fr Radcliffe: Gioia e Pace

fr Timothy Radcliffe

Intervento di fr Timothy Radcliffe op al Capitolo Generale dei Francescani

GIOIA E PACE

Conferenza per il Capitolo Generale dei Francescani

 Timothy Radcliffe, op

E’ una gioia straordinaria per me essere con voi oggi. Quando ero Maestro dei Domenicani, la relazione con il vostro Ordine era per me molto importante. Avevo una reale amicizia con fra Hermann e fra Giacomo; i nostri Consigli spesso erano celebrati insieme.

Mi è stato chiesto di condividere con voi alcuni pensieri sulla missione. Certamente le idee francescana e domenicana di missione sono molto simili e molto diverse. Abbiamo una lunga storia comune di missione. Il primo vero documento della Chiesa che inviava i Francescani in missione, scritto da Onorio III nel 1225, era indirizzato anche ai Domenicani. Fummo inviati insieme come missionari in Nord Africa. E’ anche vero che spesso noi ci siamo combattuti, ma i fratelli lo fanno.

Quando ho letto la relatio di fra Giacomo a questo Capitolo generale, è stato proprio come quella che scrissi per il nostro ultimo Capitolo. Affrontiamo le stesse sfide e abbiamo perfino progetti simili: una comunità internazionale a Bruxelles, il rafforzamento della comunità a Istanbul, il rinnovamento in Nord Africa, ecc. Abbiamo una comune presenza presso la Commissione per i Diritti Umani a Ginevra. A volte dovevo fermarmi per sincerarmi che non stavo leggendo me stesso. Siamo però anche molto diversi, come Francesco e Domenico erano diversi. Io spero che ciò che dirò sia utile. Se no, mi consolo ricordando uno dei miei frati che diede una conferenza in USA. Quando si sedette l’applauso fu un poco tiepido. Così tornò dal suo vicino e disse: “Spero che la mia conferenza non sia stata così brutta”. Quel signore replicò: “Non è a lei che do la colpa; do la colpa a quelli che l’hanno invitata!”.

Intanto, una nota introduttiva: voi riflettete sulla missione in un tempo di crisi per la vita religiosa. La maggioranza degli ordini religiosi condividono le vostre stesse difficoltà, con il calo delle vocazioni in alcune parti del mondo e gli abbandoni. Nella sua relazione, fra Giacomo dice: “In questi anni l’Ordine è calato rapidamente nel numero, e questo sarà perfino più forte nei prossimi anni”. In un tempo di crisi è facile perdere l’azzardo della missione e ripiegarsi. E’ una tentazione diventare preoccupati della sopravvivenza; così ogni Provincia guarda alle proprie necessità e dimentica la missione dell’Ordine intero, e ogni frate dimentica il suo confratello e pensa solo alle proprie necessità. Quando incominciamo a pensare intermini di sopravvivenza, siamo finiti. Perché ogni giovane dovrebbe unirsi a noi affinché noi possiamo sopravvivere? Ma in questo Capitolo avete scelto di non fare quello, bensì di pensare alla missione.

Prima cosa: non temete questa crisi. La vostra missione è radicata nella condivisione della vita di Cristo. E la vita di Cristo era segnata dalla crisi. Davvero la sua missione giunge alla sua crisi ultima nell’Ultima Cena. Gesù ha raccolto i suoi discepoli attorno a sé, ma la comunità sta per esplodere. Giuda l’ha già venduto; Pietro sta per rinnegarlo. La più parte degli altri discepoli scapperà. La vita di Gesù sta andando verso il fallimento e la disfatta. Ma è in quel momento di crisi che Gesù attua il gesto più carico di speranza; prende il pane e lo dà ai discepoli dicendo: “Questo il mio corpo dato per voi”. Quando la comunità sta andando a pezzi, egli proclama la nuova alleanza. Ogni eucaristia che celebriamo proclama la memoria di questa crisi affrontata e trascesa. Non abbiamo nulla da temere dalle crisi. La Chiesa è nata in una crisi. Seguire Cristo è passare attraverso crisi. I nostri Ordini ne hanno vissute tante: per voi la morte di Francesco, per ambedue la crisi della peste, della Riforma, della Rivoluzione Francese, dei dolorosi e gloriosi anni del post Concilio Vaticano II. Le crisi sono le pietre miliari del Regno.

