Laicato Domenicano > News > Lo Status Canonico del Rito Domenicano

Lo Status Canonico del Rito Domenicano

Rito Domenicano

L’articolo “Lo Status Canonico del Rito Domenicano” è stato pubblicato nel gennaio del 2009 in italiano sul forum “Musica Sacra”. P. Augustine Thompson op è professore di Storia nella Scuola Domenicana di Teologia e Filosofi alla  Graduate Theological Union, Berkeley, California

di P. Augustine Thompson O.P.
traduzione dall’inglese di Daniele Di Sorco 

Poiché molte persone mi hanno chiesto informazioni sull’argomento, tenterò di rispondere alle loro domande con questo piccolo contributo. Mi preme ricordare ai lettori che io non sono un esperto di diritto canonico o di liturgia, sebbene abbia una certa conoscenza storica di entrambe le discipline. Inoltre, ho fatto rivedere e correggere il mio scritto da un canonista di professione. Quel che segue, tuttavia, non è altro che la mia opinione: essa non rappresenta in alcun modo la posizione ufficiale dell’Ordine dei Predicatori.

Lo status del rito domenicano si trova definito nel rescritto della Sacra Congregazione dei Riti del 2 giugno 1969 (Prot. 98/69) con il quale è stata sancita l’adozione, da parte dell’Ordine, dei nuovi libri liturgici romani.

Magister autem Generalis Ordinis, post adoptionem Missalis Romani pro universo Ordine Fratrum Praedicatorum, ipse pro sacerdotibus totius Ordinis vel Prior Provincialis pro suis subditis concedere valet licentiam celebrandi Missae Sacrificium iuxta ritum dominicanum hucusque vigentem.

Traduzione non ufficiale: Dopo l’adozione del Messale Romano per tutto l’Ordine dei Predicatori, il Maestro generale dell’Ordine, per i sacerdoti di tutto l’Ordine, e il Priore provinciale, per i suoi sudditi, può concedere l’autorizzazione a celebrare il sacrificio della Messa secondo il rito domenicano finora in vigore.

Questo rescritto non è mai stato modificato o abolito dalla Santa Sede e, pertanto, è ancora in vigore. Le lettere apostoliche Ecclesia  Dei del 1988 e Summorum  Pontificum del 2007 non riguardano direttamente lo status canonico del rito domenicano. Storicamente parlando, fino al 1969, anno in cui i domenicani hanno adottato il rito romano, nessuna riforma della liturgia romana è stata introdotta nel rito domenicano, a meno che il Maestro dell’Ordine non domandasse alla Sacra Congregazione dei Riti il permesso di adottarla e la Congregazione accogliesse tale richiesta. Una discussione più approfondita sull’argomento si trova nel mio saggio History of the Dominican Liturgy, 1946-1969.

 Secondo alcuni, il rescritto del 1969 sarebbe stato limitato o abrogato da due Notitiae della Sacra Congregazione per il Culto Divino. Si tratta della Notitia 7 (14 giugno 1971) sulle condizioni richieste per la celebrazione della Messa tridentina, che restringe la facoltà dei Vescovi di concedere la dispensa limitandola ai soli sacerdoti anziani, malati o incapaci di imparare la nuova Messa, e a patto che nessun laico sia presente; e della Notitia 10 (28 ottobre 1972), nella quale vengono ribadite le medesime restrizioni.

Questi documenti, però, non fanno mai menzione del rescritto del 1969, né hanno per oggetto i riti propri degli Ordini religiosi. Essi riguardano soltanto il permesso di utilizzare il messale romano del 1962. La seconda nota, per giunta, garantisce esplicitamente lo status dei riti diversi dal romano. Secondo la legge canonica (CIC, can. 79) un privilegio come quello del 1969 relativo all’Ordine domenicano può essere abolito unicamente da un atto formale del legislatore nel quale si dichiari revocato il privilegio stesso (can. 47). E chiaramente le note della Congregazione sopra menzionate non sono atti di questo tipo. In ogni caso, dopo il motu proprio Summorum Pontificum le restrizioni alla facoltà dei Vescovi di concedere la celebrazione della Messa tridentina non hanno più valore: i sacerdoti non hanno più bisogno di alcun permesso speciale per celebrare la Messa tridentina in privato o anche, per ragioni pastorali, in pubblico.

