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p. G. Marco Salvati – Relazione all’Incontro di Formazione dei Laici Domenicani

p. G. Marco Salvati

padre G. Marco Salvati, op, ha tenuto la relazione La virtù della fede in San Tommaso d”Aquino durante l’Incontro di Formazione dei Laici Domenicani della Provincia, tenuto presso l’Istituto Maria del Carmelo “Sassone” di Ciampino  dal 5 al 7 ottobre 2012.

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La virtù della fede In San Tommaso d’Aquino

G. M. Salvati OP
Pontificia Università San Tommaso (Angelicum) – Roma

Introduzione

Nel tentativo di mettere in luce cosa sia per Tommaso d’Aquino la virtù della fede, è necessario ricordare che il linguaggio, le prospettive teologiche, i riferimenti che servono al Dottore Angelico per elaborare la propria riflessione sono in sintonia con il tempo e con i luoghi in cui egli vive ed esercita il suo impegno di frate, di teologo, di maestro. Ciò comporta una duplice necessità, per noi che ci accostiamo al suo pensiero. Da una parte, bisogna evitare di fermarsi alla superficie della sua elaborazione teologica, altrimenti essa apparirà inadeguata e ‘fuori onda’, rispetto alla sensibilità dei nostri giorni. D’altra parte, si deve sapere che non è possibile riproporre in modo pedissequo la sua proposta, dimenticando i progressi, gli sviluppi, gli arricchimenti, le conquiste, le novità, le differenze che ci sono stati dal tempo di Tommaso fino ai nostri giorni: siamo “nani sulle spalle dei giganti” (Bernardo di Chartres).

Perciò, lo sforzo migliore da fare consiste nell’avvicinarsi all’Aquinate attenti a cogliere il cuore della sua riflessione, per poi tradurla nel nostro contesto di pensiero e di vita. In altre parole, nessun archeologismo inopportuno, ma impegno a utilizzare un patrimonio che può ancora vitalizzare il cammino della comunità ecclesiale.

La riflessione qui proposta si articola in tre momenti. Anzitutto saranno brevemente indicati considerazioni e concetti utili al fine di comprendere meglio  la proposta di Tommaso sulla virtù della fede. Successivamente saranno messi in risalto alcuni aspetti di quest’ultima, rifacendosi agli scritti dell’Angelico. Infine mi ispirerò ad alcuni dati che hanno connotato la vita dell’Aquinate, per richiamare ulteriori e significativi elementi di ciò che in concreto la virtù della fede ha significato.

1) Un avvicinamento esteriore

Poiché la fede è definita una virtù teologale, è bene intendersi sul senso di quest’ultima espressione. Il termine virtù, insegna l’Aquinate, indica un abito operativo, ossia qualcosa che coinvolge stabilmente la totalità dell’uomo, abilitandolo a compiere atti che hanno un fine buono. Le virtù vanno pensate quali principi di esercizio della responsabilità; esse rendono l’uomo soggetto, protagonista, capace di agire con prontezza, con gioia. Devono, inoltre, essere sempre considerate come unite, pur nella loro distinzione.

Vengono, poi, dette teologali perché hanno Dio quale origine, nel senso che costituiscono un dono, un ‘di-più’ rispetto a ciò che appartiene all’essere umano in quanto creatura; hanno, inoltre, Dio quale oggetto, nel senso che esse consentono all’uomo di entrare nell’orbita di Dio; e, infine, hanno Dio quale fine, in quanto riguardano e favoriscono l’orientamento della creatura umana a Dio quale fine ultimo. Per questa loro speciale configurazione (provenire da Dio, inserire in Dio, indirizzare a Dio), le virtù teologali ci sono rese note grazie alla rivelazione soprannaturale, per mezzo della quale noi conosciamo più profondamente Dio, i suoi doni liberi e le vie che ci permettono una realizzazione integrale della nostra identità e del nostro destino.

Le virtù teologali, poi, sono sempre da pensare in collegamento alla vita di grazia, ossia di comunione con la Trinità; esse rendono possibile la realizzazione del disegno di Dio sull’uomo e il progetto della Trinità a favore della storia. Detto altrimenti, le virtù teologali consentono all’uomo che è inserito nella comunione di grazia con la Trinità un esercizio positivo, fecondo, costruttivo della propria vita e un efficace apporto alla vita della comunità ecclesiale e di tutta l’umanità.