I Francescani, anche più dei Domenicani, hanno sempre sottolineato che la missione è radicata nel modo di vivere, nell’essere. Come dice fra Giacomo nella sua relazione: “Più che geografica, la missione del Francescano è antropologica” [1]. Intuisco che al cuore della vostra missione è la gioia di San Francesco. La vostra Regola ordina di andare per il mondo “in gioia e letizia”. Nessuno crederà che un predicatore triste è portatore di buone notizie. Come ha scritto Nietzsche, “Il discepolo di Cristo dovrebbe sembrare redento”.

San Francesco e i suoi primi frati erano pieni di gioia. Le lettere di Chiara sono piene di gioia. E questo è vero anche di Domenico e dei suoi primi frati. Domenico è descritto spesso come un uomo che rideva con i suoi frati. Questa è la più grande autorità del predicatore. Si racconta come un giorno un gruppo di novizi prese a ridere durante Compieta. Un frate anziano disse loro di smettere di ridere in chiesa. Ma Giordano di Sassonia, il successore di Domenico, lo rimproverò molto duramente e disse ai novizi: “Ridete di cuore e non smettete a causa di costui. Avete la mia licenza ed è solo giusto che voi ridiate dopo aver rotto con la schiavitù del demonio. Ridete dunque e siate allegri come vi piace”. Un frate triste non può essere un membro dell’Ordine dei Predicatori.

Il Cardinale Suhard, già Arcivescovo di Parigi, una volta ha scritto: “Essere testimone non consiste nel dedicarsi alla propaganda, nemmeno nel provocare la gente, ma nell’essere in un mistero vivo. Significa vivere in modo tale che la propria vita non avrebbe senso se Dio non esistesse”[2]. La gente è attratta dal vangelo se trova in noi una gioia inspiegabile, che non avrebbe senso se Dio non esistesse. La gente dovrebbe essere attratta e sconcertata dalla nostra gioia. Dovrebbe essere un vivente punto interrogativo ed un invito. Una volta, mentre camminavo da solo di notte nella Città Vecchia di Gerusalemme, vidi attraverso una porta una stanza piena di Hassidim che stavano danzando. Quando vidi la loro gioia, vidi la loro fede.

Francesco ha sottolineato che la vostra vita è un ingresso alla vita di Gesù. E la missione di Gesù inizia col suo battesimo con la gioia del Padre. Gesù emerge dall’acqua e si sente una voce: “Tu sei il mio figlio diletto; in te ho posto la mia compiacenza”. La fons e origo della missione di Gesù è la gioia che il Padre ha nel Figlio, e la gioia che il Figlio ha nel Padre, che è lo Spirito Santo. Meister Eckhart, il mistico domenicano tedesco, dice che al centro della vita di Dio è l’incontenibile gioia. “Il Padre sorride al Figlio e il Figlio sorride al Padre, e il sorriso genera godimento e il godimento genera gioia, e la gioia genera amore”[3]. Meister Eckhart dice che la gioia di Dio è simile ad un cavallo che galoppa nel prato scalciando nell’aria per suo divertimento.

Tutta la nostra predicazione è un invito alla gente a trovare la propria casa in quella gioia. Gesù ha iniziato la sua missione andando alla festa e bevendo con gabellieri e prostitute. Aveva piacere di stare con loro; si dilettava della loro compagnia. La Chiesa non ha nulla da dire su nulla, in particolare sulla morale, fino a che tutti trovano nella Chiesa un luogo di gioia nel quale Dio si compiace del loro vero essere. I più emarginati, la cui vita è un caos e che non vivono secondo le regole della Chiesa, dovrebbero comunque trovare in noi una comunità che dice: “E’ meraviglioso che tu esisti”. I predicatori dovrebbero essere toccati da una incomprensibile gioia che si pone come un punto interrogativo. Perché questa gente è così felice? Qual è il loro segreto?

In questo Capitolo pensate alla missione dell’Ordine in un contesto nuovo, il villaggio globale dove i più sono dei vicini. Credo che la gioia francescana ha qui una speciale testimonianza da dare. Prima di tutto è una gioia che sorge dalla povertà, cosa che appare folle in questo mondo nel quale domina il denaro. Poi, è una gioia che sogna il Regno e che è vitale per un mondo che ha perduto i sogni del futuro.

