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Fr Radcliffe: essere inviati in missione

fr Timothy Radcliffe op

Relazione di fr. Timothy Radcliffe op tenuta il 1 Novembre 2012 ad Assisi durante il 33° Convegno Nazionale “Giovani verso Assisi”. Tema della giornata era “Il Servizio: risposta all’Amore” (Lc 10, 38-42).

Essere inviati in missione

E’ un grande piacere per me essere di ritorno ad Assisi. Per favore, perdonate il mio terribile italiano: mi vergogno di esso! Mi piacerebbe parlare riguardo a come possiamo condividere la nostra fede con i nostri contemporanei. Normalmente, noi associamo questo con parlare sul vangelo. Ma di quanti sermoni vi ricordate? Forse ancora più importante di quello che diciamo e come siamo il Corpo di Cristo. Santa Teresa d’Avila disse:

Cristo non ha in terra se non il tuo, non ha altre mani se non le tue, non altri piedi se non i tuoi. Tuoi sono gli occhi attraverso i quali guarda la compassione di Cristo per il mondo. Tuoi sono i piedi con i quali lui può andare per il mondo facendo il bene. Tue sono le mani con le quali lui può benedire la gente adesso.

Quindi, voglio guardare a come noi siamo inviati a far sì che il volto di Cristo, i suoi orecchi, la sua bocca e le sue mani siano presenti oggi.

Il volto

Incominciamo dal volto. Quando amiamo qualcuno, la cosa più importante e che loro ti sorridano. Ricordo quando ero un timido adolescente, disperatamente girando attorno a
una ragazza dalla quale ero infatuato, sperando che lei si accorgesse che io esistevo e mi donasse un sorriso. Se il suo sguardo mi oltrepassava, allora sentivo che non esistevo affatto. E se lei faceva sì che il suo volto diventasse una dura maschera, allora ero devastato. Lei si innamorò di un soldato ed io diventai un domenicano!

Una volta andai a una festa organizzata per dare il benvenuto al nostro Arcivescovo. Là si trovava anche lei, all’altro lato della sala. E l’ho sentita dire a voce alta, segnalandomi: «Quello è il primo uomo che ho mai baciato». E fu allora che mi resi conto di aver fatto una buona scelta nel diventare domenicano!

Così Israele era con Dio. Loro semplicemente volevano che Dio li sorridesse. “Lascia che il tuo volto risplenda su di noi e noi saremo salvi” (Sal 80,3). Quando noi pensiamo alla salvezza, forse lo facciamo come un evitare di essere puniti e di avere i peccati perdonati. Ma per l’Antico Testamento la cosa era più umana. Era Dio guardandoci con amore. Il testo biblico più antico si trova su un pezzettino di cuoio sul quale sono scritte queste parole: “Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace“‘ (Num 6, 24-26). Quando qualcuno ci guarda amorosamente, allora noi possiamo riposare in quell sorriso.

Il volto di Dio si fecce carne nel volto di Gesù. Lui localizzò tutte le persone che avevano bisogno di quel sorriso. Lui vide il piccolo Zaccheo sull’albero e gli sorrise; lui vide Levi aspettando al suo banco delle imposte in mezzo alla folla e lo chiamò. Ci sono milioni di persone che si sentono invisibili e soltanto vogliono essere guardate. In Lima ci fu una mostra fotografica sui bambini di strada, e sotto la foto di un bambino desolato c’era scritto: Saben que existo, pero no me ven. Sanno che esisto ma non mi vedono. Simone Weil disse: “L’amore vede ciò che è invisibile.”