Tommaso fa riferimento alle virtù teologali in diversi suoi scritti. In particolare tratta della fede nelle seguenti opere:

  • Commento alle Sentenze (III, dd. 22-25);
  • De Veritate (q. 14, aa. 1-2);
  • Summa Contra Gentiles (I, c. 6; III. Cc. 152.154);
  • Commento al De Trinitate di Boezio (q.3, a.1);
  • Quodlibetales (II, a.6; VI, a.2);
  • Commento al Vangelo di Giovanni (cc. 4, 6, 7, 11);
  • Commento alla Lettera agli Ebrei (c. 11);
  • Summa theologiae (II-II, qq. 1-16) (qui riprende, in modo sintetico e sistematico tutta la materia).

2) Alcuni aspetti della fede, negli scritti dell’Aquinate

 A partire dalle opere di Tommaso, è possibile riprendere, fra i molteplici aspetti della virtù della fede, sette dati che esprimono in modo chiaro il pensiero teologico dell’Autore.

a) Riprendendo un’affermazione tradizionale, Tommaso afferma che la fede è quell’atto descrivibile come un

credere Deum = suo oggetto è Dio e tutto ciò che è ordinato a Lui (ad es., che il mondo è stato fatto da Dio);

credere Deo = grazie alla fede, l’uomo aderisce a Dio, verità prima;

credere in Deum = è il proporsi Dio quale fine ultimo.

b) La virtù della fede è anche un partecipare (in modo imperfetto) alla scienza di Dio. Tale partecipazione suscita nell’uomo una sete, un desiderio di conoscenza ulteriore e di possesso di Colui che è oggetto della fede stessa: “la conoscenza della fede non appaga il desiderio, bensì lo acuisce, giacché ognuno desidera vedere le cose che crede” (Contra Gentiles III, c. 40).

c) “credere è direttamente atto dell’intelletto, in quanto ha per oggetto il vero, che propriamente appartiene all’intelligenza. Perciò è necessario che la fede, essendo principio di quest’atto, risieda nell’intelletto” (Summa theologiae, q. 4, a. 2). L’atto dell’intelletto che crede è chiamato da Tommaso cum assensione cogitare: “indica una considerazione dell’intelletto accompagnata da una ricerca prima di giungere alla perfetta intellezione mediante la certezza dell’evidenza … Ora l’atto del credere ha un’adesione ferma ad una data cosa, e in questo chi crede è nelle condizioni di chi conosce per scienza o per intuizione; tuttavia la sua conoscenza non è compiuta mediante una percezione evidente, e sotto questo profilo chi crede è nelle stesse condizioni [conoscitive] di chi dubita, di chi ‘sospetta’ o di chi sceglie un’opinione. E sotto questo aspetto è proprio del credente il cogitare Ed è così che l’atto del credente si distingue da tutti gli altri atti intellettivi che hanno per oggetto il vero e il falso” (Summa theologiae, II-II, q.2, a. 1). Questo assenso dà alla fede una fermezza che nessun altro atto intellettivo possiede, perché l’atto di fede è determinato dalla volontà; nell’atto di fede è la volontà che ‘muove’ ad accogliere il contenuto di conoscenza. “Nella conoscenza di fede, la volontà ha il compito principale; l’intelletto, infatti, dà l’assenso di fede alle cose che gli sono proposte perché è mosso non dalla stessa evidenza della verità, bensì dalla volontà” (Contra Gentiles, III, c. 40). In altre parole, l’atto di fede coinvolge sempre e simultaneamente intelletto e volontà.

d) La fede è necessaria per il conseguimento del fine ultimo dell’uomo, che è la visione della Trinità. A quest’ultima possiamo giungere solo attraverso Cristo, Verbo incarnato. In collegamento con questo argomento (necessità della fede), Tommaso distingue tra fede implicita e fede esplicita, tra verità primarie e verità secondarie, conoscenza dei dotti e conoscenza delle persone semplici: “non tutti sono tenuti sono tenuti a credere esplicitamente a tutte le cose che sono di fede, ma soltanto coloro che sono chiamati a diventare maestri della fede, come nel caso dei profeti e di coloro che sono in cura d’anime (…) Nel tempo della grazia, sia i dotti che i semplici sono tenuti ad avere una fede esplicita nella Trinità e nel Redentore. Però la gente semplice non è tenuta a credere a tutto ciò che appartiene alla fede circa la Trinità, ma vi sono tenuti soltanto le persone colte. La gente semplice è tenuta però a credere esplicitamente gli articoli fondamentali della fede, come [il dato] che Dio è uno e trino, che il Figlio di Dio si è incarnato ed è morto e risorto, e altri articoli simili, che la Chiesa celebra solennemente” (De Veritate, q. 14, a. 11).