La gioia di Francesco è stata quella di un uomo povero che ha accolto ogni cosa come un dono. Poiché non possedeva nulla, ha vissuto in un mondo di totale generosità. Ogni pasto era un dono. Si dice che al Capitolo delle Stuoie egli stupì San Domenico con la sua fiducia che 5000 frati sarebbero stati sfamati con doni (Fioretti 18). Ovviamente gli storici domenicani dubitano della storicità del fatto…

Questo mendicare era più che ottimismo. Era un modo di essere nel mondo che vedeva ogni cosa come dono. San Francesco era un uomo sempre stupito dai doni che Dio gli dava: cibo e bevanda, luce e acqua, fratelli e sorelle, perfino l’esistenza. G. K Chesterton diceva che “egli ci ha insegnato la grammatica della gratitudine”[4]. Essere mendicante era vivere in un mondo di doni; così Francesco aveva sempre la gioia come un Natale eterno. Il senso del dono era centrale anche nella teologia di Tommaso d’Aquino. Credeva che se tu vedessi il mondo con chiarezza, con Veritas, verità, allora vedresti che ogni cosa è dono di Dio. Così la gioia francescana e domenicana è radicata nel vedere il mondo con gratitudine.

Francesco rifiutò il mondo di suo padre, che era un mercante, un uomo d’affari. Ma da quel giorno il mondo intero divenne un luogo d’affari. Ogni cosa divenne una merce con un prezzo. Al tempo di Francesco e Domenico nessuno pensava assolutamente che avrebbe potuto possedere una terra. Si poteva averne l’uso, ma la terra apparteneva a Dio. Secondo l’Aquinate ogni proprietà privata dipende dal bene comune di tutti. Gradualmente però ogni cosa è stata esposta per la vendita nel mercato che è il mondo moderno: terra e acqua e soprattutto gli uomini. Ora quattro o cinque grandi società internazionali sono in competizione per la proprietà di tutti i semi, cioè della fertilità della terra. Alcuni vogliono perfino possedere la mappa del DNA dell’umanità, così da entrare in possesso della nostra vera natura. Così la gioia del Poverello contraddice il modo moderno di guardare alla realtà. Essa apre i nostri occhi ad un modo fresco di vedere il mondo. E’ certamente una mia esperienza che i fratelli più felici sono quelli più poveri. Essi vivono in un mondo di doni e quando parlano di Dio le loro parole hanno autorità. E se non sapete come sbarazzarvi della ricchezza, potreste darla ai Domenicani per vedere chi è il più felice!

La gioia francescana offre un’altra sfida al nostro villaggio globale. Vi è una qualità utopica per quello. E’ la gioia di quanti hanno già un piede nel Regno. Si può vedere questo soprattutto nelle storie di San Francesco e gli animali. Queste fanno più che suggerire che Francesco amava gli animali. Quando predica agli uccelli o riconcilia gli abitanti di Gubbio con il lupo, intravedi il Regno irrompere ora, cioè quando “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l’orsa pascoleranno insieme, si sdraieranno insieme i loro piccoli” (Is 11,6-7).

Quando predica ai pesci, ci viene detto che il pesce se ne andò via felice (Fioretti 72). Io sono un tipico Domenicano, perché la mia prima reazione di fronte a quella storia è di immaginare come puoi sapere che un pesce è felice! Abbiamo un diversa relazione con gli animali, chissà forse perché noi siamo animali, i Domini canes, i cani del Signore; quindi voi dovreste essere gentili con noi. Sant’Alberto Magno aveva interesse per i pesci, ma perché voleva capirli. Voleva sapere se facevano o no rumore quando si accoppiavano, e offriva pezzi di struzzo di metallo per vedere se era vero che lo mangiavano. Lui aveva un serpente che era diventato ubriaco e si era afflosciato nel chiostro[5].

La gioia utopica francescana offre un invito al nostro mondo postmoderno. Viviamo in una società che ha ampiamente perduto il sogno del futuro. Sono cresciuto in una cultura che ancora credeva che l’umanità stava andando da qualche parte. Per alcuni questa era il Paradiso Capitalista, per altri il Paradiso Socialista. Ma c’era una fede condivisa nel futuro, che spesso era chiamata Progresso. Auto e aerei andavano ogni anno più veloci. Alcuni Paesi si erano liberati dal dominio tirannico della Gran Bretagna. Perfino il cibo in Inghilterra migliorava. Si può mangiare zampe di rane e lumache. Il Regno dev’essere vicino! Questi sogni erano riassunti nel famoso discorso di Martin Luther King, il 28 agosto 1963: “Ho un sogno” (I have a dream). Il sogno era la libertà, quando “tutti i figli di Dio, neri e bianchi, Giudei e Gentili, Protestanti e Cattolici saranno capaci di unire le mani e cantare con le parole di un vecchio Negro Spiritual: “Finalmente liberi! Finalmente liberi! Ringraziamo Dio onnipotente, siamo finalmente liberi!”.

