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Traslazione di San Domenico

traslazione di san domenico

Il 24 maggio, secondo martedì dopo la Pentecoste del 1233, avvenne la Traslazione del corpo di San Domenico, che il Beato Giordano racconta in questa lettera enciclica del 1234

Lettera Enciclica del 1234 del Beato Giordano
sulla Traslazione del Corpo di San Domenico

  1. A tutti i frati amanti nell’amore del Figlio di Dio, il loro inutile servo fra Giordano augura salute e la felicità eterna.
  2. La divina bontà nella sua imperscrutabile sapienza suole per lo più differire il bene, non per negarlo, ma perché dilazionato possa sorgere più abbondantemente nel momento opportuno. Sia dunque che Dio volesse provvedere alla sua Chiesa in modo migliore, sia perché alcuni di parere contrario, appellandosi sconsideratamente a motivazione di semplicità, sostenevano che alla immortale memoria del servo dell’altissimo Signore S. Domenico, Fondatore dell’Ordine chiamato dei Predicatori, era sufficiente che essa fosse nota a Dio e non era quindi necessario curarsi che la fama di lui giungesse agli uomini (sta di fatto) che – come abbiamo detto – una certa caligine aveva ricoperto il cuore dei frati, al punto che quasi non se ne trovava uno che fosse adeguatamente grato alla grazia divina.
  3. Dopo la morte dell’uomo di Dio si era infatti destata la devozione popolare e accorrevano in molti, afflitti da infermità di ogni genere, che, restando lì la notte e giorno, dichiaravano di aver ottenuto rimedio ai loro malanni. E, a testimonianza delle guarigioni avvenute, portavano, appendendole al sepolcro del servo di Dio, figure di cera raffiguranti gli occhi, le mani, i piedi e altre membra secondo la diversità delle parti del corpo e la molteplicità delle guarigioni ottenute. Così egli manifestava coi miracoli operati in terra la vita di cui godeva nel cielo.
    Ma molti erano d’avviso che non si dovessero assecondare quei miracoli per non venir tacciati di ricercare, sotto la parvenza della devozione, un lucro. Perciò spezzavano e buttavano via gli ex-voto che venivano offerti. In tal modo, mentre sostenevano questa loro opinione ricorrendo a uno sconsiderato motivo di santità, trascurarono il comune vantaggio della Chiesa, sotterrandolo la gloria divina. C’erano però altri di parere contrario, ma per pusillanimità non osavano contraddirli.
  4. Avvenne così che la gloria del beato Padre Domenico rimase sopita per quasi dodici anni, senza culto alcuno. Il tesoro giaceva cioè nascosto, privo di utilità, e venivano in tal modo resi vani quei benefici che colui che è operatore di miracolo elargiva dal cielo.
    Giustizia esigeva infatti che fosse sottratto ogni favore a coloro che si sforzavano di occultare la grazia e la gloria di Dio. Né il grano d’altronde potrebbe produrre il suo frutto se, una volta germogliato, venisse ripetutamente calpestato. Ora, germogliava spesso il potere taumaturgico di Domenico, ma veniva soffocato dall’incuria dei suoi figli. Il Signore che è paziente e molto misericordioso, attendeva con pazienza; ma siccome nessuna parola, nessun gemito si udiva in difesa dell’onore dovuto al santo di Dio Domenico, trovò lui l’occasione per risvegliare la negligenza dei frati.
  5. Ma essendo cresciuto a Bologna il numero dei frati, fu necessario ingrandire il convento e la chiesa. Per fare posto alle nuove costruzioni furono demolite le vecchie, e così il corpo del servo di Dio rimase allo scoperto. Chi mai allora, se dotato di un po’ di buon senso, non avrebbe pensato che era una cosa indegna lasciare nascosto in quel misero loculo quello specchio di purezza, quel vaso di castità, quel sacrario di verginità, quello strumento dello Spirito Santo, che per tutta la sua vita – come egli stesso ebbe a dichiarare nella sua ultima confessione fatta alla presenza di dodici frati – mai con la macchia del peccato mortale aveva scacciato dalla dimora della sua anima il dolce ospite?
    Alcuni dei frati, rientrati in sé, discussero perciò fra loro come trasferirlo in un luogo conveniente. Ma neppure questo volevano fare senza l’autorizzazione del Romano Pontefice.
    Si constata veramente che in molti casi è la virtù dell’umiltà che merita l’esaltazione. Essendo suoi fratelli e figli, (i frati) avrebbero ben potuto provvedere da soli al seppellimento del loro Padre; ma dal loro ricorso all’autorità più alta se ne ebbe un vantaggio, perché così, invece di un semplice trasloco, del glorioso Padre se ne ebbe una traslazione canonica.
  6. Ma anche in ciò ci fu trascuratezza: mentre le trattative condotte dai frati per avere un degno sarcofago andavano per le lunghe, altri si recarono dal Sommo Pontificie, il Papa Gregorio, per avvertilo della cosa. Costui, che era un uomo di grande zelo e di profonda fede, li rimproverò durissimamente per aver trascurato di tributare il dovuto onore a un sì grande Padre. E aggiunse: «Io ho conosciuto in lui un uomo che seguiva in tutto la regola degli apostoli; non c’è dubbio ch’egli sia ora associato alla loro gloria nel cielo». Scrisse pertanto all’arcivescovo di Ravenna affinché, dato che lui personalmente per i molti impegni non poteva essere presente, intervenisse a tale traslazione coi suoi suffraganei.
