crede in Dio, ma in un Dio che è sullo sfondo, per risolvere i loro problemi e le loro crisi. Inchieste recenti indicano che sono piuttosto felici di vivere senza un qualsiasi riferimento ad una dimensione trascendente.
La maggior parte di loro non soffre di una specie di vuoto, vagamente religioso, di una nostalgia profonda, nella loro vita.
Sono perfettamente felici di vivere in un mondo ordinario e di trovare così il senso alla loro vita. I loro antenati cristiani vivevano orientati nella lunga storia che porta al Paradiso; quelli più secolarizzati si orientavano nella lunga storia che portava al progresso. La maggioranza delle persone, oggigiorno, è contenta di vivere alla giornata. Non c’è aggressività o rifiuto della religione, o almeno non ce n’è eccessivamente. Come diceva un giovane: “Se ti ritrovi nella tua fede, va benissimo. Altrimenti: lascia perdere!”.
Forse, quando avranno dei bambini o saranno davanti alla malattia e alla morte, non sarà più possibile vivere nell’immediato. In quel momento avranno bisogno di ritrovare una storia che li porta a Dio. La maggior parte, però, non è ancora arrivata a quel momento, ed è oggi che bisogna andare loro incontro.
Le storie che forniscono senso alla loro vita e si ritrovano nei film, alla televisione e nella musica popolare, celano dei valori essenziali. L’evangelizzazione è l’incontro del Vangelo con i valori ai quali essi tengono: si tratta di accettarli e di discutere. Questi valori, essenziali per i giovani, sono la felicità, la libertà e l’esigenza di verità. Come far sì che si incontrino con la libertà e la beatitudine del Cristo, lui, la cui verità ci rende liberi?

Felicità
I giovani, prima di tutto, vogliono essere felici. E questo non ci sorprende. Sant’Agostino scriveva: “Tutti vogliono essere felici. Ognuno è pronto a convenirne con me prima ancora che le parole siano venute alle labbra” . La felicità che i giovani ricercano è fragile e minacciata. Si conquista con grandi lotte in un mondo segnato dalla violenza, dagli abusi sessuali, dalla droga, dal deterioramento delle periferie e dal crollo della famiglia. Questa felicità è anche un obbligo. I negozianti inglesi, quando comperi qualcosa, dicono: “Enjoy!“, che significa divertiti.
È obbligatorio divertirsi. Non si è più neppure liberi di essere tristi ogni tanto! Se ci si sente tristi bisogna cambiare. Dovremmo vergognarci. L’inchiesta sulla “generazione Y” conclude: “non è facile riconoscere che si è tristi quando la felicità è così vicina, così immediatamente realizzabile” (p. 48). Una delle ragioni del fenomeno dilagante di suicidi, che imperversa nella giovane generazione, è dovuta all’obbligo di divertirsi, a cui non si può essere sovraesposti più del normale.
La principale testimonianza da offrire della Buona Notizia è la gioia. I russi hanno un’icona della Madonna che ha per nome “una gioia inattesa”. La Vergine offre, a chi la contempla, a chi si rivolge a lei, uno sguardo penetrante. È questa la nostra felicità: misteriosa e intrigante. Non si tratta della gioia forzata di certi gruppi cristiani che ripetono fino alla noia che non si può essere tristi perché Gesù ci ama.
È quello che Seamus Heany chiama “il sorriso stampato del posto prenotato in Paradiso” e che trovo davvero deprimente. È la dimensione festiva di Gesù, il pane e il vino che condivide e il piacere che prova nello stare con la gente che costituiscono la sua prima predicazione dell’Evangelo. Si dice che quando Francesco d’Assisi predicava ai pesci questi se ne ritornassero poi tutti felici . Naturalmente il domenicano che è in me si chiede come si possa distinguere un pesce triste da uno felice!
Il germe della mia vocazione è stata probabilmente la gioia inimmaginabile di un mio zio benedettino. Durante la prima guerra mondiale era stato mutilato: aveva perso un occhio e quasi tutte le dita, ma era raggiante di gioia. E io percepivo, fin da bambino, che l’origine della sua gioia era Dio.
Dom Notker Wolf, abate primate dei benedettini, aveva invitato alcuni monaci giapponesi, buddisti e scintoisti, a trascorrere due settimane nel monastero di sant’Ottilia in Baviera.