Quarant’anni dopo, quei sogni si sono decisamente perduti. Il Muro di Berlino è caduto, la Guerra Fredda è finita, ma – come ha scritto Fukuyama – la storia è finita. Viviamo nella Nuova Generazione che ha paura di pensare al domani. C’è un piccolo senso comune di umanità che è diretta verso un destino comune, un trionfo sulla povertà e l’ingiustizia. Abbiamo avuto alcune vittorie: l’Apartheid è stata distrutta e l’Impero Sovietico non c’è più. Ma vi sono alcuni luoghi, come il Brasile sotto il Presidente Lula, che indicano che i sogni possono ancora diventare veri. Una parte della vostra missione francescana consiste certamente nel rinnovare i sogni dell’umanità. E’ una gioia che rifiuta la rassegnazione e il fatalismo. Per questo avete bisogno di una gioia escatologica, di pregustare la felicità del Regno. Questa Utopia può essere sbagliata, come fu con i seguaci di Gioachino da Fiore, i Fraticelli. Abbiamo bisogno di sognare, se il vangelo deve essere predicato. Oscar Wilde ha scritto che nessuna mappa del mondo è accurata se non include Utopia.

La missione francescana sfida la mentalità degli affari, secondo cui si può comprare e vendere ogni cosa, mediante la gioia nella generosità di Dio. E’ una gioia escatologica che mantiene viva l’avventura del nostro pellegrinaggio. Se dovete rinnovare la vostra missione, avete bisogno di riflettere sul come mantenere viva quella gioia nelle vostre comunità. I frati sono gioiosi in Fraternità? Ciò implica una reale attenzione per la felicità reciproca. Dobbiamo essere attenti alla felicità del nostro fratello. In caso contrario, la nostra predicazione sarà vuota. Abbiamo bisogno di stare bene con i nostri fratelli, di trovare piacere nel loro essere. Per quanto difficile possa essere, e a volte folle, possiamo imparare a guardare a loro come Dio li guarda, cioè con il piacere nella loro esistenza vera. San Francesco ci domanda di rallegrarci dei beni che il Signore compie e dice nel fratello. Abbiamo bisogno di esprimere quel piacere. Mentre frate Ranieri attraversava un tempo di sofferenza e disperazione, aveva bisogno che Francesco gli dicesse  anche solo che lo amava; cosa che fece: “Frate Ranieri, carissimo figlio, io ti amo più di tutti i frati di questo mondo; ti amo di amore speciale” (Fioretti 27). E noi abbiamo cura della felicità del fratello? Glielo diciamo? I nostri occhi sono aperti per vedere loro come doni di Dio?

Dobbiamo anche essere attenti ai sogni del fratello. Tanti sono attratti alla nostra vita religiosa dai sogni per una vita trasformata. Probabilmente è così in modo particolare per i Francescani. Il Poverello cattura i cuori dei giovani. Quando i giovani vengono a noi scoprono che i loro sogni sono lontani dalla realtà ordinaria della noiosa vita religiosa, nella quale devono vivere con chi non è migliore della più parte della gente del mondo. Questo è uno shock e una disillusione. I sogni sbiadiscono e il giovane può crescere triste e cinico ed anche andarsene. Abbiamo bisogno di trovare i modi di formare i nostri giovani come sognatori realistici, con qualcosa della stessa gioia utopica di Francesco. Abbiamo bisogno di frati i cui occhi sono aperti per vederci come siamo: colpevoli, peccatori e deboli, e che ancora sognano. Abbiamo bisogno di incoraggiarli per avere progetti folli, come quello di Francesco: andare a convertire il Sultano. Abbiamo bisogno di lasciarli tentare e, a volte, fallire e sognare di nuovo. Questa è certamente la parte della vostra missione francescana nel mondo nel quale la Nuova Generazione non guarda oltre il domani.