Quando sorridiamo a qualcuno, noi mostriamo il loro valore a chiunque altro. Raimund Gaiti è un filosofo australiano. Quando aveva diciasette anni lavorava come assistente di reparto in un ospedale psichiatrico in Australia. I pazienti avevano perso ogni segno di intelligenza umana e di dignità. Molti dei dottori e delle infermiere erano professionisti, gente decente che parlava sulla inalienabile dignità di queste persone malate. Un giorno venne una suora a visitarli. Lui rimase ammagliato dal come lei si rapportava ai pazienti. Il suo sorriso e le sue parole erano straordinarie “per il potere di rivelare la piena umanità di coloro le cui afflizioni avevano reso la loro umanità invisibile. Amore è il nome che diamo a quel comportamento”‘ Lui sottolinea che le guardie carcerarie vedranno I prigionieri in un modo nuovo quando li hanno visti assieme a persone che li amano. I bambini imparano a voler bene ai loro fratelli e sorelle perché vedono i loro genitori guardarli con amore.

L’amore anela che il sorriso sia ricambiato. E questa è la bellezza e il rischio della missione. Qualcuno mai sorriderà in risposta? In Oxford, dove vivo, ci sono tanti mendicanti, e loro cercano di attirare il tuo sguardo. Noi rispondiamo al loro sguardo? Un giorno sono stato portato a visitare una grossa discarica a Kingston, Giamaica, dimora della gente più povera. Individuai una vecchia baracca, quasi un grosso scatolone di cartoni. Quando mi sono avvicinato, una madre e il suo giovane figlio emersero. Mi invitarono dentro, mi offrirono una Coca che avevano, presumo, trovata nella discarica, e il ragazzo mi offrì di scambiare le nostre T shirts. Ero profondamente commosso. Ho conservato quella T shirt per anni. Adesso sembra che si sia ristretta troppo, e non ci sto più dento. Non era il fatto soltanto che io avevo visto loro, ma che loro avevano visto me, io esistevo ai loro occhi, sono stato invitato nel loro focolare.Anche se solo per un breve momento, mi hanno invitato ad essere loro fratello.

Quindi, questa è la nostra prima missione, offrire lo sguardo d’amore di Dio. Dio si compiace nelle persone. Dio si delizia in loro, ed è il perché loro esistono. Noi dobbiamo imparare ad essere il volto di Dio che si rallegra nelle persone. Dopo dobbiamo imparare come ascoltare con le orecchie di Gesù. Noi dobbiamo essere le sue orecchie oggi.

Le orecchie

Abitualmente pensiamo che i predicatori siano persone che parlano. Stanno sui pulpiti e dicono alla gente come stanno le cose. Ma non c’è predicazione del vangelo fino a che uno non abbia ascoltato. Quando le persone venivano da Gesù, lui abitualmente li lasciava parlare per primi. Non li fa ingoiare il vangelo, ma vuole scoprire cosa vogliono. Quando il cieco Bartimeo venne da lui, Gesù gli dice: ‘cosa vuoi che io faccia per te?’. Avrebbe potuto pensare che fosse ovvio. L’uomo non può vedere. Miracolo veloce, Zac, e
avanti. Ma non! Gesù vuole sentire da quell’uomo stesso quello che vuole. Lui risponde ai nostri desideri. Così, i lebbrosi vengono e domandano di essere sanati, e i discepoli domandano di insegnar loro a pregare. Gesù ascolta.

Noi non siamo venditori in una svendita mercanteggiando Dio come la risposta a tutto. Noi incominciamo dove le persone si trovano e con quello che loro vogliono. Che può essere giusto un po’ di compagnia, o qualcuno che li faccia la spesa quando sono malati, o qualcuno che li tenga la mano. Ma se noi rispondiamo a quello che loro vogliono, allora lentamente loro possono arrivare a scoprire i loro desideri più profondi, i quali sono per Dio. Lasciamoli prendersi i loro tempi.