Quando chiese loro cosa li aveva maggiormente colpiti, risposero: “la gioia”. “Perché i monaci cattolici sono così gioiosi?”. Non dovrebbero essere contaminati da questa gioia solo i monaci, ma tutti i cristiani, perché non è altro che una semplice percezione della beatitudine per cui siamo stati creati, vitalità di coloro che hanno bevuto il vino nuovo dell’Evangelo. Il vino nuovo che inebria. A dir la verità ho l’impressione che questi monaci giapponesi non apprezzassero soltanto la metafora!
Questa gioia è intrigante perché non è l’opposto della tristezza. Non è fondata né sull’esclusione né sulla negazione della tristezza. L’opposto della gioia non è la tristezza ma la durezza del cuore che esclude ogni sentimento: la durezza di un cuore di pietra.
I santi più felici sono quelli più vulnerabili dalla tristezza, come san Domenico che rideva di giorno, con i frati, e piangeva la notte, con Dio. La gioia cristiana è capace di includere la tristezza perché non è felicità del solo momento presente. È la gioia di una storia che ha per misura la vita di Cristo, dal battesimo alla Resurrezione, e che integra il venerdì santo come un momento inserito in questo itinerario.
Nella nostra cultura abbiamo la tendenza a vivere in funzione del solo momento presente. Allora la gioia e la tristezza assumono un carattere assoluto: nulla più esiste al di fuori di quanto si prova in questo preciso momento. La nostra gioia inattesa proviene dal fatto che la nostra vita è inscritta nella storia più vasta del Cristo, in cui la tristezza ha il suo posto.
Dobbiamo ripetere questa storia, ma non è sufficiente. La sua autorevolezza sarà fondata sulla gioia che va al di là del momento presente ed è capace di sorreggere le sue contraddizioni e il suo opposto che è la tristezza. Questa è la storia stessa di Cristo Gesù che “in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio” (Eb_12,2).

Libertà
Diverse ricerche sui valori presenti in Europa hanno dimostrato che uno dei più fondamentali – agli occhi dei giovani – è proprio la libertà. Esistono molti tipi di libertà. C’è quella del consumatore che è libero di consumare, libero di comperare ciò che vuole. In genere i giovani danno molta importanza al denaro, non perché siano materialisti, ma perché promette loro la libertà di andare dove vogliono e di essere ciò che vogliono. La libertà è anche sinonimo, ai loro occhi, di autonomia personale.
Una pubblicità dei jeans Levi’s è diventata a suo tempo celebre perché esprimeva un forte simbolo di libertà di fronte ad ogni limitazione. Mostrava dei ragazzi che, correndo, scavalcavano muri, saltavano alberi abbattuti e oltrepassavano profondi precipizi. In Francia c’è una moda tra i giovani che si chiama Yamakasi – il termine deriva da un’espressione congolese che significa persona forte, spirito forte, corpo forte –. È una specie di sport: si attraversa la città correndo e facendo degli ostacoli che si incontrano tappe da sormontare per arrivare alla libertà, e dei muri incontrati dei trampolini da cui lanciarsi in avanti. Si attraversa correndo, si sorvola, si fa il giro di tutto quello che cerca di ingabbiare o semplicemente ostacolare. È una bella e meravigliosa espressione di libertà.
Ma in realtà i giovani sono sempre meno liberi, sempre più controllati, sorvegliati con telecamere a circuito chiuso, schedati e incarcerati. Da qui la splendida libertà di internet in cui si possono abolire le distanze, farsi una nuova identità, essere chi si desidera essere.
Si può partecipare ad una chat – conversazione – con delle persone che sono dall’altra parte del pianeta e sconnettersi quando se ne ha voglia. Se una trasmissione televisiva ci annoia si può cambiare canale e vedere qualcos’ altro … cosa impossibile da farsi durante una predica ultranoiosa! Come d’altronde non potete fare voi durante questa conferenza ultranoiosa!
La Chiesa vuole proclamare il Vangelo? Allora dobbiamo seriamente prendere in considerazione questa sete di libertà, dobbiamo capirla, accettarla e guidare le persone fino alla libertà più profonda che è Cristo.
