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“Non passare oltre”: intervento di fr. Radcliffe op

fr Timothy Radcliffe op

Non passare oltre

di Timothy Radcliffe op

«Amerai il prossimo tuo come te stesso. Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico» (cf. Lc 10,27-37).

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?».

Ama il prossimo tuo come te stesso… È semplice, ma il dottore della legge non è soddisfatto. Vuole una risposta chiara, e forse complessa. Gli uomini di legge non avrebbero niente da fare se le risposte fossero troppo semplici! Vuole sapere chiaramente quali sono i suoi doveri. Gli ebrei riflettevano molto su chi fosse il prossimo. La parola prossimo significa alla lettera «qualcuno che mi sta vicino». Più vicino è, e più doveri ho verso di lui. Certe persone erano così lontane da non essere affatto considerate come «prossimo», e quindi a loro non era dovuto alcunché. E questo valeva in modo particolare per quegli eretici dei samaritani.

È un problema anche per noi oggi in Europa. Chi è il nostro prossimo? La nostra famiglia? Sì, specialmente in Italia! Le persone che ci vivono accanto? Forse nei paesi sì, ma non nelle grandi città, dove a volte non conosciamo nemmeno il nome di quelli che abitano sul nostro pianerottolo. Che obblighi abbiamo nei loro confronti? E le persone che vivono negli altri paesi dell’Unione Europea sono anch’essi il nostro prossimo? Gli inglesi sono il prossimo degli italiani? Sì, quando si tratta del primo ministro, ma molto meno quando si tratta di tifosi di qualche squadra di calcio! E che obblighi abbiamo nei confronti degli immigrati che arrivano ogni giorno in Europa attraverso le nostre frontiere, dall’Europa dell’Est, dall’Asia e dall’Africa? E che dire degli immigrati clandestini, che fuggono dalla povertà e talvolta anche dall’oppressione politica? Sono anche loro il nostro prossimo? Come il dottore della legge, anche noi vogliamo risposte chiare. Vogliamo sapere che cosa dobbiamo fare.

Ma Gesù non dà una risposta chiara e si limita a raccontare una storia.

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…»

Le parabole non sono spiegazioni di una tesi. Sono eventi forti che ci trasformano, che rivoltano le nostre vite come calzini. Un rabbino, citato da Martin Buber, raccontava questa storia riguardo a suo nonno, che era stato allievo del famoso rabbi Baal Shem Tov. Diceva: «Mio nonno era paralizzato. Una volta gli chiesero di raccontare qualcosa sul suo maestro, e lui raccontò che il santo Baal Shem Tov quando pregava aveva l’abitudine di saltare e ballare. Durante il racconto mio nonno si alzò in piedi, e la storia lo trascinò a tal punto che dovette mettersi a saltare e ballare per far vedere a tutti come faceva il suo maestro. E da quel momento mio nonno guarì dalla paralisi. È così che andrebbero raccontate le storie».

Le parabole di Gesù devono catturarci e trascinarci via. Quando ci ritroviamo proprio all’interno delle parabole, esse ci trasformano. Di solito, le parabole di Gesù raggiungevano questo obiettivo scuotendo profondamente gli ascoltatori. Il problema è che noi le conosciamo così bene che spesso non ci sorprendono più. È come ascoltare una barzelletta sapendo già come va a finire. Dobbiamo tornare a lasciarci sorprendere. La parabola del buon samaritano suonò scandalosa all’orecchio dei primi che la ascoltarono, e noi dobbiamo riscoprire quello choc iniziale.