  7. Dio Onnipotente, volendo dunque, servendosi dell’autorità del pastore della Chiesa universale, spazzare le nebbie della trascuratezza, aprì Egli stesso la sua mando dall’alto e tuonò dal cielo col fragore dei suoi miracoli, per far manifestamente comprendere che tutta la corte della celeste Gerusalemme in quel momento giubilava e in un tripudio di gioia si congratulava, perché veniva riconosciuta dagli abitanti della terra la gloria del suo concittadino. I santi, infatti, non sono morsi dal livore dell’invidia e desiderano che l’abbondanza della divina benedizione sia comune a tutti.
    Si comanda ai ciechi di vedere, agli zoppi di camminare, ai paralitici di guarire, ai muti di parlare, ai demoni di andarsene, e in tal modo viene dimostrata in abbondanza la santità dell’eletto di Dio Domenico. Vedemmo in questa occasione Nicolò d’Inghilterra, da lungo tempo paralitico, riacquistare la sua agilità e l’incurabile male del fico guarire a seguito di un voto. Vedemmo sparire tumori ed altri vari miracoli che, letti e testificati per la sua canonizzazione davanti al Sommo Pontefice, ai signori cardinali e a tutti i presenti, vennero a conoscenza di tutti.
    Né ce da meravigliarsi che abbia potuto operare tali prodigi ora che regna con Dio, colui che ancora rivestito dell’involucro mortale, riebbe illeso dal fuoco il libro della fede, fu testimone della visita fatta al frate ammalato dalla Vergine Madre, allontanò la pioggia con un segno di croce, fece riaccendere con la preghiera una candela caduta nel fango, salvo un novizio dall’incendio terrificante del suo vestito, cacciò il demonio con la croce, preannunziò la morte del corpo a due persone e  due altre quella dell’anima, a Roma ridiede la vita a due altre, alla sua morte vide Cristo che lo chiamava, apparve coronato a un suo religioso mentre stava recitando il canone, fu mostrato mentre veniva sollevato su candide scale dalla Vergine Maria e dal suo Figlio. La bolla di canonizzazione di Papa Gregorio fa fede di un grandissimo numero di suoi miracoli e delle altezze gloriose della sua vita virtuosa.
  8. Ecco giunto il celebre giorno in cui si effettua la traslazione dell’eminente Maestro. È presente il venerabile arcivescovo e una moltitudine di vescovi e di prelati. Assiste pure una innumerevole folla di devoti provenienti da ogni parte; sono presenti anche milizie armate dei bolognesi, per impedire che qualcuno trafughi quel corpo santissimo che li protegge. I frati sono ansiosi, sono pallidi e pregano pieni di trepidazione, temendo per una cosa di cui non ci sarebbe stato da temere, cioè che il corpo di S. Domenico, che per tanto tempo era rimasto esposto alle piogge e al caldo racchiuso in un povero loculo come un mortale qualunque, apparisse ricoperto di vermi e appestasse col suo cattivo odore l’odorato dei presenti. In tal modo si sarebbe offuscata la devozione verso così grande uomo. Non sapendo perciò cosa fare, non resta loro che raccomandarsi tutti a Dio. I vescovi si avvicinano devoti, si accostano anche gli altri con gli arnesi necessari e vien tolta la pietra che aderisce al sepolcro con duro cemento. C’era sotto, infossata nella terra, quella cassa di legno nella quale il venerabile Papa Gregorio, allora vescovo di Ostia, aveva inumato il sacro corpo. Sopra di essa appariva un piccolo foro.
  9. Orbene, tolta la pietra cominciò ad esalare da quel foro un odore meraviglioso I presenti a tanta fragranza rimangono attoniti e si domandano cosa sia. Si dà ordine di togliere il coperchio della cassa; e tosto si ha la sensazione che una profumeria o una bottega di aromi, un giardino di rose o un campo di gigli e di viole e la soavità di tutti i fiori siano un nulla al confronto. Qualche volta Bologna, quando vi giungono i carri (dalla campagna), si riempie di puzza, quando invece viene aperto il sepolcro del glorioso Domenico si rallegra, purificata da un effluvio che supera la fragranza di ogni altro aroma. Ne stupiscono i presenti e cadono in ginocchio esterrefatti: poi la felicità si mescola ai pianti di gioia, il timore e la speranza nascono e si contrastano negli animi in maniera mirabile al sentire la soavità di quel portentoso profumo.
    Anch’io di quel profumo ho sentito la dolcezza ed ora attesto ciò che ho visto e sentito. Nonostante, infatti, che io mi soffermassi a lungo a bella posta accanto al corpo di quel predicatore del Signore Domenico, mai potei saziarmi a tanta dolcezza, che eliminava ogni disagio, ispirava devozione, suscitava miracoli. Se si toccava quel corpo con la mando, con la cintura o con qualsiasi altro oggetto, quell’odore rimaneva per lungo tempo.
  10. Il corpo fu portato a un monumento di marmo per esservi racchiuso insieme ai suoi aromi. Quell’odore meraviglioso continuava intanto ad emanare da quel corpo santo, dimostrando chiaramente a tutti a qual punto egli fosse «un buon odore di Cristo». L’arcivescovo celebrò la Messa solenne, e siccome era il martedì dopo la Pentecoste, il coro intonò all’introito «Accipite incunditatem gloriae vestrae». I frati presero questo motto come una voce proveniente dal cielo. Suonano le trombe, la folla innalza un gran numero di ceri, si snoda una solenne processione mentre dovunque risuona il Benedictus Jesus Christus.

Questi fatti avvennero a Bologna il 24 maggio dell’anno del Signore 133, sesto dall’Indizione, sotto il Pontificato di Gregorio IX, essendo Imperatore Federico II, a onore del Signore nostro Gesù Cristo e del suo fedelissimo servo, il beato Domenico.

 

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