È difficile perché i giovani percepiscono la Chiesa come ostile all’autonomia personale: prescrive regole e dice quello che si deve o non si deve fare. I lavori sui valori dell’Europa affermano che i giovani possono cercare nella Chiesa un aiuto spirituale, ma non accettano assolutamente una Chiesa che limiti la loro autonomia personale. Diffidano della religione, l’associano a “divieto”: “tu non farai …”. Mi fa pensare al cappellano domenicano di un reggimento polacco, durante la battaglia di Montecassino. La vigilia dell’ultimo assalto migliaia di soldati vollero confessarsi. Cosa fare? All’epoca non si pensava alla pratica dell’ assoluzione collettiva. Invitò dunque i soldati a coricarsi faccia a terra, in modo che non potessero vedersi. Dopo di che percorse tutta la lista dei comandamenti, spiegando che chi ne avesse trasgredito uno avrebbe dovuto alzare la gamba sinistra e con la destra avrebbe dovuto indicare il numero delle trasgressioni!
Se vogliamo parlare ai Natanaele di questa generazione dobbiamo far vedere chiaramente che colui che ci chiama a seguirlo ci rende liberi. La gente dovrebbe essere sbalordita della libertà dei discepoli di Gesù. Dobbiamo però avere il coraggio di riprenderci questa libertà e di disfarci della timidezza, piena di precauzioni, che incontriamo così sovente negli ambienti ecclesiali. Mi ricordo quella volta in cui un notabile vaticano mi portò alla finestra del suo studio. Indicando con il dito gli uffici di due congregazioni vaticane mi disse: “Non sono libero di fare ciò che voglio”.
Ciò di cui abbiamo bisogno è di incarnare la libertà vertiginosa di Gesù, facendo dono della nostra vita. Questo genere di libertà l’ho vista nei missionari, uomini e donne che si avventurano sovente in luoghi pericolosi, soffrendo di molte privazioni e rischiando la propria vita per predicare il Vangelo. Questo genere di libertà è incomprensibile per quanti non vivono altro che il presente. Questa libertà, infatti, accede direttamente al Regno di Dio, come il giovedì santo alla domenica di Pasqua. È la libertà del santo più che quella dell’eroe. Come la gioia cristiana è capace di integrare il suo contrario.
Dagli eroi ci aspettiamo che sopravvivano a tutte le difficoltà, compiano prodezze, non si lascino dominare da niente e nessuno.
Noi dobbiamo incarnare una verità più profonda: quella del santo. L’eroe occupa il primo posto sulla scena, e noi ci teniamo saldi alle nostre sedie guardandolo. L’eroe deve assolutamente riuscire, costi quello che costi. Ma i santi non hanno altro che parti secondarie nel dramma più vasto della storia di Dio. Il professor Samuel Welles, dell’università di Duke – USA – ha scritto: “un santo può fallire là dove un eroe non può permetterselo, perché l’insuccesso di un santo è rivelatore del perdono e delle possibilità che Dio offre, il santo non è che un personaggio minore in una storia che, fondamentalmente, gravita sempre attorno a Dio”.

Esigenza di verità
Il terzo valore che vorrei brevemente evocare è l’esigenza di verità. È, allo stesso tempo, fondamentale e poco sicura per i giovani. Da un lato c’è un desiderio profondo di verità nel senso della verità da farsi su se stessi. Occorre affermare onestamente le proprie convinzioni e viverle concretamente. L’esigenza di verità in questo caso è sinonimo di autenticità e trova le sue origini, ancora una volta, nella ricerca di identità. Charles Taylor – filosofo e politologo canadese – scrive: “Essere fedele a se stesso significa essere fedele alla propria originalità, cosa che solo io posso affermare e scoprire. Articolandola mi definisco. Realizzo un potenziale che appartiene solo a me. Questo è il contesto mentale di fondo che caratterizza l’ideale moderno di autenticità e gli obbiettivi di crescita personale e di realizzazione di sé che ne sono l’espressione abituale” .
D’altro canto manca un senso di fiducia nei confronti di ogni pretesa verità assoluta. Nel mondo cibernetico la verità è multipla. Si è bombardati da pretese verità incompatibili tra di loro. Internet è un immenso supermercato di opinioni nel quale ognuno sceglie ciò che sente vero per sé, “per me”. Nel film intitolato Il Codice da Vinci, Langdon, professore all’università di Harvard, dice: “la sola cosa che conta è quello che tu credi”. Se l’idea di un Gesù marito e padre ti arride, va bene. Sia! Sarà, per te, marito e padre. La storia non ha nulla a che vedere.