Una vera profonda gioia francescana è unita alla capacità di soffrire. In caso contrario, sarebbe appena una cieca allegria. Se il cuore non è aperto alla sofferenza, la nostra gioia sarebbe appena un vago rallegrarsi. La gioia di San Francesco è inseparabile dalle stigmate. Quando ha la visione del Serafino sul Monte della Verna, “è ripieno di dolcezza e di dolore mescolato a meraviglia. La sua gioia era sovrabbondante, ma soffriva di indicibile dolore e compassione” [6]. San Domenico era descritto sorridente di giorno con i suoi frati e piangente di notte con Dio per il peccato e la sofferenza del mondo. Abbiamo bisogno di condividere non solo la passione di Cristo, ma anche le sue passioni: la gioia, il dolore e perfino l’angoscia. Possiamo essere profondamente gioiosi se siamo toccati dalla crocifissione di questo mondo, dalle stimmate di Cristo nate dai poveri.

Internet (World Wide Web) unisce un vasto numero di persone del pianeta. E’ una rete nella quale circolano informazioni, notizie, cultura e soprattutto denaro. E’ un meraviglioso mondo nuovo, benché a volte, quando fra Giacomo guardava la posta elettronica che arrivava ogni giorno, scommetto che desiderasse rompere il computer. Ma internet comprende solo una parte dell’umanità. Forse il 60% delle persone non ha mai usato il telefono. La più parte dell’Africa ne è esclusa.

Ma c’è una rete più vasta dalla quale nessuno scappa e che è decisamente invisibile: la comunità globale della violenza. La rete della criminalità è molto più ampia del commercio legittimo, e sta crescendo. Tre delle più grandi industrie di oggi sono esportatrici di droga, armi e prostitute. Sono alimentate dalla immensa povertà e ineguaglianza del mondo che porta i contadini di tutto il mondo a coltivare cocaina e eroina, e milioni di donne e bambini a vendere i loro corpi. Ora è in crescita il commercio degli organi. Quando i poveri non hanno più nulla da vendere, allora vendono i loro reni e le loro cornee. Questa è la crocifissione dei poveri. Per molti dell’Occidente questa violenza è ampiamente nascosta. L’11 settembre 2001 questa è esplosa davanti ai nostri occhi. Quel giorno la violenza è entrata in casa. Tutto ciò che avevamo cercato di non vedere è diventato duramente visibile. La gioia francescana è superficiale se non è resa profonda dal dolore per la violenza e la sofferenza di questo mondo. La gente porta le ferite di Cristo.

Fin dagli inizi, la predicazione francescana è legata all’opera della pace. Francesco è cresciuto in un mondo violento. C’era violenza nelle città del nord Italia. Francesco predicava facendo la pace; la più bella: tra il lupo e gli abitanti di Gubbio. Una delle prime grandi predicazioni missionarie dei Francescani fu nel 1223: la devozione popolare. Ancora una volta fu una missione condivisa con i Domenicani. La predicazione era soprattutto riconciliazione dei nemici. Spesso l’apice della predica era un pubblico bacio di pace. I frati normalmente avevano l’autorità di rilasciare i prigionieri e di condonare i debiti. Era la guarigione della comunità. Ma Francesco aveva affrontato anche la violenza delle Crociate contro l’Islam, che aveva rifiutato con la sua visita al Sultano. Come possono i suoi frati essere predicatori di pace in questo mondo violento e crocifisso?

Prima di tutto, dobbiamo essere presenti in questi luoghi di sofferenza. Ciò significa che dobbiamo correre il rischio di esporre noi stessi alla violenza del mondo. La Prima Regola cita Matteo: “Ecco, vi mando come pecore in mezzo ai lupi” [7]. La prima esigenza è essere là, vulnerabili e scoperti contro la violenza del mondo. Non tutti i lupi possono essere facilmente addomesticati come quello di Gubbio. Mi sono stupito, viaggiando come Maestro dei Domenicani, di trovare la Chiesa in ogni oscuro e violento luogo visitato. C’erano preti e religiosi, in particolare suore. Quando chiunque altro se ne è andato (uomini d’affari, diplomatici e perfino molte organizzazioni umanitarie), noi siamo rimasti.

Pierre Claverie era una Domenicano francese, vescovo di Oran in Algeria. Fu assassinato nel 1996 da fondamentalisti islamici a causa della sua opposizione alla violenza. Il suo clero lo invitava a scappare quando divenne chiaro che volevano ucciderlo, ma egli rimase. Poche settimane prima che fosse assassinato, scrisse:

“La Chiesa adempie la sua vocazione quando è presente nelle ruptures (suona meglio in francese!), le fratture che crocifiggono l’umanità nella sua carne e nella sua unità. Gesù è morto disteso tra cielo e terra, le braccia allargate per radunare i figli di Dio dispersi dal peccato che li separa, li isola, e li mette uno contro l’altro e contro Dio stesso. Ha posto se stesso sulla linea di frattura nata da questo peccato. In Algeria siamo in una di queste linee sismiche che incrociano il mondo: Islam/l’Occidente, Nord/Sud, ricchi/poveri. Noi siamo veramente al nostro posto qui, perché è in questo posto che si può scorgere la luce della risurrezione”.