Ascoltare le persone è una delle arti più grandi del mondo. Tu ascolti come loro usano le parole, e può essere che non sia nel modo nel quale tu usi le stesse parole. Quando arrivai a Roma come Generale dei domenicani, scrissi la bozza di una Lettera all’Ordine. La diedi al mio vicario, che era un Americano, e aspettai il suo commento con timore e tremando. Lui ritornò e mi disse: «It’s quite good.» “E’ abbastanza buona”. Io sono stato sul punto di strapparla. Qualche mese più tardi scoprii che in inglese Americano, «quite good» significa “eccellente”. In inglese Britannico significa «pretty bad», “abbastanza male”. Quindi per favore non venite a dirmi dopo che questa conferenza è stata «quite good».

Ho ricevuto un e-mail dalla Costa d’Avorio l’altro giorno, nella quale ci si rivolgeva a me come «Dear slut», “caro sgualdrino”. Mi domandavo cosa sapessero di me! Fu soltanto quando lessi che avevano preso il mio mail dal «slut Provincial», dallo “sgualdrino Provinciale” che ho indovinato che nel loro dialetto, la parola potesse significare qualcosa di diverso!

Qualche volta siamo spaventati di ascoltare perché siamo disturbati da quello che viene detto. O possiamo essere spaventati perché non abbiamo idea di cosa potremo dire in risposta. Quando ero un molto giovane e inesperto cappellano universitario, una bellissima giovane studentessa venne da me per avere una chiacchierata molto personale. La maggior parte della quale, centrata sulla sua piuttosto esotica vita sessuale. Al di sopra di tutto io ero tanto nervoso di quello che avrei potuto dire quando lei avesse finito di parlare, che di fatto smisi di ascoltare. E quando in effetti lei smise di parlare, io non avevo nulla da dire! Se noi realmente ascoltiamo, con tutta la nostra immaginazione, con tutta la nostra apertura di mente e di cuore, allora Dio ci darà qualcosa da dire.

Scusate se mi cito ancora. Non posso farne a meno. Prometto di non farlo più, eccetto domani! Una volta, quando dovetti dar il benvenuto al Papa Giovanni Paolo II in una delle nostre università, ho memorizzato un po’ di polacco. Quando io finii, lui completò la frase. E allora io dissi in italiano: «Spero che la mia pronuncia polacca sia migliore di quella italiana». E lui replicò come un lampo: «Se il cuore è aperto, la mente comprende» Per tanto, noi dobbiamo ascoltare con un cuore intelligente, o potete anche dire con una mente amante.

Se siamo auto-assorbiti, allora noi non ascolteremo quello che l’altra persona dice. Noel Coward, il drammaturgo inglese, una volta incontrò dopo molti anni un amico, e gli disse: «Non c’è tempo di parlare di noi due, quindi parliamo di me»’ Ascoltare è una disciplina spirituale. Tu hai aperto te stesso a un’altra persona. Dominique Pire è stato un Domenicano belga che ha ricevuto il Premio Nobel dopo la Seconda Guerra per il suo lavoro di pace. Usava dire: «Uno deve essere pronto per riempire se stesso con l’altro. Oso ascoltare qualcuno che ha idee differenti dalle mie? Oso ascoltare qualcuno che potrebbe sfidarmi?»

Le persone avevano timore di ascoltare Gesù qualche volta, mentre lui mai ha avuto timore di ascoltare chicchessia.

Quindi, noi abbiamo sorriso e abbiamo ascoltato, e adesso possiamo essere pronti per parlare. Noi siamo la bocca di Dio.

La bocca

Qui è dove molti di noi diventiamo nervosi. Cosa ho da dire? Quando ero un novizio domenicano, ero stupito che molti dei miei con novizi fossero impazienti di iniziare a predicare. Io temevo quel momento. Sentivo che non sapevo niente, e che sarei stato paralizzato dai nervi. Avevo tante domande e tanti dubbi. Amavo studiare, ma ero terrorizzato dal fatto che un giorno avrei dovuto aprire bocca. Voi potreste pensare che ero stupido nell’entrare l’Ordine dei Predicatori! Ero – come si suol dire – come un tacchino votato al Natale! Considerando che non sono l’unico ad avere queste preoccupazioni, guardiamole una per una. Gesù è la Parola di Dio. La Parola di Dio non è principalmente per comunicare fatti. Dio pronuncia la sua Parola e le cose vivono. Dio dice “Sia la luce” e così è stato. “Siano gli scoiattoli”, perfino “Sia Timothy Radcliffe”, e tutti ci siamo. Gesù, in quanto Parola di Dio, dice alla gente parole che guariscono, parole accoglienti, che mettono in piedi e che a volte li confrontano.