Nella realtà virtuale la verità è quello che si fa e si dice in quel momento. Di conseguenza, in rapporto alle pretese di verità del cristianesimo, diventerà logico, in questa prospettiva, che siano le persone stesse ad accettare o rifiutare quanto viene proposto. Rispondere a questa sete di autenticità e a questo scetticismo nei confronti della verità pone la Chiesa dinnanzi ad una duplice sfida. In primo luogo occorre essere riconosciuti come persone oneste, fedeli alle nostre convinzioni, onesti nei nostri dubbi e domande, credibili come testimoni nella nostra autenticità personale.
Papa Paolo VI diceva che i nostri contemporanei sono più disposti ad ascoltare dei testimoni che dei professori e che se ascoltano dei professori è soltanto perché sono dei testimoni. Se i giovani pensano che nascondiamo ciò che pensiamo veramente, sia che diciamo ciò che ci hanno insegnato a dire, sia che non viviamo in accordo con le nostre convinzioni, non potremo essere dei testimoni.
In secondo luogo la sfida che ci è posta di fronte è legata al fatto che noi crediamo in una verità assoluta, ma nel nostro mondo questo è visto con sospetto. Le verità assolute danno l’impressione di essere diametralmente opposte a quella che è percepita come la verità soggettiva, “la mia verità”. Un’istituzione qualsiasi può forse mettere in dubbio “la mia verità”? Il mettere in causa la verità soggettiva viene oggi percepito come un rifiuto alla persona. A questo si aggiunge il sospetto che tutte le istituzioni dissimulano la verità: il governo, la stampa, la polizia e, soprattutto, la Chiesa.
L’immensa popolarità del Codice da Vinci mostra bene il fascino che esercita sulla gente l’evocazione del complotto. Come dice un personaggio del film: “E se la storia più appassionante che non si sia mai raccontata non fosse altro che una menzogna?”.
Al cuore della nostra evangelizzazione si trova la Buona Novella: la verità è una. Nel cuore di un mondo che lascia libero sfogo a opinioni contraddittorie e frammentarie, noi crediamo nell’unità della verità in Cristo. Se vogliamo essere dei testimoni credibili, la gente deve poter vedere che riconosciamo apertamente la verità delle loro convinzioni e esperienza di vita, per poter poi annunciare l’Evangelo.
Come scriveva Pierre Claverie, vescovo di Orano, “Non possiedo la verità; ho bisogno della verità degli altri“. Sono un mendicante della verità. Dobbiamo vigorosamente predicare Cristo, mantenendoci umilmente all’ascolto di ogni traccia di verità che scopriamo nei non credenti o in quanti credono in modo diverso da noi. Come diceva mons. Christopher Butler al Concilio: “ne timeamus quod veritas veritati nocea” (non temiamo che la verità metta in pericolo la verità).
Se crediamo davvero nell’unità della verità, non avremo paura di riconoscere delle verità che a prima vista sembrano essere in contraddizione con quanto ci sta a cuore. Non saremo sconcertati se potremo riconoscere come verità cose che all’inizio ci sembrano inconciliabili, certi che alla fine una riconciliazione sarà possibile, forse in modi non ancora noti che impiegheremo molto tempo a scoprire. Rigettare o disprezzare quanto altri credono vero perché ha l’aria di contraddire quanto dice la Chiesa, significa, in fine dei conti, disprezzare Colui nel quale si trova ogni verità. Significa ridurre la verità di Dio alla limitatezza del nostro spirito.
Natanaele riconosce Gesù perché Gesù per primo lo ha riconosciuto. Può proclamare: “Rabbi, tu sei il Figlio di Dio! Tu sei il Re d’Israele“, perché prima di tutto Gesù lo ha visto sotto il fico e ha riconosciuto in lui un “israelita in cui non c’è falsità“. La nostra evangelizzazione è fondata su questo riconoscimento amante. Bene inteso, verrà il momento di mettere in discussione l’identità e i valori delle persone a cui ci rivolgiamo, ma solo nella misura in cui li abbiamo dapprima riconosciuti e amato le persone che coltivano questi valori e in essi si riconoscono.
Non ci riusciremo se non vivendo in accordo con i valori che proclamiamo.