Durante la rivoluzione in Nicaragua, un domenicano statunitense aiutò un gruppo di giovani nicaraguensi a rappresentare la parabola del buon samaritano durante una messa. I ragazzi misero in scena un giovane nicaraguense picchiato e abbandonato più morto che vivo sul ciglio della strada. Un frate domenicano gli passò di fianco ma lo ignorò, e lo stesso fece un ministro della Parola. Poi passò per quella strada un nemico, un contra, con addosso l’uniforme militare, e si fermò. Mise intorno al collo del ragazzo un rosario, gli diede da bere un po’ d’acqua e lo trasportò fino al villaggio più vicino. A quel punto della rappresentazione, metà dell’assemblea cominciò a gridare e a protestare. Per loro era inaccettabile che un contra si comportasse in quel modo. «Sono gente tremenda, i contras. Noi non abbiamo niente a che fare con loro». La messa finì nel caos. Poi tutti si misero a discutere sul significato di quella parabola, e siccome erano stati molto turbati arrivarono a capirla più in profondità. Presero la decisione comune di non chiamare più gli altri los contras, ma «i nostri cugini in Honduras» o «i nostri cugini che sbagliano». Poi ripartirono dall’atto penitenziale, si scambiarono il bacio della pace e continuarono la celebrazione eucaristica. È questo lo sconvolgimento che questa storia dovrebbe produrre in tutti noi.

Ovviamente, il primo elemento sconvolgente è che sia proprio quest’uomo impuro, questo eretico, il samaritano, a offrire il suo aiuto, e non il sacerdote o il levita. Ma secondo me la parabola lancia una provocazione ben più grossa: una provocazione alla nostra idea di che cosa voglia dire essere «umani», e di chi sia Dio.

La storia racconta di un viaggio da Gerusalemme a Gerico. Io ho percorso quel tratto di strada a piedi, lungo lo Wadi Qelt. Sono circa 25 chilometri attraverso una regione di deserto roccioso. Faceva così caldo che uno dei miei compagni è andato un po’ fuori di testa. Badate bene, era un domenicano, quindi non era una cosa così strana! Ma sto parlando di un viaggio più profondo. Il termine che Luca usa per «viaggio» è lo stesso termine (hodos) che usa per indicare la fede cristiana, «la via». La parabola è un viaggio che trasforma la nostra comprensione di Dio e dell’umanità.

«Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?»

Il dottore della legge chiede: «Chi è il mio prossimo?». Alla fine della storia, Gesù pone una domanda diversa: «Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Nella sua domanda, il dottore della legge si mette al centro: chi è il suo prossimo? Ma la parabola ribalta la domanda: adesso è l’uomo ferito che viene posto al centro. Chi si è fatto suo prossimo?

Questo è il viaggio più radicale che ogni essere umano deve compiere: la liberazione dal proprio egoismo. È un viaggio che cominciamo da piccolissimi. Il neonato è il centro del suo piccolo mondo. Per lui crescere vuol dire scoprire, lentamente, che esistono altre persone, e che queste persone non sono lì per soddisfare ogni suo desiderio. Dietro il seno che allatta c’è una madre. Si diventa pienamente umani quando si impara a cedere il centro ad altri.

Per ciascuno di noi la più grande sfida nella vita è smettere di essere al centro del mondo. È una verità che conosco con la ragione, ma che è terribilmente difficile da raggiungere. E a me pare che sia particolarmente difficile nella società contemporanea. La modernità ha consacrato l’immagine dell’essere umano come essenzialmente solitario, staccato dagli altri, libero da obblighi, disimpegnato. Questo è l’ego della società dei consumi. In Italia, forse, grazie a Dio, avete in qualche modo conservato una visione più antica e tradizionale dell’essere umano. Ma ovunque nel villaggio globale vediamo i segni del trionfo della «generazione dell’Io», della tirannia dell’ego. Come si può imparare a lasciare il centro agli altri?

«Un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto (all’uomo ferito) lo vide e n’ebbe compassione»

Il termine che traduciamo con «avere compassione» è uno dei più importanti del Nuovo Testamento. Significa essere toccati nel profondo, al centro del proprio essere, nelle viscere. È lo choc che si prova quando ci si accorge di un altro.