Per tutto il giorno noi chiacchieriamo, ci raccontiamo barzellette, mandiamo messaggi, scriviamo sui blog, parliamo delle notizie, mormoriamo per le conferenze noiose, spettegoliamo. Parlare è l’attività umana più importante. E la più grande questione morale è: offriamo alle persone parole che danno vita, che valorizzano e carezzano; o diciamo parole cattive che accusano, minano e denigrano? Offriamo la Parola di Dio, che è creativa, oppure le parole di Satana, distruttive e sovversive? Trattiamo le persone come spazzatura?

Si racconta di un Rabbi che stava diventando pazzo a causa di una donna che, nella sinagoga, spettegolava sempre di tutti, raccontando storie cattive. Così un giorno la portò sulla cima di un’alta torre e le disse di svuotare un cuscino. Le piume caddero sulla città. Poi le disse: «Adesso va’ e raccogli tutte le piume», e lei rispose: «Rabbi, è impossibile; sono ovunque». E il Rabbi disse: «Lo stesso vale per le tue parole cattive». Dunque, se oggi dobbiamo essere la bocca di Gesù, allora innanzitutto dobbiamo dire parole che carezzano e venerano le persone, specialmente coloro che vengono trattati da spazzatura e che si sentono disperati e sull’orlo del baratro, poiché questi sono gli amici di Dio.

Ma che ne è dei miei dubbi e delle mie domande? Potrei sentire che non conosco molto la mia fede, e magari chiedermi perfino se ci credo per intero. Devo pretendere di credere? Quando le persone dicono cose con grande insistenza, ad alta voce e con grande sincerità, allora incominci a sospettare che forse non credono davvero profondamente!

Quando, alla fine del vangelo di Matteo, Gesù invia i discepoli a predicare fino ai confini del mondo, si dice che “alcuni dubitavano”. Questo lo adoro. Ecco, essi sono sulla montagna, di fronte a Gesù risorto, e alcuni ancora non erano sicuri. Ma Gesù li invia comunque! Nel vangelo di Giovanni, la prima predicatrice è la donna del pozzo. È una donna con una cattiva reputazione. Ha vissuto con cinque uomini. Probabilmente era considerata una prostituta. E fu piena di dubbi e domande su questo strano uomo di nome Gesù. Ma lei è la prima predicatrice. E la prima persona che confessa la divinità di Gesù è Tommaso l’incredulo. Stentava a credere nella resurrezione. Voleva delle prove. Voleva mettere la mano nel costato di Gesù. E fu quest’uomo incredulo e interrogativo che per primo disse a Gesù: “Mio Signore e mio Dio”.

Dunque quando parliamo della nostra fede, qualcuno di noi potrà avere delle incertezze, dei dubbi, e cose irrisolte. E questo va bene! Perché così le persone vedranno che essere Cattolico non significa avere tutte le risposte. Il cardinal Kasper dal Vaticano ha detto che la Chiesa potrebbe avere molta più autorevolezza se dicesse più spesso «Non lo so».

Il più grande insegnante della Cristianità fu il domenicano san Tommaso d’Aquino. Ovviamente sono del tutto imparziale! Tommaso amava questo testo: «Non chiamate nessuno maestro, perché c’è un solo Maestro che è nei cieli». Quando ero Maestro Generale dell’Ordine, mi sono reso conto che la gente amava particolarmente questo testo. Appariva con sospettosa frequenza nelle letture. Nessuno di noi è maestro. Noi accompagniamo le persone mentre impariamo, condividendo le loro domande e perplessità. Camminiamo l’un con l’altro, pensando assieme. Ragioniamo mentre cerchiamo.