Le persone devono poter scoprire in noi una felicità intrigante, una libertà seducente e un’ esigenza di verità capaci di far spazio a quanto di vero c’è nella loro esistenza. L’evangelizzazione implica dunque un profondo rinnovamento della Chiesa: se vogliamo essere davvero testimoni credibili dobbiamo morire e rinascere.
Possiamo consacrare all’evangelizzazione tutte le risorse finanziare possibili e immaginabili, ma saremmo in pura perdita; tranne che si accetti di morire e rinascere come testimoni, fragili, certo, ma credibili.
Gli organizzatori mi hanno chiesto di dire una parola sulle ragioni che rendono l’evangelizzazione difficile nel mondo contemporaneo. Bisogna riconoscere che c’è sempre stato qualcosa di difficile nel condividere la Buona Novella con degli sconosciuti. Il Signore risorto ha mandato gli Undici dicendo: “Andate dunque e di tutte le nazioni fate dei discepoli battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt_28,19).
Ma gli Atti lasciano intendere che gli Apostoli furono particolarmente reticenti nel compiere questa missione e lenti nel decidersi! Dopo il dramma della Pentecoste, al contrario, rimasero a Gerusalemme, senza muoversi. Fu necessaria una persecuzione per suscitare la prima evangelizzazione al di fuori di Gerusalemme, e anche in quel momento gli Apostoli rimasero indietro (At_8,1). È perfettamente comprensibile, perché andare verso i pagani significava, in qualche modo, morire alla preesistente comunità ebraica.
Questo significa perdere un’identità appena acquisita, per diventare qualcosa di nuovo. Ogni volta che andremo incontro a degli sconosciuti per portare il Vangelo, dovremo morire un po’, così come i neo-genitori, alla nascita di un figlio, devono morire alla vita di coppia anteriore alla nascita. I bambini sconvolgono la vita: così faranno i giovani che accoglieremo. Evangelizzare significa scoprire che siamo incompleti fino a quando non abbiamo accolto lo sconosciuto, perché fa parte di chi noi siamo in Cristo.
L’evangelizzazione è come un parto: frammista di gioia e dolore. È un nuovo inizio ed una morte a quanto esisteva prima. Quando i cristiani dell’Impero Romano si aprirono ai barbari, si trattò di una perdita di identità, una perdita della Chiesa intesa come dimora romana.
La Chiesa ha vissuto una crisi simile con l’arrivo degli europei nelle Americhe. Il cristianesimo dovette trascendere la cristianità europea. È quanto succede anche oggi. Adesso che la Chiesa è davvero diventata globale, per la prima volta nella sua storia, dobbiamo morire un po’ in questa nostra strada verso il Regno. Michael Ramsey, uno dei grandi Arcivescovi di Canterbury, disse un giorno che “il conforto dello Spirito Santo non era sempre confortevole, così come non è sempre confortevole una borsa dell’acqua calda!”. Lo Spirito Santo ci spinge fuori dal nostro recinto confortevole, fuori dal nido.
La tappezzeria di Bayeux, che commemora l’ultima invasione dell’Inghilterra nel 1066, mostra il re Guglielmo che riconforta le truppe. Egli infila una lancia nel dorso di un soldato, obbligandolo ad avanzare. Per riconfortarci, lo Spirito Santo, ogni tanto, agisce proprio così!
Una coppia di piccoli rapaci aveva costruito il suo nido proprio sopra la mia finestra a Santa Sabina. Ogni anno, nel mio lavoro, ero distratto quando i piccolini imparavano a volare. I loro genitori li spingevano fuori dal nido, forzandoli a volare. Non riuscivo a concentrarmi vedendoli lottare contro la forza di gravità a meno di due metri dalla mia finestra. Nello stesso modo lo Spirito Santo ci propulsa, ci spinge, nell’avventura.
L’evangelizzazione è dunque una morte e una risurrezione. La sfida è più difficile nel nostro tempo? Credo di sì, e per due ragioni. Per la prima volta dopo l’epoca di Costantino, la nostra missione in Europa si rivolge agli abitanti delle nostre regioni e delle nostre città. Gli sconosciuti sono qui, a casa nostra. È una priorità dell’attuale papa.