A New York fu fatto un esperimento. Fu chiesto a un gruppo di seminaristi di preparare un’omelia sulla parabola del buon samaritano come parte dell’addestramento alla predicazione. I giovani prepararono i loro testi in un certo edificio. Poi uscirono e dovettero fare un tratto di strada per recarsi altrove, e intanto qualcuno li filmava. Lungo la strada, sul marciapiede, c’era un uomo ferito e coperto di sangue che chiedeva aiuto (in realtà, si trattava di un attore). L’80% dei seminaristi gli passò di fianco senza neanche notarlo. Avevano appena finito di studiare la parabola e di scriverci sopra delle belle parole, ma questo non impedì loro di passare accanto all’uomo ferito ignorandolo completamente. Come si fa ad aprirsi all’altro?

La maggior parte degli esseri umani sperimenta nel modo più radicale questa piena consapevolezza dell’altro quando si innamora. Iris Murdoch, filosofa inglese, ha detto che l’innamoramento è «per molte persone l’esperienza più straordinaria e rivelatrice della loro vita, grazie alla quale il centro del senso viene improvvisamente sradicato dal sé, e l’ego sognante è scosso dalla consapevolezza di una realtà totalmente separata». (1) Quando ci innamoriamo, smettiamo, almeno di tanto in tanto, di essere al centro dell’universo e lasciamo che sia un altro a occupare quel posto. Smettiamo di essere il sole e diventiamo la luna.

Questo però non ci aiuta a rispondere alla nostra domanda. Non possiamo innamorarci di tutti! E poi, il buon samaritano non si era certo innamorato dell’uomo ferito lungo la strada! Quindi la domanda è questa: come si fa a lasciarsi coinvolgere dalle persone che non conosciamo nemmeno? Il samaritano è coinvolto perché vede l’uomo ferito. Il sacerdote e il levita, invece, pur vedendolo, non vi intravedono una persona che ha bisogno di aiuto, bensì una possibile fonte di impurità. Ma torneremo dopo a parlare di loro.

La prima provocazione è tenere gli occhi aperti per vedere. Poco prima di raccontare la parabola del buon samaritano, Gesù si era rivolto ai suoi discepoli dicendo: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete» (Lc 10,23). Quando ero studente a Oxford, decidemmo di aprire un ostello per barboni. Le strade di Oxford erano piene di vagabondi, perché i turisti sono generosi. Decidemmo allora che il primo passo da fare era compiere un’indagine notturna per vedere quanta gente dormisse per strada. Formammo sei gruppi di studenti per setacciare ogni angolo della città. Ci ritrovammo alle 5 del mattino, e non avevamo trovato neanche un barbone che dormisse per strada! Erano sicuramente lì, da qualche parte, ma non avevamo saputo dove guardare! Quelle persone erano invisibili ai nostri occhi!

Tutte le società rendono visibili certe persone e ne fanno scomparire altre. Nella nostra società sono molto visibili i politici e le star del cinema, i cantanti e i calciatori, che si presentano continuamente in pubblico, sui cartelloni pubblicitari e sugli schermi televisivi. Ma rendiamo invisibili i poveri. Essi non compaiono nelle liste elettorali. Non hanno volto né voce. Nemmeno gli immigrati illegali possono permettersi visibilità: se non hanno i documenti a posto, devono cercare di non dare nell’occhio. Devono apprendere l’arte di mimetizzarsi.

Quando il papa andò a visitare la Repubblica Dominicana, il governo fece costruire un muro lungo il tragitto dall’aeroporto al centro città per impedirgli di vedere le baracche dove vivevano i poveri. La gente adesso lo chiama «il muro della vergogna». E noi, abbiamo il coraggio di guardare i nostri poveri e di lasciarci commuovere da loro? Quali muri della vergogna costruiamo nella nostra società per nascondere i poveri?

«(Il samaritano) gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”».

Lasciarsi commuovere non basta. Quando vedo un film, io mi lascio molto coinvolgere e piango facilmente, tanto che i miei amici si sentono imbarazzati a venire con me al cinema! Ma alla fine del film, quando si esce e si va mangiare una bella pizza, me ne dimentico rapidamente. Tutti soffriamo per la «fatica della compassione». Sugli schermi delle nostre tv vediamo migliaia di immagini di uomini feriti e moribondi, di donne e di bambini lungo il ciglio della strada. Come facciamo a reagire a tutte quante?