Ma la vostra Prima Regola aggiunge una sfumatura tipicamente francescana: “Un modo di essere presenti consiste nel non entrare in dispute e liti [naturalmente come i Domenicani!], ma essere soggetti ad ogni umana creatura a causa di Dio (1Pt 2,13)”. Come dice la vostra Regola, i poveri sono i vostri maestri (CCGG 93).

Ricordo un Domenicano francese che è venuto a Oxford negli anni ’70 per imparare il Bengali, in preparazione alla sua missione in India. Per anni fu prete operaio alla Citroen, ma poi si sentì chiamato ad una nuova missione. Una volte gli chiesi quale fosse il suo programma quando sarebbe arrivato, quale fosse il suo progetto. Mi rispose che non aveva programmi. Andava a servire i poveri e i poveri gli avrebbero detto che cosa avrebbe dovuto fare. Essere soggetti ad ogni umana creatura a causa di Dio significa che lavoriamo con la loro percezione delle loro necessità. Non andiamo con programmi preconfezionati per aiutarli, ma lasciamo che ci dicano quali sono le loro necessità. Questa è la vostra gioia.

Questo è soprattutto così quando siete presenti nei luoghi in cui le religioni si incontrano. La violenza di questo mondo è sempre più legata alla religione. Spesso sono le religioni mondiali che danno voce a tutte le sofferenze, alla povertà e al senso di ingiustizia che sentono i poveri. E’ la religione, specialmente l’Islam, che esprime la protesta contro la grande ondata della cosiddetta cultura occidentale che sta divorando il mondo e sta distruggendo le culture locali. E’ là dove le religioni si incontrano e si scontrano che abbiamo bisogno dei Francescani, che sono soggetti ad ogni umana creatura a causa di Dio.

Stiamo crescendo nell’Europa dell’Est, quindi ci incontriamo con gli Ortodossi. Abbiamo bisogno di essere presenti come coloro che servono queste altre fedi. Aiutiamo a rafforzare e a rinnovare l’Ortodossia in Russia oppure essa coglie la nostra presenza come una concorrenza e un pregiudizio? Aiutiamo l’Ortodossia a superare gli sterili tempi dell’Impero Sovietico? Voi, come i Domenicani, avete fatto della missione nei Paesi islamici una priorità dell’Ordine. Siamo là per servire i Musulmani, mentre stanno lottando per vedere come affrontare la modernità, oppure siamo là in primo luogo per convertirli? Quando Pierre Claverie fu sepolto, un migliaio di Musulmani partecipò al funerale, e una giovane donna musulmana diede la sua testimonianza. Disse: “Pierre mi ha riportato alla mia fede. Era il vescovo dei Musulmani”.

Noi affrontiamo sfide simili a quelle di Francesco: la violenza urbana e la violenza interreligiosa. Ma una cosa è nuova: la nostra violenza è globale. Quando i nostri fratelli e sorelle delle Repubblica Democratica del Congo soffrono per la guerra, questo si collega con i Paesi occidentali che danno armi in cambio di diamanti. Siamo nei Paesi che vendono armi e fanno affari con quelle. Siamo anche là con coloro che le comprano e sono uccisi da quelle. Quando c’è miseria in una parte dell’Africa, spesso questa è collegata agli enormi sussidi che USA ed Europa danno ai nostri agricoltori e che hanno distrutto l’agricoltura di molti Stati africani. Siamo là a dare il voto a favore o contro i politici che impongono ingiuste barriere commerciali e hanno profitti col cibo a basso costo, e siamo là con coloro che muoiono di fame. La morte di milioni di persone per AIDS è collegata all’opposizione delle industrie farmaceutiche a produrre versioni più economiche che i poveri possono permettersi. Possiamo avere azioni in quelle industrie farmaceutiche ed essere negli ospedali degli ammalati di AIDS.