Come tendere la mano – cioè riconoscere ed accogliere – quelle persone la cui vita è così diversa da quella dei loro antenati cristiani? Prima di tutto ho sottolineato la sfida che rappresentano i diversi schemi relazionali in cui vivono i moderni europei: genitori divorziati e risposati, famiglie monoparentali, coabitazione, coppie omosessuali. Come fare per accoglierli attorno all’altare, riconoscendo i legami sui quali si fonda la loro identità, il valore della loro fedeltà agli impegni presi, rimanendo tuttavia fedeli all’ideale della famiglia, la cui sparizione rischierebbe di spingere nel caos la nostra società? Se ci rivolgiamo a questi nuovi europei, così come sono, apprezzandoli veramente per come sono, non rischiamo forse di sovvertire una componente fondamentale della nostra tradizione morale? Se invece non andiamo verso di loro per accoglierli a braccia aperte, non rischiamo di regredire allo stato di setta introvertita, una cittadella fortificata? Come coniugare la fedeltà all’ideale cristiano di famiglia e l’accoglienza, senza ambiguità, di quelle persone la cui vita si articola attorno ad altri tipi di promesse?
Non ho la risposta a queste domande, tuttavia non vi è alcun dubbio che dobbiamo accogliere questi nuovi europei della “generazione Y”. Questa accoglienza cambierà in profondità la Chiesa senza che noi possiamo prevederne le modalità. Dio ci darà il modo di coniugare novità e fedeltà, anche se noi oggi non possiamo affatto prevederlo. L’amore di Dio nei confronti dei nostri figli ci spinge alla missione.
Le nostre Chiese non possono trasformarsi in rifugi che proteggono dalla modernità: devono servire da domicilio all’umanità intera, con tutti i suoi drammi. Anche questo esige da noi una certa morte, ma abbiamo fiducia nella risurrezione. Come diceva uno dei miei frati, Herbert McCabe: “Se ami, sarai crocifisso. Se non ami, sei già morto”.
La seconda sfida per l’evangelizzazione, nella nostra epoca, è l’immaginazione. La nostra fede deve poter attirare l’immaginazione dei giovani. Negli anni sessanta John Lennon, dei Beatles, ha scritto una canzone intitolata Immagine. “Immagina che i cieli non esistano; provaci è facile. Niente Inferno sotto, niente al di sopra, se non questo cielo visibile“. Se l’ateismo ha imperato nel XIX e XX secolo è perché era riuscito a captare l’immaginazione di molti dei nostri antenati europei . Immaginare un mondo senza Dio: che cosa di più esaltante per quelle generazioni? Ma dopo le terribili guerre e massacri del XX secolo, l’ateismo ha perso la sua capacità di stimolare l’immaginazione. Infatti conduce spesso ai campi di concentramento.
Se riusciremo a trovare dei modi per dire la nostra fede che tocchino l’immaginazione e parlino al cuore e allo spirito, allora potremo attrarre anche i giovani. Dobbiamo essere sensibili all’avventura della fede, al “romanzo dell’ortodossia”, come diceva G.K. Chesterton. Il Signore degli anelli, di J.R.R. Tolkien, è un romanzo profondamente cattolico che ha infiammato l’immaginario di milioni di persone.
La fede permette di vedere ogni cosa in un altro modo. “Nella tua luce, noi vediamo la luce “. Quali sono le canzoni, le poesie, la musica e i racconti capaci di trasformare la nostra immaginazione? Quali sono i giovani cantastorie, compositori, romanzieri, sceneggiatori, capaci di mostrarci l’avventura della fede?

Conclusione
Gesù vede Natanaele sotto il fico e lo riconosce: “ecco un vero israelita nel quale non c’è inganno“. L’annuncio della Buona Novella incomincia nel riconoscere i tanti Natanaele del nostro tempo: anche loro sono un “dono di Dio”. Questo riconoscere è lo sguardo d’amore “di cui hanno sete”. Riconoscere significa accogliere le persone così come sono, con la loro identità e i valori ai quali tengono. Se prima di ogni cosa non li accettiamo, non ci sarà nessuna sfida, nessuna possibilità di dare un seguito all’incontro. Così vivendo li riconosciamo come parte integrante di chi noi siamo. Senza di loro siamo incompleti. Dobbiamo imparare a diventare visibili ai loro occhi. Accoglierli esigerà da parte nostra una morte, ma crediamo in Dio: ci accorderà una nuova risurrezione, anche se non sappiamo come farà! L’evangelizzazione ci trasforma in maniera totalmente imprevedibile. Ma come? Non lo sappiamo. Anche a noi il Signore ha detto: “Venite e vedete“.

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