Mentre stavo scrivendo questa meditazione, proprio a questo punto è venuto a trovarmi un vescovo domenicano del Guatemala. Egli mi ha descritto la povertà della gente, le sofferenza causate da uragani e terremoti, la corruzione del governo e la persecuzione contro la Chiesa. Mi sono profondamente commosso, ma appena se n’è andato, io mi sono rimesso a scrivere il mio intervento sul buon samaritano! È molto più facile scrivere riflessioni sulle parabole che viverle! Come diceva (mi pare) George Bernard Shaw, «chi può fa, chi non può insegna»!

La compassione del samaritano sconvolge i suoi piani. Si era preparato al viaggio portandosi appresso cibo, acqua e denaro. Ora queste cose vengono usate per uno scopo che non aveva immaginato. Due denari erano una bella somma, sufficiente a pagare vitto e alloggio per più di tre settimane. Egli dà addirittura ciò che ancora non ha, cioè i soldi che probabilmente spera di guadagnare a Gerico. Corre il rischio di una promessa che è aperta, senza limiti predeterminati.

Quando il dottore della legge chiede «Chi è il mio prossimo?», vuole definire i propri obblighi. Vuole sapere in anticipo che cosa deve fare e che cosa non è tenuto a fare, mentre la risposta del samaritano lo conduce in territori sconosciuti. Non può prevedere quanto l’albergatore gli chiederà al suo ritorno. C’è una vecchia battuta che dice: «Se vuoi far ridere Dio, digli che progetti hai». La vera compassione sconvolge i nostri progetti e ci conduce dove non ci aspettiamo. Se abbiamo il coraggio di guardare i poveri, i feriti, gli stranieri che sono fra noi, chissà quali conseguenze dovremo pagare?

«Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?» Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso»

Abbiamo già rilevato che il dottore della legge fa una domanda in cui mette se stesso al centro, mentre Gesù risponde con una domanda che mette al centro l’altra persona. Ma c’è anche un’altra differenza. Il dottore della legge chiede chi è il suo prossimo. L’assunto di fondo è che abbiamo già dei «prossimi», ma dobbiamo definire bene di chi si tratta. Ma Gesù risponde chiedendogli chi si è fatto prossimo dell’uomo ferito. Il samaritano è diventato prossimo di quell’uomo. Ha creato una relazione che prima non esisteva.

In questo periodo l’Europa è ossessionata dalla paura dell’altro. Sembra che i gruppi neo-nazisti in Germania stiano crescendo. Di recente in Inghilterra ci sono stati scontri inter-razziali nelle città settentrionali di Oldham e Leeds. L’Europa si sente minacciata dagli stranieri. All’interno di ogni società esiste la paura di quelli che sono diversi, che hanno religioni diverse, un diverso colore della pelle, che si vestono in modo diverso, parlano lingue diverse. La parabola ci invita a farli diventare nostro prossimo. Helder Camara, arcivescovo di Recife in Brasile, fu spesso accusato di essere un comunista per la sua preoccupazione verso i poveri che vivevano nelle favelas sulle colline intorno alla città. Diceva: «Se non vado io sulle colline a incontrarli come fratelli e sorelle, saranno loro a scendere in città con bandiere e fucili».

«Va’ e anche tu fa’ lo stesso». Queste parole sono un invito a costruire una società che non esiste ancora. Una politica cristiana è ben più che la semplice gestione della società e la regolazione di interessi in competizione fra loro. Parlare di «Coscienza cristiana e nuove responsabilità della politica» significa sempre far fronte al futuro. È un proiettarsi verso una comunità in cui il diverso, lo straniero, il povero siano veramente nostro prossimo. È un puntare verso il Regno. Diversamente dal comunismo, noi cristiani non pensiamo di potere costruire il Regno da noi stessi. Esso verrà come un dono immeritato e superiore a ogni nostra immaginazione. Ma la nostra politica, nel tendere verso la comunione con l’altro, apre le nostre mani a ricevere quel dono. La politica è stata definita come «l’arte del possibile». La politica cristiana è segnata dalla speranza di ciò che molti considerano impossibile. La politica cristiana è l’arte dell’impossibile. Noi vogliamo correre il rischio di tendere verso una comunione che è al di là della nostra portata.