Se siamo per servire i poveri, e lasciamo che siano i nostri maestri, questo è in termini di globalità, e ugualmente là nei Paesi ricchi dove siamo. Dobbiamo diventare coscienti che i nostri territori provinciali non sono isole di vita religiosa ma parte di un intero Ordine mondiale che porta con sé nuove responsabilità e un nuovo senso di identità. La violenza in un mondo globale necessita di una risposta francescana globale. Non è sufficiente per i frati del Congo dedicarsi alla violenza in Congo. E’ necessario che vi si dedichino anche i Francescani americani, francesi e inglesi, poiché tutti partecipiamo alla rete della violenza. Se pensiamo appena in termini delle nostre piccole Province locali, siamo bloccati in un mondo che sta scomparendo.

Noi frati dovremmo sentirci a casa in questo nuovo mondo nel quale i confini nazionali cessano di essere importanti. Siamo tra le prime organizzazioni multinazionali nella storia. I confini nazionali erano nulla per Francesco e Domenico. Domenico è nato in Spagna, ha fondato l’Ordine in Francia, ha stabilito la sua sede centrale in Italia, e sperava di morire predicando ai Cumani nell’Est Europa. Siamo nati nel mini villaggio globale del XIII secolo. Dovremmo prosperare nel mondo più grande del XXI secolo.

Quando il Ministro generale fa appello a volontari per una nuova missione internazionale, ci tiriamo indietro e pensiamo per prima cosa alle necessità della Provincia? Se sì, ci stiamo bloccando in un mondo vecchio di stati nazionali.

Una riflessione finale: come possiamo dire una parola forte a questo nuovo mondo? Di fronte alla potenza del mercato globale, quale forza abbiamo? Di fronte all’enorme ricchezza dei baroni della droga, alla rete del crimine, cosa possiamo fare? Di fronte all’indifferenza di molti verso il Cristianesimo, come possiamo farci ascoltare? Quando i giovani guardano alla religione è molto probabile, almeno in Occidente, che sono infettati dal Buddismo o dal panteismo della New Age. Come possiamo dire una parola che attraversi queste barriere di indifferenza o ostilità?

Penso che stiamo entrando in una cultura che può essere molto sensibile al Vangelo se solo possiamo trovare il modo di proclamarlo. Il tempo del capitalismo industriale è passato. Il mondo non è più guidato dallo scambio di beni pesanti, dall’esportazione di acciaio e auto. Il potere non è più primariamente industriale, con il controllo del vapore, del carbone e dell’energia nucleare. Sta emergendo un nuovo mondo e ciò che primariamente circola sono le idee, i simboli e i segni. Stiamo entrando in una “società semiotica”; è un mondo di immagini e icone. Un’azienda non vende così tanti beni come logos e marche firmate mediante le quali la gente costruisce identità. La Coca Cola non è solo una bevanda, bensì un distintivo di appartenenza nel villaggio globale. Un McDonalds apre la porta alla cittadinanza mondiale.

Nel vecchio mondo della rivoluzione industriale il Cristianesimo poteva spesso apparire debole. Quali fabbriche possedevamo? Quale forza potevamo esercitare? Come la famosa domanda di Stalin: “Quante divisioni ha il Papa?”. Eserciti e denaro sono ancora importanti in questo nuovo mondo, come abbiamo visto nella guerra in Iraq. Ma possiamo essere capaci di predicare se troviamo i giusti segni e simboli. Simboli ed immagini parlano con forza. La caduta del Muro di Berlino è stata più che la distruzione di una barriera fisica; l’immagine del fragile studente di fronte al carro armato in Piazza Tienanmen è stata più forte di dieci carri armati.

L’11 settembre è stato più di una terribile perdita di vite umane e di un danno fisico. E’ stato un evento simbolico nel quale quei simboli del viaggio moderno colpisce i simboli del potere economico e militare dell’Occidente. Quei terroristi avevano compreso il potere dei gesti simbolici. L’unica effettiva risposta sarà con gesti che parlano di pace. Uno è stato la morte di un vostro frate, Michael Judge, il cappellano dei pompieri.