D’altra parte la legislazione sulla Messa tridentina non è del tutto priva di valore per il rito domenicano. Ritengo, infatti, canonicamente appropriato che i Domenicani si adeguino al «rito padre» nelle questioni rubricali e disciplinari che riguardano anche il nostro, salvo naturalmente l’indiscusso diritto del Maestro o del Provinciale di permetterne l’uso. Per esempio, dal 1969 al 1983 è stato chiesto più volte quali rubriche dovessero osservare i sacerdoti che avevano il permesso di usare l’antico rito domenicano: quelle riformate in vigore nel 1969 o una delle serie precedenti? Dal momento che il motu proprio Ecclesia Dei ha stabilito che i sacerdoti autorizzati a celebrare la Messa secondo l’antica forma del rito romano debbano seguire le rubriche in vigore nel 1962, credo che tale disposizione dovrebbe valere anche per i Domenicani aventi la facoltà di celebrare l’antico rito dell’Ordine. Tale, del resto, sembra essere la prassi generale oggi vigente, seguita anche dalla Fraternità di San Vincenzo Ferreri, che ha ricevuto il permesso di usare il nostro antico rito. Al tempo della promulgazione del motu proprio Ecclesia Dei, fu chiesto a un insigne liturgista domenicano, P. Pietro Maria Gy O.P., quali implicazioni avesse tale documento sul rito domenicano: la sua risposta, a quanto mi è stato riferito, corrisponde sostanzialmente a quella che io ho dato qui.

Il motu proprio Summorum Pontificum, col quale è stata modificata la disciplina sull’uso del rito romano, non parla del nostro rito. Tuttavia, se ci atteniamo al principio di analogia col rito padre, notiamo che il documento contiene alcune importanti indicazioni sulla concessione delle autorizzazioni, tra cui l’affermazione che, nelle comunità religiose, l’adozione del rito antico come forma abituale di preghiera è subordinata al decisivo parere dei superiori. Tale norma, secondo me, conferma implicitamente le prerogative dei Provinciali e del Maestro dell’Ordine dei Predicatori contenute nel rescritto del 1969. Pertanto, a mio parere, nessuna comunità domenicana dovrebbe celebrare pubblicamente l’antica liturgia dell’Ordine senza previa consultazione e autorizzazione del Provinciale.

 Sebbene il motu proprio Summorum Pontificum accordi a tutti i sacerdoti di rito latino, compresi i Domenicani, il permesso di usare il messale romano del 1962, questo non significa che tutti i Domenicani abbiano, ipso iure, l’autorizzazione ad usare il messale domenicano. Il rescritto del 1969 è un privilegio e, come tale, non può essere abrogato o derogato, a meno che la legislazione successiva non lo stabilisca esplicitamente. Ora, il motu proprio Summorum Pontificum non dice nulla in proposito e, per di più, ha valore di legge per il rito romano, non per quello domenicano. Nondimeno, seguendo il principio di analogia, ritengo che i Provinciali e il Maestro, conformandosi allo spirito del motu proprio, dovrebbero concedere le autorizzazioni con una certa generosità, almeno per quanto riguarda la celebrazione privata della Messa di rito domenicano. Un tale atteggiamento sarebbe opportuno anche per quanto riguarda il breviario domenicano, nel caso in cui un frate o una comunità intendano utilizzarlo per adempiere al precetto della recita dell’Ufficio. Naturalmente l’antico Ufficio domenicano può essere impiegato da chiunque, comprese le scholae cantorum e i cori, per ragioni puramente devozionali o musicali. Anzi, ai fini della ricostruzione storica, nulla impedisce a un gruppo di persone di usare perfino la versione medievale di tale Ufficio. I frati, invece, devono riconoscere che i Provinciali hanno la facoltà di non concedere l’autorizzazione, poiché non esiste alcun «diritto» ad usare la nostra antica liturgica, neppure dopo il motu proprio Summorum Pontificum. Mi auguro, però, che i superiori si dimostrino tanto generosi quanto il Papa.