In definitiva, ciò significa rinunciare alle piccole identità che ci separano gli uni dagli altri. La parabola racconta di un viaggio che trasforma le identità dei partecipanti. L’uomo attaccato dai briganti viene definito semplicemente «un uomo». Non è specificato se si tratti di un ebreo, di un samaritano, di un inglese o di un italiano. Egli è ciascuno di noi, ogni essere umano. E quando Gesù chiede chi si sia fatto prossimo dell’uomo ferito, il dottore della legge non risponde «il samaritano». Dice semplicemente «chi ha avuto compassione di lui». Anche il samaritano è stato liberato dalla sua piccola identità di eretico. La storia comincia come una storia di ebrei e samaritani, e diventa la storia di due esseri umani. Gli unici che mantengono la loro vecchia identità sono quelli che si limitano a passare senza fermarsi, il sacerdote e il levita, che perdono l’opportunità di scoprire un modo nuovo di essere umani. Il loro cammino li vede passare oltre, ma in realtà sono immobili nella loro vecchia identità.

Bisogna amare il prossimo come se stessi. Questo significa molto di più che amare il prossimo tanto quanto se stessi. Siamo invitati ad amare il nostro prossimo come parte di noi stessi. Amiamo i membri della nostra famiglia come noi stessi, perché sono parte di ciò che siamo noi. Siamo una sola carne, siamo dello stesso sangue. Amare lo straniero come me stesso significa scoprire una nuova identità, che mi trasforma. Il samaritano esercita quella che noi definiamo «carità», ma nel senso più antico del termine. (2) Fino al Seicento, almeno nella lingua inglese, «carità» indicava il vincolo che ci lega gli uni agli altri come membra del Corpo di Cristo. Dopo il Seicento, in seguito a un’ampia trasformazione del modo in cui intendiamo la nostra umanità, il termine è passato a indicare soprattutto il denaro che diamo ai poveri. Ha smesso di esprimere l’amore per i nostri fratelli e le nostre sorelle e ha cominciato a indicare l’aiuto offerto a degli estranei.

A volte, quando Helder Camara veniva a sapere che un poveraccio era stato preso dalla polizia, faceva una telefonata al commissariato e diceva: «Ho saputo che avete arrestato mio fratello». Subito la polizia si profondeva in scuse: «Che terribile errore, eccellenza! Non sapevamo che fosse suo fratello. Lo rilasceremo immediatamente!». E quando l’arcivescovo andava alla stazione di polizia a prendere quella persona, i poliziotti gli dicevano: «Ma, eccellenza, quest’uomo non ha lo stesso suo cognome». Allora Camara rispondeva che ogni povero era suo fratello e sua sorella.

Quindi, amare il prossimo significa mettersi in cammino. La strada non porta soltanto da Gerusalemme verso Gerico, ma verso il Regno, dove scoprirò pienamente chi sono io. È un viaggio che mi libera da tutte le mie piccole auto-definizioni e che mi rende conforme a Cristo. Come scrive Giovanni, «ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è».

Come si fa ad avere il coraggio di intraprendere questo rischioso viaggio verso il Regno? Come si può partire da Gerusalemme verso Gerico? Potremmo incappare nei briganti ed essere lasciati agonizzanti lungo il ciglio della strada. Potremmo incontrare un uomo ferito, e l’incontro potrebbe cambiare la nostra vita. Non è più sicuro se restiamo a casa? In definitiva, possiamo osare di metterci per «la via» perché Dio ci ha preceduto. Dio è già andato da Gerusalemme a Gerico, e noi possiamo seguirlo in tutta sicurezza.

La parabola ci racconta la trasformazione dell’identità umana. Ma più in profondità c’è anche un’altra storia: la trasformazione dell’identità di Dio. Ma non vi preoccupate, la racconterò molto in breve!