Francesco era un uomo di gesti drammatici. G.K.Chesteron ha scritto: “Le cose che lui ha detto sono state più memorabili delle cose che ha scritto. Le cose che ha fatto sono state ricche di immaginazione più delle cose che ha detto… Dal momento in cui Francesco ha restituito i suoi vestiti gettandoli ai piedi di suo padre fino al momento in cui si è sdraiato in punto di morte sulla nuda terra in segno della croce, la sua vita è stata costellata di questi comportamenti inconsci e di gesti risoluti” [8]. Come ha scritto Tommaso da Celano: “Ha trasformato tutto il suo corpo in una lingua [per proclamare il vangelo]” [9]. Gli affreschi di Giotto parlano con maggior forza di Francesco di quanto potrebbero parlare di qualunque altro santo, poiché catturano il significato profondo di questi momenti drammatici. Non sappiamo esattamente ciò che lui ha detto quando ha fatto visita al Sultano a Damietta, ma vediamo un gesto che ha parlato con più forza di qualunque altra parola. Francesco ha cercato perfino l’ultimo segno che è il martirio. Come ha scritto Francis de Beer OFM, “L’audacia di Francesco è stata nel pensare che il suo martirio avrebbe parlato più all’Islam che alla Chiesa. Contro la stravaganza della Crociata, l’Islam richiedeva un testimone radicale che sarebbe stato radicalmente l’opposto. Il martirio è la cosciente obiezione sollevata contro quanti appoggiano l’intolleranza della guerra santa; è una anti-crociata” [10].

“Tutti i frati devono predicare con le opere”, è scritto nella vostra Prima Regola (XVII,3). Quali sono le opere che potete fare per stimolare il nascosto desiderio di avventura nel mondo di oggi? Quali segni del Regno potete rappresentare? Possono essere grandi gesti pubblici. Il Papa è maestro in questo, come quando è andato a piangere al Muro del Pianto a Gerusalemme. Qui gli Ebrei lamentano la distruzione del Tempio e pregano per il Regno. Il gesto del Papa ha detto più di una biblioteca di libri.

Oppure i gesti possono essere piccoli e difficilmente notati. Tre settimane fa sono stato in visita ad un ospedale per ammalati di AIDS a Phnom Penh, diretto da un prete americano, Jim. Jim non ha più vent’anni e lotta per imparare il Khmer. Sono stato in ospedali per ammalati di AIDS in tutto il mondo, ma non ho mai visto figure così emaciate. Alcuni di loro ricuperano sufficiente forza per ritornare alle loro famiglie per qualche tempo. Molti di loro vengono là per morire. Ho visto la figura decisamente scheletrica di un giovane, con capelli lavati e tagliati, con un aspetto di tale totale pace sul suo volto che quasi mi mettevo a piangere. Sarebbe facile immaginare quale differenza tutto ciò farà per il corso della storia. Poca gente vive un poco più a lungo e poi muore con dignità. Ma, fratelli e sorelle mie, quella piccola comunità ha detto una parola sacramentale che costruisce il Regno.

Mantenete viva la gioia di Francesco e Chiara. E’ la gioia che dà autorità alla nostra predicazione. Nessuno crederà che un predicatore triste porta buone notizie! E’ una gioia che apre gli occhi ad un mondo di doni; è la gioia che indica il Regno e ci invita a continuare l’avventura. Questo significa che dobbiamo prenderci cura della gioia del nostro fratello. Dobbiamo mantenere vivi i suoi sogni. Infine, quella gioia è resa più profonda dalla vulnerabilità per la sofferenza di questo mondo. Senza quella sofferenza che scava il cuore, la gioia rimarrà superficiale. Ma la sofferenza di questo nuovo mondo è globale e richiede una risposta globale. Siamo tutti vicini di casa, ora. Abbiamo bisogno di essere liberati dalle identità troppo piccole: etniche, nazionali o perfino della nostra amata Provincia.

Abbiate fiducia che gesti e segni e simboli possono parlare forte in questo mondo di World Wide Web. E’ quindi un tempo meraviglioso per la missione francescana. E’ anche un tempo meraviglioso per la missione domenicana, ma questa sarebbe un’altra conferenza. Osate a cercare gesti audaci che parlano del Regno, e sarete ascoltati.


[1] P.88

[2] Growth or Decline, Notre Dame 1951, citato da S Hauerwas, Sanctify the Time, Edinburgh 1998 p.38

[3] Sermon 18, in F.Pfeiffer, Aalen 1962, citato in Murray, op. cit. p.132

[4] St Francis of Assisi, London 1923 p.187

[5] Simon Tugwell OP, Albert and Thomas:Seelcted Writings, New York 1988 p.29.

[6] ‘The Little Flowers’, 1910 New York, chapter p.114.

[7] Francis and Clare: The complete works. Ed R.J. Armstrong OFM.Cap and I.C. Brady OFM, New York 1982. p.121.

[8] St Francis of Assisi, London 1939, p.106

[9] First Life of St Francis by Thomas of Celano, 97

[10] ‘St Francis and Islam’, Spirit and Life: a Journal of Contemporary Franciscanism Vol 6. 1994, p. 169.

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