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Intervista a fr Radcliffe op, allora Maestro Generale

fr Timothy Radcliffe op

Fr. Radcliffe intervistato da J. Elkann quando era ancora Maestro dell’Ordine. Intervista pubblicata su La Stampa del 11 febbraio 2001. Quattordici anni dopo si incontraranno per una nuova intervista Entrare nel mondo religioso è passare dalla vita in bianco e nero a quella a colori

LA STAMPA – 11 Febbraio 2001

 

Parla Il Maestro dell’Ordine Dei Domenicani

Alain Elkann

PADRE Timothy Radcliffe, 85″ Maestro dell’Ordine dei Fratelli Predicatori (Domenicani), mi riceve in un bellissimo ufficio nel Monastero di Santa Sabina, quartier generale dei Domenicani dal 1219, quando il Papa dette la casa a San Domenico. E’ vestito come uno studente universitario inglese, con un grosso pullover, pantaloni grigi e scarpe di camoscio. È seduto in una poltrona circondata di libri e carte. È alto, longilineo, con i capelli leggermente brizzolati e occhi azzurri molto vivaci e soprattutto molto sereni e sorridenti. Parla con estrema semplicità e ogni tanto va a prendere un libro o un foglio da mostrarmi.

Cosa significa essere domenicano?

«Ci sono molti motti. Uno è “Verità, ricerca della verità”. Nel XIII secolo nacquero le università: Bologna, Salamanca, Parigi, Oxford. La Chiesa doveva partecipare ai grandi dibattiti dell’epoca. I monaci fino ad allora erano rimasti isolati nei loro conventi e nei loro monasteri. L’Ordine dei Domenicani volle essere nei centri di potere per poter predicare e anche imparare».

Quando non sarà più Maestro cosa farà?

«Diventerò un semplice fratello e andrò però a ogni Capitolo Generale finché vivrò».

E se fosse rieletto?

«Non è mai successo, nessuno nel nostro ordine può essere un superiore per troppo tempo».

Ma lei è stato per vent’anni un uomo di potere, adesso posa farà?

«Sarà una grande liberazione e una gioia essere frate fra i frati perché nessuno dei frati è entrato nell’ordine per fare il superiore».

Se il Papa la nominasse vescovo potrebbe farlo?

«Potrebbe, ma spero di no. San Domenico rifiutò molte volte di essere vescovo».

Cosa prova, padre, nell’appartenere a un ordine religioso che fece parte dell’Inquisizione? (

«Anche gli altri ordini appartennero all’Inquisizione. È uno sbaglio pensare solo ai domenicani per questo. Noi dobbiamo guardare con onestà a cosa fu l’Inquisizione e a cosa fece l’Inquisizione. Dobbiamo guardare la verità in faccia, stiamo studiando a fondo qual è stato il nostro ruolo nell’Inquisizione. Sono successe cose orribili durante l’Inquisizione e per questo noi dobbiamo chiedere perdono».

In quale Paese sono più presentii domenicani?

«In molti Paesi: Stati Uniti, Polonia, Nigeria, Francia, Vietnam. Un padre su cinque è un padre in formazione, circa il 20%».

Quanti siete?

«Siamo 6600 fratelli, 35 mila sorelle e poi le monache di clausura che sono 5 mila e fanno voto di ubbidienza a me. Ci sono poi circa 200 mila laici domenicani che sono sposati e sono i nostri collaboratori delle missioni. Alcuni insegnano all’università o dirigono ospedali. Nelle Filippine abbiamo tre lebbrosari guidati da laici. La nostra è una grande famiglia, siamo uomini e donne, religiosi e laici, attivi e contemplativi».

Come vive lei, in viaggio otto mesi all’anno?

«Da giugno del 2000 ad oggi sono stato in 28 Paesi. Io devo visitare fratelli e sorelle per incoraggiarli. Pensi a quelli che vivono in Ruanda, Congo o Angola. La mia vita è negli aeroporti. Quando torno a Santa Sabina mi devo tirare un po’ su e mettere un po’ in salute, leggere, pregare e rispondere alla posta e in più cercare di essere contemplativo».

L’Ordine è in 102 Paesi, qual è il suo ruolo in sintesi?

«Soprattutto costruire l’unità dell’Ordine e incoraggiare a trovare nuovi modi di pregare».

Cosa fanno i domenicani?

«Pregano, insegnano nelle università, nelle scuole. Soprattutto sono artisti come lo fu Fra’ Beato Angelico. Abbiamo l’Ecole Biblique a Gerusalemme e molte facoltà di Teologia. Alcuni lavorano anche in parrocchia».

L’Ordine dei Domenicani è un ordine ricco?

«No, è uno dei più poveri e siamo decentralizzati. Per mantenere Santa Sabina abbiamo una tassa pagata da tutte le province».

Lei ha uno stipendio?

«Sì, 140 mila lire al mese come tutti i fratelli a Santa Sabina e siamo 35».

Lei è ricco di famiglia ma ha scelto la povertà.

«È una grandissima gioia e una libertà. Io non posseggo niente. Solo qualche vestito e alcuni libri. Una libertà straordinaria. Ho scelto i domenicani per la semplicità dei monaci”.

Dove andrà a vivere dopo?

«A Londra finché il provinciale non mi chiederà di andare da qualche parte. Quando sarò di nuovo un semplice monaco sarò in una sola stanza. Questo è bello perché io perdo tutto e in una sola stanza è più difficile».

Non le dispiace non aver avuto una moglie e dei figli?

«Sì, mi piacerebbe molto. Ma questa è la vita a cui mi ha chiamato Dio e sono molto felice. È possibile nello stesso tempo avere nostalgia di moglie e figli ma essere felici in questa vita. C’è molta amicizia nell’Ordine dei Domenicani. Essere un domenicano non vuol dire che non devi amare, ma devi amare senza il possesso. I voti di povertà e castità sono molto legati tra loro. Io adoro i bei quadri, le cose belle ma non devo possederle. Posso amare la gente e anche molte donne ma non le posso possedere».

Si è mai innamorato?

«Certo che sì, in quel momento si ha bisogno dei fratelli e di credere che Dio darà felicità e vita».

È un uomo ambizioso?

«Non credo per me stesso. Spero di esserlo per l’umanità e la pace. Se quello che scrivo piace a chi mi legge sono molto contento. Però non credo di essere ambizioso né di essere un grande scrittore».

Ha mai perso la fede?

«No, ma ho avuto momenti in cui credevo in Dio ma lui mi sembrava assente».

E quando è assente?

«Bisogna aspettare e chiedere a Dio di venire. Quando ero un giovane domenicano per due o tre anni ho sentito il deserto. Credevo che Dio esistesse ma non avevo il senso della sua presenza. È tornato a Gerusalemme, al Monte degli Ulivi, improvvisamente. Ho sentito dentro una nuova profondità».

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