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…

Gerusalemme è la città santa, il luogo in cui Dio dimora all’interno del tempio. Ma il viaggio ci ha portato via dal tempio, ci ha allontanato dal luogo più santo della Terra.

Anche il sacerdote sta andando a Gerico. In effetti, a Gerico vivevano molte famiglie di sacerdoti, e quando costoro avevano finito il loro turno al tempio rientravano a casa per la stessa strada. Quando il sacerdote vede il corpo dell’uomo ferito, passa oltre. Perché? Non necessariamente perché sia senza cuore. L’uomo ferito viene descritto come «mezzo morto». È generalmente riconosciuto che il sacerdote non avrebbe potuto toccare il corpo di quella persona mezza morta, perché ciò lo avrebbe reso impuro. Il Dio della vita non ha nulla a che fare con la morte, e dunque ai sacerdoti del tempio era assolutamente vietato toccare i cadaveri. Egli non vede un uomo che ha bisogno di aiuto, ma una minaccia alla sua santità. E il levita, che serviva anche lui nel tempio, sarà passato di fianco al moribondo senza fermarsi per la stessa ragione.

Il samaritano era totalmente distante dalla santità del tempio. Era un eretico e uno scismatico. I samaritani avevano costruito un altro Tempio. Erano l’impurità incarnata. Ma i suoi gesti di compassione rivelano il nuovo luogo in cui si rivela la santità di Dio. È addirittura possibile che il riferimento al vino e all’olio siano un richiamo a due elementi usati nei sacrifici all’interno del tempio. Qui troviamo il vero luogo del sacrificio in cui dimora Dio. Nell’intero testo risuona continuamente la frase di Osea 6,6 «misericordia io voglio e non sacrificio». E il samaritano trasporta l’uomo in una locanda. In greco l’evangelista usa una parola suggestiva che significa «accogliente verso tutti». I cadaveri non sono una minaccia alla santità vera. In realtà, il Dio della vita può abbracciare i morti e ridare loro la vita. La croce è il vero tempio in cui si manifesta la gloria di Dio.

Uno dei funerali più commoventi che io abbia mai celebrato fu quello per un uomo di nome Benedict, che morì di AIDS intorno al 1985. Gli diedi l’unzione degli infermi un’ora prima che morisse e gli chiesi se avesse qualche desiderio da esprimere. Mi rispose che avrebbe desiderato essere sepolto nella Cattedrale di Westminster. Quella era un’epoca in cui si sapeva ancora poco dell’AIDS e c’erano molte paure e pregiudizi. Ma le autorità della Cattedrale accolsero la sua richiesta, e la sua bara fu posta proprio al centro della cattedrale, al cuore del cattolicesimo inglese. È stato un bel segno di dove si trova Dio. Benedict era stato stroncato da una malattia tremenda, che porta con sé rifiuto, repulsione e paura. Ma adesso era al centro di quel luogo santo, circondato dai suoi amici, molti dei quali affetti a loro volta dall’AIDS. Il Dio della vita si manifesta quando quelli ai margini diventano il centro.

«Chi è il mio prossimo?», chiese il dottore della legge. È una domanda che ritorna ossessivamente nell’Europa di oggi. Che obblighi abbiamo verso gli altri? Ci sono molte e difficili domande a cui dobbiamo cercare faticosamente una risposta. Gesù non ci offre una risposta facile, e noi non possiamo assolutamente fare a meno degli uomini di legge e dei politici. Ciò che la parabola fa è cambiare il modo di porre queste domande. Come posso diventare prossimo dell’uomo ferito? Come posso scoprire me stesso con lui e per lui? Come faccio a scoprire Dio in questa situazione? Perché, in definitiva, è proprio Dio che giace sul ciglio della strada, lacero e stremato, e mi sta aspettando.

Note

(1) I. Murdoch, The Fire and the Sun: Why Plato banished the Artists, Oxford 1979, 36; citato in F. Kerr op, Immortal Longings: Versions of Transcending Humanity, Indiana 1997, 72.

(2) Cf. J. Bossy, Christianity in the West: 1400-1700, Oxford 1985, 168.

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