e) Il perfezionamento della fede è costituito dalla carità (la carità è forma fidei: cf. Summa theologiae, II-II, q. 4, a. 3). Ciò perché il fine della fede è Dio stesso; ma Egli è anche l’oggetto proprio della carità: “perciò la carità viene chiamata forma della fede, in quanto per mezzo della carità l’atto di fede viene perfezionato e formato” ().

f) Tommaso è anche attento alla dimensione ecclesiale della fede: “la professione di fede è presentata nel Simbolo a nome di tutta la Chiesa, che deve alla fede la sua unità. Ma la fede della Chiesa è una fede formata [dalla carità]; e tale è la fede di coloro che appartengono alla Chiesa per numero e per merito. Ecco perché nel Simbolo si presenta una professione di fede adatta per la fede ‘formata’; e anche affinché i fedeli che non avessero una fede ‘formata’ cerchino di raggiungerla” (Summa theologiae, II-II, q. 1, a. 9, ad 3um).

g) La fede suppone la ragione. Grazie ad essa, l’uomo si affida a quel Dio che, in quanto principio e fine di ogni creatura, è conoscibile dalla ragione umana che si ponga con correttezza a riflettere sulla realtà che ci circonda. Tale espressione significa anche che la fede è un’esperienza ‘a misura d’uomo’, nel senso che non comporta il sacrificio della ragione, ma, al contrario, la sua completa valorizzazione.

3) Ulteriori dimensioni della fede, rilevabili dall’esperienza di vita dell’Aquinate

Non si avrebbe una sufficiente informazione su cosa sia per Tommaso la virtù della fede, se ci fermassimo alla meditazione dei suoi scritti. In verità c’è nel Dottore Angelico, come in ogni altro ‘santo’, una teologia vissuta (cf. Novo millennio ineunte, 27): è quella che emerge dalla considerazione attenta dell’esperienza, della vita, della prassi di quei credenti dei quali la Chiesa riconosce il carattere speciale della loro fedeltà a Cristo .

Anche sotto questo profilo, possiamo individuare sette aspetti della virtù della fede in Tommaso d’Aquino. Si tratta di dimensioni o di modi di realizzarsi della fede che sono in stretto e reciproco collegamento.

a) La fede, in senso soggettivo (fides qua) e in senso oggettivo (fides quae) fu per Tommaso principio e fondamento di un’esperienza personale, che gli consente di entrare in un mondo, quello del Dio che si rivela e ci viene incontro in Gesù Cristo. La fede fu per l’Aquinate vera e propria porta che gli spalanca orizzonti nuovi, affascinanti, gustosi, carichi di senso. La fede dà una luce nuova alla vita dell’Angelico: quella che proviene da Dio e che supera, senza negarla, la luce propria dell’intelletto.

b) Aprendosi, nella fede, a Dio, Tommaso comprende che vivere è tendere costantemente verso il fine ultimo, che è il Dio trino. In quanto autentico credente, l’Angelico Dottore fu sempre mosso da una vera e propria passione per il fine ultimo (“il fine di ogni cosa – aveva scritto – è la sua perfezione e il suo bene”: Summa theologiae, I, q. 22, a. 3). Quando l’uomo ha ben presente il proprio fine, costruisce se stesso e la propria vita in modo corretto e proficuo; con l’aiuto della grazia, può realizzare il progetto di Dio. La passione per il fine ultimo (che la fede consente di conoscere e sperimentare) anima lo sforzo e irrora di speranza le scelte e le decisioni, sia quelle riguardanti il grande progetto del vivere, sia quelle relative al quotidiano e all’immediato.

c) La fede è per Tommaso un accogliere le verità rivelate da Dio e insegnate dalla Chiesa, per gustarle con la mente e con il cuore, facendo lo sforzo di mostrare che esse hanno un’indiscutibile credibilità, ossia che non sono in contrasto con le esigenze della recta ratio. La fede, inoltre, consente alla ragione di vedere nelle libere scelte fatte da Dio a nostro favore quanto di meglio potesse accadere per noi (argomento della convenientia).

d) La fede dà a Tommaso gli ‘occhi’ giusti per guardare la realtà (il mondo, la storia, l’umanità). Essa fu sempre luce e riferimento per il suo vivere, occasione di coraggio e di audacia per il suo pensare, motivo di superamento di opinioni e convinzioni (teologiche e filosofiche) sedimentate.