Mi ricordo di un altro confratello, Herbert McCabe. Si racconta che quando aveva sei anni sua madre lo rimproverò per averne combinata una. Gli disse: «Sei diventato un bambino molto cattivo. Potresti aver commesso addirittura un peccato mortale». E il giovane Herbert sembra che abbia risposto: «Impossibile, mamma. Non posso commettere un peccato mortale fino a che non raggiungo l’età della ragione. Secondo la Chiesa non l’ho ancora raggiunta a sei anni. Il tuo ragionamento è quindi sbagliato». Ma diciamo una parola buona sulla dottrina. Nella nostra società c’è un diffuso dottrinale pregiudizio contro la dottrina. Si crede che la dottrina impedisca di pensare. I bambini accettano la dottrina. Ma gli adulti pensano da soli. La dottrina rende intolleranti verso le altre fedi. È un conflitto di dottrine che ha portato le persone religiose a uccidersi l’un con l’altro in Israele, Iraq e Pakistan. Lasciamo il dogma e dirigiamoci verso qualcosa di bello e amicale come la spiritualità!

Ma la vera dottrina non chiude mai le menti. Sempre ci spinge verso il mistero. La vera dottrina è un’avventura senza fine nel mistero di Dio. G.K. Chesterton parlò dell’avventura dell’ortodossia. Siamo battezzati nel mistero della Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. C’era un vecchio e venerabile domenicano irlandese, il cardinale Michael Brown. Fu Maestro dell’Ordine e teologo della casa pontificia. Quando era bambino fu battezzato con emergenza da una vecchia suora. Riuscì a rintracciarla col proposito di ringraziarla. La suora gli disse: «Eminenza, è stato un onore battezzarla nel nome di Gesù, Maria e Giuseppe». Immediatamente egli pensò: «Se non sono stato battezzato correttamente, allora non avrei potuto essere ordinato sacerdote, e non sono nemmeno cardinale!»

Le dottrine della Trinità, della divinità di Cristo, della resurrezione sono davvero emozionanti. Quando ero un giovane domenicano nei pazzi anni ’60, quando tutto sembrava cadere, rimasi nell’Ordine per una sola ragione: i miei confratelli m’insegnarono il grande entusiasmo, lo splendore e la meraviglia della dottrina.

Non tutti abbiamo la vocazione a essere insegnanti di dottrina. Qualcuno di noi sarà bocca di Gesù in altri modi, magari addirittura più profondi, pronunciando parole che guariscono e che danno vita. Così abbiamo visto come possiamo essere volto, orecchio e bocca di Dio. Adesso arriviamo al più importante dei sensi umani, il tatto.

Il tatto

Gesù ha camminato toccando le persone. Ha toccato i corpi dei malati. Ha toccato i lebbrosi. Ha toccato perfino i morti, cosa che lo avrebbe reso impuro. Era perfettamente a suo agio anche con l’essere toccato. Ricordate la donna che probabilmente era una prostituta. Lasciò che gli lavasse i piedi e li asciugasse con i suoi capelli. Trovo che l’idea che qualcuno mi asciughi i piedi con i suoi capelli sia strana e sgradevole. Ma Gesù era a suo agio con il suo proprio corpo e con i corpi degli altri. Perché toccare era così importante?

San Tommaso d’Aquino, il nostro grande dottore, disse che era il senso più umano. Le aquile vedono meglio di noi. Rispetto ai cani non abbiamo un naso degno di cui parlare. I pipistrelli sentono cose che noi non possiamo sentire. Ho detto la stessa cosa nella cattedrale di Brisbane l’estate scorsa, e tutti si sono alzati in piedi e hanno applaudito. Non sapevo che il soprannome dell’arcivescovo, che presiedeva la messa, fosse pipistrello! Così ho detto che i pipistrelli sentono cose che noi non sentiamo, fece piacere a tutti, compreso l’arcivescovo. Ma il tatto è davvero il senso più umano. Quando davvero amiamo qualcuno il nostro primo desiderio è di toccarlo.