È stato chiesto il mio parere anche su due situazioni particolari. La prima concerne il ruolo dell’Ordinario del luogo nel caso in cui in una parrocchia o in un convento domenicano si celebri pubblicamente la liturgia propria dell’Ordine. A questo proposito va detto che i Vescovi non furono mai direttamente coinvolti nella disciplina del rito domenicano e che nel rescritto del 1969 non si trova nulla che modifichi tale prassi. Quanto alle due note della Congregazione per il Culto Divino che restringono la facoltà dei Vescovi di concedere la dispensa per il rito tridentino, esse, attualmente, sono prive di valore e, in ogni caso, non conferiscono ai Vescovi nessuna autorità sulle liturgie diverse dalla forma ordinaria e straordinaria del rito romano. Nondimeno, nel caso in cui una comunità domenicana, specialmente se responsabile di una parrocchia, decida di celebrare pubblicamente il proprio rito, è opportuno, a mio avviso, che il Vescovo ne sia informato. Si tratta di un semplice atto di cortesia. Tanto più che, dopo il motu proprio Summorum Pontificum, è difficile immaginare che un Vescovo tenti di impedire tale celebrazione.

Resta da affrontare la questione dei sacerdoti secolari appartenenti al laicato domenicano o ad una confraternita domenicana per sacerdoti nata dal Terz’Ordine. In passato era prassi ordinaria che tali sacerdoti adempissero al precetto della recita dell’Ufficio utilizzando il breviario domenicano. Possiamo dire, anzi, che la facoltà di usare l’Ufficio domenicano era uno dei motivi più frequenti che spingevano i sacerdoti ad entrare nel Terz’Ordine, visto che, fino alle riforme di Pio X, il nostro Ufficio era più breve di quello romano. D’altra parte, a quanto mi risulta, nessun sacerdote appartenente al Terz’Ordine ha mai celebrato la Messa domenicana.

I sacerdoti secolari che fanno parte di un’organizzazione domenicana e desiderano celebrare la Messa secondo il rito proprio dell’Ordine dovrebbero rivolgersi al loro Vescovo, domandandogli di consultarsi col responsabile locale del laicato domenicano e, attraverso lui, col Provinciale, prima di prendere qualunque decisione. Il Vescovo può decidere di inoltrare la richiesta di autorizzazione per i propri sacerdoti al Provinciale locale. Ma ha anche il diritto di rifiutarsi. Inoltre, poiché questi sacerdoti sono sui subditi del Provinciale domenicano soltanto per analogia, occorre ricordare che egli ha la facoltà di non accordare loro il permesso, anche nel caso in cui il Vescovo l’abbia richiesto. È un suo diritto.

Che dire, infine, dei fedeli laici ai quali piacerebbe assistere alla Messa di rito domenicano? Per prima cosa, c’è bisogno di un sacerdote domenicano che voglia celebrarla o imparare a celebrarla. Non è opportuno scrivere al Maestro dell’Ordine a Roma o al Priore Provinciale del luogo in cui ci si trova. E, nel caso in cui si frequenti una parrocchia domenicana, non conviene neppure rivolgersi al parroco, se non si pensa che possa essere interessato.

Secondo il rescritto del 1969, i Domenicani non hanno alcun obbligo di provvedere alla celebrazione della loro liturgia tradizionale per i fedeli. Mi auguro, nondimeno, che i frati, in ossequio allo spirito del motu proprio Summorum Pontificum, si dimostrino aperti verso questa possibilità. Una volta trovato un sacerdote che conosca il rito o voglia impararlo, è suo dovere chiedere al proprio Provinciale l’autorizzazione per celebrare; per le funzioni pubbliche, inoltre, può rendersi necessaria la collaborazione di altri (per esempio, del parroco). Occorre ricordare che non esiste nessun «diritto» ad avere la Messa di rito domenicano, neppure per i membri del laicato domenicano. E il sacerdote che la celebra dev’essere munito della debita autorizzazione: neppure lui, infatti, ha il «diritto» di celebrare il rito domenicano tradizionale senza di essa.

 

Spero di aver risposto, con questo contributo, a tutte le domande che mi sono state poste.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

WhatsApp chat WhatsApp us