e) La fede è stata per Tommaso base e punto di partenza di una vera e propria dichiarazione di stima per l’uomo e di ottimismo antropologico, di capacità di cogliere le ricchezze possedute – per dono di Dio – dalla creatura umana, di un atteggiamento che lo tiene aperto alla meraviglia di fronte a quell’essere (l’uomo) che non solo è il frutto di una speciale benevolenza di Dio e porta in sé un’impronta della Trinità, ma è anche oggetto di amore, fino al punto che il Verbo stesso si è fatto uomo e si è lasciato appendere alla croce per amore dell’umanità. Sempre nell’ambito di questa stima per l’uomo, rientra anche il modo di pensare il rapporto con Dio: esso è tale, secondo l’Aquinate, che l’uomo non deve rinunciare all’uso della ragione, né deve intendere la vita morale come un’esecuzione di precetti, ma quale esercizio della responsabilità. In breve, Tommaso insegna che non è indebolendo l’esercizio della ragione e della volontà che si onora Dio: se la gloria di Dio è l’uomo vivente – come aveva insegnato sant’Ireneo – e se vivere è per l’uomo intendere e volere, ne discende che la via verso la santità è fatta di sete della verità e di ansia di amare, è ricerca costante di una luce più grande e sforzo di realizzazione sempre più intensa del bene. Nella fede, l’uomo si apre alla Trinità, entra nella sua vita e lascia che la Trinità lo abiti; questa presenza/vita di Dio e in Dio valorizza l’uomo e lo spinge a un’esistenza da figlio adulto di un Dio che vuole e chiama i suoi figli a essere, nella libertà, facitori di storia, costruttori di sé e del mondo.

f) La fede fu per Tommaso motivo di confidenza e di intimità con il Signore. I biografi dell’Aquinate testimoniano ampiamente questo aspetto della sua vita, che è percepibile anche nelle preghiere, nelle composizioni poetiche scritte dal Dottore Angelico (si pensi, ad esempio, al Pange lingua oppure all’Adoro te devote). Si pensi anche, a questo proposito, alle parole pronunciate da Tommaso mentre riceve per l’ultima volta l’Eucaristia: “ricevo te, prezzo della redenzione dell’anima mia; ricevo te, viatico del mio pellegrinaggio, per il cui amore ho studiato, vegliato, lavorato. Te ho predicato e insegnato” (Guglielmo di Tocco, Ystoria sancti Thomae de Aquino, cap. 47). O, ancora, si pensi al misterioso silenzio che caratterizzò gli ultimi tempi della sua esistenza e alla famosa espressione: “tutto ciò che ho scritto e insegnato mi sembra una cosa di nessun conto, un po’ di paglia” (, 48); in tal modo, l’Angelico confermava con la vita quanto aveva scritto molti anni prima, nel Proemio del Commento al libro di Boezio sulla Trinità: “Dio si onora con il silenzio, non perché non si parli per niente di Lui o non si indaghi, ma perché prendiamo coscienza che rimaniamo sempre al di qua di una sua comprensione adeguata”.

g) La fede di Tommaso, con il suo spiccato cristocentrismo, fu per lui motivo di scelta e di conduzione della vita cristiana, della consacrazione radicale a Dio e della fraternità secondo il modello proposto da san Domenico. Poiché Cristo, vero Dio e vero uomo, è l’espressione perfetta del rapporto fra Dio e l’uomo, ne discende che Egli è anche modello perfetto della stile del vivere. Ora, la vita di Gesù con i suoi apostoli fu il modello a cui Domenico si era ispirato; per questa ragione, Tommaso lo privilegia, rispetto allo stile di vita presente in altre forme di vita consacrata.

Conclusione

 Paolo VI definì Tommaso Lumen Ecclesiae (20.11.1974). Si può riprendere questo titolo, in occasione dell’anno della fede. Lasciarsi illuminare dal pensiero e dalla vita dell’Aquinate è occasione di un’esperienza più gustosa e intelligente del mistero di Cristo, della relazione con Dio Trinità, dell’esercizio della responsabilità, della fattiva partecipazione alla vita ecclesiale.

Bisogna ringraziare il Signore, perché continua ad accompagnare e illuminare i passi dei credenti con la luce che proviene da questo grande maestro e fratello.

 

M. Salvati OP
Pontificia Università San Tommaso (Angelicum)
Roma

 

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