Ma perché è parte dell’amore? Perché quando ami, il contatto è reciproco. Quando tocchi qualcuno che ami, questi ti tocca a sua volta. Puoi vedere o sentire senza essere visto o sentito. Puoi annusare senza essere annusato, almeno dagli esseri umani. Ma non puoi toccare senza essere toccato. Ecco perché toccare in maniera abusiva o senza amore, è una cosa terribile, perché distrugge l’essenza del tatto, che è la reciprocità. Gandhi si rifiutò di chiamare la casta più bassa dell’Induismo “gli intoccabili”. Ovviamente, significava che nessuno si sarebbe lasciato toccare da loro. La compassione ci dà un cuore di carne. Significa che vogliamo raggiungere le persone che gli altri rifiutano.

L’anno scorso il Dalai Lama è venuto a visitare la mia comunità di Blackfriars, per prendere parte ad una discussione sulla contemplazione nelle diverse tradizioni religiose. Paul Murray, il domenicano irlandese, presentò una splendida conferenza, e c’era presente anche un carmelitano. Il Dalai Lama rispose. Non abbiamo risolto le nostre differenze, ma ci siamo ascoltati con le orecchie ben aperte. Ma ciò che saltò tutte le divisioni non fu ciò che il Dalai Lama aveva detto, ma quello che fece. Era presente un’amica della comunità, su una sedia a rotelle. È rimasta paralizzata per un terribile ictus. Entrando il Dalai Lama si è fermato presso la sua sedia a rotelle e ha poggiato la guancia sulla sua in silenzio. Ha passato più tempo con lei che tutti gli altri. Era la personificazione della compassione.

Quando sono stato coinvolto nel lavoro con i malati di AIDS, nei primi anni Ottanta, ho scoperto l’importanza del contatto. La mia comunità organizzò una conferenza su Chiesa e AIDS, e fummo travolti dalla risposta. Vollero venire medici, infermieri, cappellani, malati di AIDS e loro amici. Erano i primi tempi. Molti di noi non avevano mai conosciuto nessun malato di AIDS. Eravamo un po’ nervosi su come farcela. Ma alla messa finale, un giovane di nome Benedict, malato di AIDS, mi è venuto vicino per darmi il bacio di pace. E quando l’ho abbracciato ho pensato: «Questo è il corpo di Cristo che oggi ha bisogno di un abbraccio». In Cristo, Dio è venuto e ci ha toccati. Dio è in contatto con noi anche in questo giorno.
Dobbiamo condividere questo contatto.

Poiché la società è preoccupata dei rischi e a causa della paura degli abusi sessuali, siamo diventati nervosi davanti al contatto. Le paure sono certamente giustificate. Si è toccato così tanto in maniera abusiva e distruttiva che la gente è profondamente ferita. Ma dobbiamo recuperare questa maniera di essere il Corpo di Cristo massimamente umana e massimamente cristiana. Ci priviamo profondamente l’uno dell’altro, e perfino sembra di annullare l’Incarnazione, se manteniamo sempre le distanze, quando invece Dio s’è fatto vicino.

Alla fine della messa ci viene detto: «Andate in pace e amate e servite il Signore». Siamo mandati a predicare il Vangelo. Non siamo mandati come rappresentanti di vendite per un nuovo prodotto. Non siamo mandati con competitività, per battere gli avversari. Siamo mandati per essere il Corpo di Cristo. Per essere la sua bocca, le sue mani, le sue orecchie e volto. E siamo mandati a scoprire Cristo nei volti di coloro che incontriamo.

 

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